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Motoko Iwasaki interprete, trduttrice e molto altro

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Motoko Iwasaki, traduttrice, interprete, coordinatrice di eventi culturali, collabora con Il Golosario ed è qui alla sua prima prova letteraria: Un cuore da nutrire. Veniamo trasportati, con uno stile scorrevole e spesso onomatopeico, in un mondo ricco di fascino dove scopriremo le molteplici, e spesso sconosciute, sfaccettature della cucina giapponese. Ogni racconto è legato ad un ricordo dell’autrice, ad un determinato cibo e siamo trasportati visivamente e sentimentalmente in Giappone scoprendo ancora una volta il fascino di questa nazione ancora tutta da scoprire.

Leggendo il suo libro è palese di quanto noi in Italia si abbia una visione limitata della cucina giapponese. Questo secondo lei a cosa è dovuto?

Non vorrei rispondere a questa domanda dicendo che questo fatto è semplicemente dovuto alle restrizioni all’importazione, anche se ci sono ancora oggi molti ingredienti base della cucina giapponese, ad esempio alga kombu e tonno secco (katsuobushi) che servono a fare il brodo dashi, quasi impossibili da importare direttamente dal Giappone.  In occasione dell’Expo a Milano infatti per realizzare la cucina regionale di ogni prefettura il governo giapponese ha dovuto fare un migliaio di richieste speciali di importazione.

Prima dell’expo nella mentalità dei Giapponesi l’idea di promuovere la loro cucina tradizionale all’estero non esisteva. Anzi, non credevamo che la nostra cucina potesse essere gradita agli stranieri. Dagli anni ’90, grazie al boom della moda italiana, è sbarcata in Giappone anche la cucina italiana con buoni prodotti. Avevamo una grande sete di cultura italiana lasciando un po’ da parte la nostra cultura.

Nell’anno 2000 sono venuta in Italia a vivere per sempre. Nella zona di Biella, dove abito io, per fortuna molte persone conoscevano il Giappone come partner del business per il tessile. E alcuni di loro mi chiedevano di preparare il sushi. A tavola la metà di persone rimaneva entusiasta e l’altra metà perplessa. A quel periodo eravamo così lontani, ma dopo 20 anni le cose stanno cambiando. 

La cucina giapponese pare cristallizzata ed immobile nel tempo, ha sempre un fascino legato ai ricordi, alla famiglia. Secondo lei questo sentimento è così più forte in Giappone rispetto all’Italia?

Credevo di sì; ho iniziato a scrivere questo libro con l’intenzione di far vivere agli Italiani i sentimenti che ho provato nel mio passato e per dare un approccio diverso al Giappone. Invece molti commenti ricevuti mi dicono che i miei racconti hanno fatto ricordare la loro casa e il tempo passato con i loro nonni o i genitori. Per me è stata una bellissima sorpresa e ho capito che sia Giapponesi che Italiani possiedono un forte legame con la famiglia.

Ma devo dire che per Giapponesi i ricordi della cucina di famiglia sono un po’ particolari; per noi è difficile esprimere con i familiari alcuni sentimenti, soprattutto quelli più teneri o di affetto si tende a seppellirli in fondo al cuore. Questo è forse dovuto alla lunga storia di società maschilista da samurai. Questo ci ha fatto diventare esperti nel leggere i sentimenti degli altri dai piccoli gesti e dai comportamenti e molti di questi sono legati alla cucina o ai gusti tradizionali.

Il suo libro tratta di varie tipologie del cibo partendo dal significato più alto e, verrebbe da dire, sacro del cucinare.

Ho scelto di iniziare questo libro quasi istintivamente con il racconto del Tenzo, capocuoco del Monastero Zen, Eihei-ji e poi della zuppa di miso che preparava mio padre tutte le mattine, quindi da un discorso di elevata spiritualità seguito da un semplice piatto quotidiano. Apparentemente sembrano due cose che non c’entrino ma, dai piccoli sentimenti che può provare chiunque nella vita di tutti i giorni ci si può sollevare fino alla verità, alla magnanimità chiamata “Daishin”, di cui mi ha parlato il monaco Tenzo. È il cuore grande come una montagna o come un oceano da conquistare, insieme a “Kishin”, la gioia di cucinare e di ricevere un pasto, e a “Rōshin”, la sicurezza come quella che dà la madre ai suoi figli.

Mi è capitato più di una volta con un certo disappunto di sentire un occidentale che definisce il buddhismo una specie di filosofia senza considerare l’importanza dell’esperienza fisica nell’attività religiosa e spirituale per noi, orientali in genere. 

Quando avevo fatto la richiesta dell’intervista al Tenzo, il monaco ispettore del dogma, mi interrogò sulla importanza dell’apprendimento nel tempo attraverso l’esperienza e in quel momento non sono riuscita a rispondergli perché è questo libro la vera risposta.

Attraverso i suoi ricordi legati alla sua vita, alla famiglia, al lavoro riaffiora anche la descrizione dei luoghi in cui ha vissuto. E’ molto cambiato il Giappone rispetto a quando vi ha vissuto lei?

Dopo la guerra mondiale le progettazioni urbanistiche in Giappone sempre hanno dato la priorità alla comodità e allo sviluppo economico. Cavi d’elettricità, insegne dai colori pungenti all’occhio lungo la strada, edifici cementati, a volte mi scappa di dire di non voler più ritornare in questo posto, sia al centro di Tokyo che in campagna.  Qualche anno fa quando sono tornata a Fukui, dove sono nata, davanti alla stazione c’era in cantiere per costruire un piazzale con delle figure gigantesche di dinosauri.
Beati voi perché il paesaggio viene comunque protetto dal piano regolatore e dal senso di bellezza che ha ognuno di voi, Italiani.

Nello stesso tempo vorrei dire che noi Giapponesi, sappiamo prendere fiato anche soltanto con un fiore di campo messo in un piccolo vaso sull’angolo di un corridoio. Quella bellezza a volte può valere come un albero secolare di ciliegio.

Nel libro parla anche di cerimonia del tè ed ogni capitolo è introdotto da una sua calligrafia. Cosa le hanno insegnato le arti tradizionali giapponesi?


Ho moltissimo da dire su questo argomento ma in sostanza ho imparato ad eliminare gli eccessi o ad avere il coraggio di non esagerare, lasciandomi guidare dalle regole create dal tempo antico e dialogare di più con la natura di ogni cosa, tenendo sotto controllo il mio ego per farla fiorire al meglio.

Questo mi è servito anche per scrivere. Invece di aggiungere una parola in più vedevo se ci fosse qualche parola o una frase inutile da eliminare.  Era come capire con l’Ikebana quale ramo o foglia eliminare.  Una volta che tagli non puoi tornare indietro, quindi diventa un dialogo importante con l’oggetto. Ritengo, grazie alla mia esperienza della cerimonia del tè e dell’ikebana, di esserci abbastanza riuscita. 

Nelle calligrafie, anche se ho ripreso il pennello dopo quasi 30 anni, mi sono divertita a percepire la velocità dell’assorbimento dell’inchiostro sulla carta.

La sezione centrale è costellata da una serie di fotografie. Può dirci come è nata la collaborazione con Manda e in base a quale criterio avete scelto le foto da proporre?

Con Yasufumi Manda ho girato tutto il nord Italia per lavoro con una rivista giapponese nell’arco di 5 anni. Durante questi viaggi il suo modo di catturare il momento più naturale degli Italiani mi ha impressionato molto. Al momento di pubblicare questo libro senza dubbio volevo inserire le sue foto relative ai miei racconti. Alla mia proposta lui mi ha subito richiesto di spedire i testi per leggerli e tutto il resto l’ho lasciato nelle sue mani. Due settimane dopo mi ha chiesto se potesse andare al Monastero Eihei-ji anche se non era stato previsto. Non appena ho accettato lui è saltato sul pullman notturno da Tokyo e il giorno dopo mi ha già mandato gli scatti degli angoli di quel tempio a cui avrei dovuto essere abituata, invece erano di un altro mondo. Mi piacerebbe farvi vedere alcune foto che purtroppo non abbiamo potuto pubblicare. 

Articolo di: Luca Ramacciotti

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