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Al cinema vola Dumbo di Tim Burton ed è subito un successo

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Recensione film “Dumbo” (T. Burton, 2018)

Confesso di aver sempre accuratamente evitato la visione di “Dumbo” da piccola perché mi era sempre sembrato un cartone animato molto triste, fin dai colori e dalla grafica.

Il nuovo “Dumbo” proposto da Tim Burton è più di un remake, è un nuovo film nei contenuti e nell’estetica e che mi ha suscitato interesse per la centralità che Burton ha dato al tema del diverso.

La trama prende solo avvio da quello che è stato il “Dumbo” originale del 1941, prodotto rapidamente e a basso costo dalla Disney per cercare di rimettere in pari i bilanci dopo il flop di “Fantasia”.

Il cartone ebbe un buon successo. Nella rielaborazione di Burton la storia originale copre solo la parte iniziale del libro, il resto della storia, attualmente in circolo nelle nostre sale, è basata su come Dumbo riesce a fare del proprio difetto congenito, le orecchie grandissime, uno strumento di rivalsa e successo personale utile per conseguire il suo scopo: ricongiungersi con la mamma.

Il film, realizzato con la computer animation, si focalizza su alcuni aspetti fondamentali nello sviluppo del bambino e del modo in cui gli adulti trattano spesso superficialmente il mondo infantile. Il tema del diverso e l’autoaffermazione di sé sono al centro della storia di “Dumbo”, il cui significato “tonto” viene esplicitato all’inizo del film.

La presa in giro, il ribrezzo, l’esclusione, sono rappresentate senza sconto nelle varie sequenze del film. Infatti la fisionomia di Dumbo e la sua capacità ricorsiva di fare le cose sempre nello stesso modo, lo rendono diverso dagli altri, ma sarà proprio grazie all’amicizia con la ragazzina Milly, riesce a fare del suo difetto uno strumento per conoscere se stesso e realizzare i propri sogni.

Milly è una delle figure più importanti del film: cresciuta nell’ambiente magico del circo, ama le scienze e persegue la sua passione scontrandosi con le aspettative paterne. Un’eroina contemporanea, apparentemente anche troppo saggia, ma che nei momenti più intensi si lascia andare ai sentimenti e alle contraddizioni della propria età.

Una ragazzina che ama le scienze, che cerca di valere per ciò che sa e non per ciò che appare è un modello interessante con cui paragonarsi per gli spettatori più piccoli e le loro famiglie. È emozionante vedere la caparbietà, la determinazione, la solidarietà con cui Milly cerca di allenare Dumbo per ritrovare la mamma. E in questa stessa caparbietà Milly trova il coraggio di perseguire il suo sogno, aprendo i suoi studi scientifici su una delle magie più meravigliose del novecento: il cinema.

Altra figura femminile di spicco è Colette, trapezista interpretata grandiosamente da Eva Green. Una donna istintiva che tiene in grande considerazione i più deboli e i più piccoli: nei suoi voli si rivedono le icone del cinema che sul trapezio hanno fatto la storia.

Il legame leggerezza pesantezza, esemplificata nel trinomio piuma-volo-elefante, resa bene anche nella locandina, trova nelle sequenze tra Colette e Dumbo uno degli aspetti più significativi del film. Questo tema, come molti altri presenti nella storia, si adattano a una lettura stratificata, capace di abbracciare sia i piccoli che i grandi.

Nel film due luoghi si fronteggiano, il circo e “DreamLand” (parco divertimenti tematico di chiara ispirazione disneyana) che risultano essere anche due modi di vivere fra cui si apre un finale quasi “animalista” improntato al rispetto delle differenze e dei bisogni di ogni essere vivente.

Il circo, con i suoi colori, la sua precarietà, il suo movimento, la sua magia risulta essere lo spazio perfetto per i personaggi adatti allo stile di Tim Burton, sospesi tra possibile e impossibile, ognuno nella propria grottesca e amabile diversità. Nella rappresentazione del circo come luogo fisico e comunità è facile sentire le suggestioni felliniane che riecheggiano nei costumi, nelle inquadrature, nei clown e nelle figure femminili.

Tra i personaggi spicca una particolare florida donna Sirena a cui Elisa dà la voce nella canzone “Bimbo mio”. Sul fronte opposto  si afferma il parco divertimenti come intrattenimento finalizzato agli introiti e al business e che assume i contorni noir cari al regista. Non a caso è ribadito nel film il particolare svolgimento storico e geografico, la crisi economica americana tra le due guerre.

Dumbo, animale protagonista che non parla ma guarda è l’emblema stesso della visione: è dai suoi occhi, resi vividi dalla tecnica grafica, che il regista ci fa guardare il mondo, gli occhi che spesso i grandi dimenticano di avere in qualche angolo del cuore.

Recensione di: Erika Pucci

www.erikaluna.net

Foto: orgoglio nerd

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