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Fioly Bocca ci racconta “Quando la montagna era nostra”

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Appena uscito per Garzanti Editore “Quando la montagna era nostra” il nuovo romanzo di Fioly Bocca, scrittrice che ha saputo conquistare il cuore di moltissimi lettori in tutto il mondo… abbiamo approfittato della sua gentilezzam ma saperne subito di più ci faceva piacere 😉 ecco cosa ci siamo dette!

Che valore ha per te il ricordo?

Il ricordo contribuisce in larga misura a renderci quello che siamo. È la memoria a tenerci insieme, a renderci riconoscibili a noi stessi. La mente rielabora i ricordi in continuazione, trasfigura il nostro passato e ne fa qualcosa in cui ci identifichiamo. Questo libro è nato da una domanda precisa: cosa saremmo, noi, senza i nostri ricordi? Dina, l’anziana donna che vede sfumare il proprio passato, giorno dopo giorno, è frutto del mio tentativo di scavare intorno a queste considerazioni.
Personalmente, ho cominciato a scrivere, da ragazza, proprio per fare questo: fermare i momenti. Per tenere una traccia, seppure fragile, di questo flusso incessante che è la vita.

Quanto la natura ci appartiene?

Siamo noi, uomini e donne, ad appartenere alla natura e gran parte dei mali moderni, a mio avviso, deriva proprio dal non tenerne conto. Siamo una parte infinitesimale di essa, un granello nel suo vastissimo regno. Ce ne dimentichiamo spesso e tentiamo di addomesticarla, di relegarla sullo sfondo, di metterla al nostro servizio. Scordiamo di essere noi gli ospiti e lei la padrona di casa.
Per quanto mi riguarda, ho scelto di vivere e far vivere i miei figli in campagna, il più possibile a contatto con la natura, perché è necessaria al mio equilibrio psicofisico ed è la mia principale fonte di ispirazione. 

Quali gli occhi con i quali dovremmo guadare ciò che abbiamo attorno?

Sarebbe bello guardare tutto, sempre, con una buona dose di stupore. Non è sempre facile; abbiamo giorni veloci, caotici, sopraffatti da mille impegni. Bisognerebbe riscoprire tutto con lentezza; svegliarci all’alba per vedere, una volta ogni tanto, il sorgere del sole, sostituire una sera la televisione con lo spettacolo che offre la notte in un bosco o sulla riva di qualche fiume. Sarebbe sufficiente dedicare qualche minuto delle nostre giornate ad osservare lo scorrere delle stagioni su quanto ci sta attorno: il colore delle foglie sui rami, le fioriture, il variare della luce, le maestose partenze degli uccelli nei cieli d’autunno. Sarebbero momenti preziosi.
Scrive Franco Arminio: “Guarda le cose che stanno nel mondo/come se il tuo sguardo potesse salvarle”.
Forse la chiusura forzata a causa dell’epidemia ci ha dato una mano, in questo: nel non dare per scontato quello che succede ogni giorno alle piante del giardino, sul viale vicino a casa. Dovremmo non dimenticarlo, continuare a tenerne conto.

Quando la montagna è entrata nella tua vita? Cosa rappresenta per te?

La montagna è parte delle mie origini; sono per metà trentina, originaria di un borgo montano ancora piuttosto incontaminato. Alcuni dei ricordi più intensi e vividi della mia infanzia e della mia prima giovinezza sono legati a quel luogo.
Ho con i monti un rapporto radicato, intimo, che non si risolve in un semplice mi piace o non mi piace; certamente ha forgiato una parte importante di quello che sono. Anche perché sono certa che i luoghi che amiamo finiscano con l’abitarci.

Come hai costruito Corrado e Lena?

Per prima è venuta Lena, il suo ritorno alla casa natale, alla madre anziana cui prestare assistenza. Mi si è presentata come una donna di mezza età convinta che la vita non avesse più molto da offrirle; più nulla di emozionante, almeno. Ma proprio per mostrarle che l’esistenza è fonte inesauribile di sorpresa, è arrivato Corrado. Un uomo che lei aveva amato, molti anni prima, con un’intensità che non aveva poi ritrovato in nessun altro rapporto. Per i due, riprendere il filo della loro relazione interrotta, è un percorso accidentato, denso di non detti, di cose lasciate in sospeso e segreti mai rivelati.
Lena e Corrado sono due persone assolutamente normali -ammesso che si possa parlare in termini di normalità di ognuno di noi- che cercano di ritrovarsi, ma soprattutto di comprendersi, di andare oltre l’idea che si sono fatti uno dell’altro, per poter dire all’altro, davvero: ti conosco.

Cosa vorresti per questo libro?

È una domanda interessante, spinge a interrogarsi. La più onesta risposta che ho trovato: vorrei che questa storia arrivasse a quanti più lettori possibile. Che trovasse una strada -o meglio un sentiero, visto che di montagna si tratta- che la conduca dove può essere accolta bene. Dove può portare qualcosa, anche piccola; qualche ora di buona compagnia, un panorama inatteso.

Intervista di: Elena Torre

Foto di: Irene Brusa

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