Incontriamo Maurizio Vaccaro autore del Libro La sera andavamo al Lido edito da Giovane Holden Edizioni.
- Da “uomo di mediazione e di trattativa” lei ha vissuto dagli anni 70 agli anni 2000, un periodo di “grandi conquiste sociali e civili”.
Maurizio Vaccaro quali sono state, dal suo punto di vista, le sfide più ardue e le dinamiche chiave che hanno regolato i rapporti tra industria, politica, e istituzioni in quel periodo?
Dopo l’ intenso e felice periodo della ricostruzione del Paese, si è progressivamente realizzato, con il concorso di una platea elettorale mediamente poco consapevole ed informata di un conseguente ceto politico che non ha saputo davvero esercitate un ruolo di guida e di governo, di una classe imprenditoriale perlopiù incline a gestire scelte di” nanismo aziendale” il grande “inganno “, una sorta di gabbia del “consenso” nei termini di un paralizzante freno all’ esercizio delle funzioni decisionali .
In questo clima l’impegno fondamentale di una classe dirigente, il “governare” si è riconvertito nella mortificante versione casalinga del” rigovernare” cioè del” riordinare” le stoviglie e la posateria di una sciatta e trascurata cucina familiare.
2) Il. suo racconto è” intriso della cultura liberale”.
In che modo questa prospettiva ha influenzato le sue decisioni professionali all’interno del pianeta Confindustria e nelle trattative che ha gestito a livello toscano e nazionale plasmando accordi importanti!
La cultura liberale, oltre che nell’ovvia ispirazione dei valori dell’illuminismo francese e del costituzionalismo anglosassone, vive a mio avviso in una ragionata disponibilità alla ricerca, in un approfondito senso critico, nella controllata propensione innovativa, in una non esibita autonomia intellettuale, in una piena agibilità nella progettazione di nuove regole.
Di tutto questo si avvalse la dirigenza professionale dell’Unione industriale pratese nel negoziare e concludere accordi decisamente “apripista” con cui si misurò la sua autorevolezza, il senso del ruolo, l’esercizio pieno di una responsabilità dirigente.
- Il libro si presenta anche come un “saggio politico “.
Quali sono le principali differenze e, eventualmente le similitudini tra il clima politico economico degli anni da lei descritti e quello attuale?
C’è qualcosa di specifico che da quelle esperienze potrebbe essere di monito per le sfide odierne?
Questo richiamo all’esercizio consapevole di ruoli dirigenti mi porta alle principali conclusioni del mio “Elogio della disuguaglianza”.
Benedetto Croce spiegava che ” chi più sente L’Aristocrazia più forte sente la Democrazia”.
In buona sostanza è dalla crescita qualitativa delle culture che la animano che conseguono la tenuta e il consolidamento delle democrazie liberali.
Occorre dunque immaginare proposte indicative di regole che, nel rispetto dell’universalità del suffragio, puntino a contenere e mitigare quella valanga imitativa che, dalla prevalente approssimazione della platea elettorale, si scarica sulle sedi della rappresentanza parlamentare e dunque sui luoghi di direzione di governo, in un percorso di reciproco peggioramento qualitativo.
In assenza di riequilibranti correttivi la Democrazia Liberale rischia di assumere i grigi connotati di una democrazia “sprecata” e colpevolmente devastata.
- “Non disperdere la memoria di quel periodo e di quei traguardi “.
Quale insegnamento più importante o consiglio pratico vorrebbe lasciare alle nuove generazioni, basandosi sulla sua lunga esperienza professionale e sul valore del lavoro che ha contribuito lei stesso a definire in un’epoca di profonde mutazioni?
R)Non mi sento, nonostante tutto, un lodatore dei tempi passati ma vivo con disagio i tempi presenti, temo soprattutto quelli futuri perché le generazioni che verranno rischiano di non conoscere il profumo soave e la delicatezza intensa del respiro liberale, le diversità ricercate con gioia, i doni rari e preziosi, i frutti dolci e benefici, le carezze desiderate, i sorrisi graditi propri delle Democrazie Liberali, alle quali, erose dalle plebi vocianti ,non basterà la protezione attenta e premurosa delle élite del Pensiero.
“Io non credo più in ciò che mi ha sempre appassionato: la Democrazia “.
(Clemenceau).
Grazie a Maurizio Vaccaro!











