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E Se Ora Lontano: Stare fermi, guardare lontano

E Se Ora Lontano: Stare fermi, guardare lontano. C’è un momento, guardando E se ora, lontano, in cui ti accorgi che hai smesso di aspettare che succeda qualcosa.

Non è noia. È qualcosa di più simile alla resa — nel senso buono, in quel senso antico in cui arrendersi significa smettere di resistere e cominciare, finalmente, a ricevere. Quel momento, per me, è arrivato davanti a un’inquadratura fissa della pieve: la pietra chiara che assorbe la luce del pomeriggio umbro, un tavolo apparecchiato fuori, nell’ombra corta di fine estate, e sullo sfondo le colline che digradano morbidamente verso il Lago Trasimeno. Nessun movimento. Nessuna voce. Solo quella luce — radente, silenziosa, quasi pittorica — che si posa sulle cose come se avesse tutto il tempo del mondo.

Grafica Divina

E ho pensato: ecco un film che sa aspettare. In un’epoca in cui tutto — le serie, i reel, le notifiche, persino le conversazioni — è progettato per non lasciarti mai fermo, E se ora, lontano fa una cosa semplice e quasi sovversiva: rallenta. Decide che la lentezza non è un difetto da correggere ma un valore da abitare. E ti invita a fare lo stesso.

Massimo Selis, che firma regia, soggetto e sceneggiatura insieme a Belinda Bruni, è esplicito su questo nelle sue note: il film va guardato “con la disposizione all’ascolto, alla capacità di sorprendersi, a non cercare risposte e chiarimenti immediati.” Non è una premessa difensiva. È un invito preciso, quasi una partitura d’esecuzione. Come certe musiche che si capiscono solo se si smette di analizzarle e ci si lascia attraversare.

Undici giovani tra i venti e i ventisei anni, un’antica pieve sconsacrata sulle colline del Trasimeno, dieci giorni e dieci notti di convivenza. La struttura del film è questa, e non è quasi nient’altro. Non c’è una trama nel senso convenzionale. Non ci sono esperti che spiegano, non ci sono conclusioni che rassicurano, non c’è una voce fuori campo che orienta lo sguardo e dice al pubblico cosa pensare. C’è la realtà — o qualcosa di molto vicino alla realtà — che accade davanti alla camera e viene lasciata accadere.

I dialoghi nascono senza forzature. Emergono come emergono le conversazioni vere: con le esitazioni, con i cambi di direzione, con i silenzi che non vengono riempiti perché non devono esserlo. E sono questi silenzi, forse più di qualsiasi parola, a costituire l’ossatura emotiva del film. Selis li lascia stare. Non li taglia, non li comprime, non li sostituisce con musica o con immagini di raccordo. Li lascia respirare. E in quel respiro — se si è disposte a starci dentro — succede qualcosa di difficile da nominare ma facile da riconoscere: il tempo si dilata, e con lui la percezione.

Le immagini della pieve hanno, in più di un momento, il respiro di un dipinto fiammingo. La pietra antica che porta dentro di sé secoli di storia — di cui si hanno tracce fin dal 1100 — sembra emanare una luce propria, come se avesse assorbito tutta quella permanenza e ora la restituisse lentamente. I ragazzi che lavorano la terra, che apparecchiano i tavoli fuori, che siedono in cerchio la sera: ogni gesto è ripreso con quella pazienza rara che appartiene a chi guarda sapendo che il significato non va estratto ma atteso. La fotografia di Dario Di Viesto e dello stesso Selis costruisce inquadrature che non mostrano — custodiscono. Come si custodisce qualcosa di prezioso e fragile.

E il paesaggio umbro — le colline, la luce, il lago che si intravede in lontananza — non fa da cornice decorativa. È una presenza attiva, silenziosa e generosa. C’è qualcosa in quella terra che sembra sapere cose che noi abbiamo dimenticato. Una qualità dell’aria, un modo in cui la luce cambia nell’arco del giorno, una densità del silenzio che non opprime ma accoglie. Selis lo sa, e lascia che il paesaggio faccia il suo lavoro senza interferire.

Mi rendo conto, mentre scrivo, che sto cercando di descrivere un’esperienza sensoriale con strumenti che sono inevitabilmente insufficienti. È il limite di chi scrive di certi film: le parole arrivano dopo, e arrivano sempre un po’ in ritardo rispetto a quello che il corpo ha già registrato. Perché E se ora, lontano si riceve con il corpo prima che con la mente. Si sente nella variazione del respiro, nella tensione che si scioglie nelle spalle, nel modo in cui gli occhi smettono di cercare l’azione e cominciano semplicemente a posarsi sulle cose.

Selis stesso, nelle note di regia, scrive che ha voluto che “il film, la storia e i personaggi si rivelassero lentamente senza una precisa connessione logica, ma poetica.” La parola poetica qui non è ornamentale. Descrive una modalità di senso che funziona diversamente dalla logica causale: per assonanze, per risonanze, per accumulo d’immagini che lavorano sotto la soglia della comprensione conscia e arrivano alla superficie quando meno te lo aspetti — a volte giorni dopo la visione, in un momento qualunque, mentre sei ferma da qualche parte e un’immagine torna.

Questo è il segno dei film che lasciano il segno: non quelli che capisci subito, ma quelli che continuano a lavorare dentro di te dopo che le luci si sono riaccese.

Non so se riuscirò a convincervi ad avvicinarvi a questo film con la pazienza che richiede. So che viviamo in un’epoca che ha reso la pazienza una competenza rara, quasi controintuitiva. Ma so anche che quella competenza — quella capacità di stare nel presente di una scena, di abitare una pausa, di resistere all’impulso di sapere subito come va a finire — è esattamente quello che il film offre la possibilità di ritrovare. Per novanta minuti. Come un esercizio. Come una pratica.

Come un respiro lungo, finalmente, fino in fondo.

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