Esiste un filo invisibile, ma straordinariamente tenace, che unisce la macrostoria dei grandi rivolgimenti politici alle esistenze minime, apparentemente fragili, del nostro presente. In Il rivoluzionario e la maestra (proposto al Premio Strega 2026), Gaja Cenciarelli mette in scena questo legame profondo attraverso una potente struttura a più voci e piani temporali, capace di far dialogare l’Uruguay della dittatura militare degli anni Settanta con la Roma odierna dei quartieri sfilacciati e del precariato abitativo.
La storia ci porta dentro la drammatica vicenda di Adolfo Wasem e di Sonia Mosquera, rapiti nel 1972 e sottoposti a dodici anni di isolamento e torture nei calabozos, i cunicoli sotterranei in cui fu rinchiuso il comitato direttivo dei Tupamaros. A quarant’anni di distanza, una maestra rimasta senza casa ritrova, durante l’ennesimo trasloco, un volume acquistato per appena cinquanta centesimi: Memorie dal calabozo. Questo libro diventa il punto di congiunzione esatto tra due mondi distanti nello spazio e nel tempo, un oggetto dal valore simbolico immenso che educa all’empatia e si trasforma in uno strumento di sopravvivenza. La protagonista lo porta con sé di casa in casa, e la sua lettura diventa la chiave per comprendere che la rivoluzione e la resistenza sono possibili ogni giorno, anche nelle condizioni più dolorose.

Il vero fulcro del romanzo risiede proprio nel concetto di prigione e nella sottomissione al potere altrui. Se da un lato Wasem subisce la ferocia inaudita del regime militare, dall’altro la maestra sperimenta una forma di povertà non manifesta, legata a una via crucis di affitti precari e a una solitudine subita in una Roma in cui la vita di quartiere e la rete sociale si sono sfilacciate e chi si trova in questa condizione di indigenza sommersa perde la facoltà di scegliere e finisce per subire le decisioni e i poteri degli altri, esattamente come accade dentro a una cella.
In questo scenario, “essere rivoluzionari oggi significa resistere a condizioni di vita estremamente difficili, mantenendo ferma la volontà di essere partecipi di ciò che accade e utilizzando gli strumenti a disposizione per fare la propria parte” dichiara Cenciatrelli. Per la protagonista, così come per l’autrice, questi strumenti sono la scuola e la scrittura: due rette parallele che corrono nella stessa direzione, ovvero quella dell’inclusione, dell’uguaglianza e della pace. “Insegnare e scrivere diventano quindi atti politici e civili, modalità concrete per opporsi alla disgregazione sociale. Si resiste scrivendo, si resiste trasmettendo questi valori tra i banchi”.
Ad arricchire la partitura del romanzo intervengono, come un canto in esilio che attraversa l’intera narrazione, i versi del grande intellettuale uruguaiano Mario Benedetti, che amplificano il senso di nostalgia, sradicamento e ostinata ricerca di libertà.
Il rivoluzionario e la maestra dimostra che perdere la casa, i soldi o i legami non significa dover rinunciare alla propria libertà o alla propria dignità. Cambiare casa, abbandonare un luogo per ricominciare da capo, mantenere dritto il proprio corpo davanti alle difficoltà del presente è, a tutti gli effetti, una rivoluzione contemporanea. Una storia dolorosa e necessaria che, partendo da un pezzo di memoria storica drammatico e poco studiato in Italia, finisce per parlare direttamente a ciascuno di noi.











