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Conosciamo meglio Paolo Calabrò

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Paolo Calabrò, di formazione scientifica e filosofica, è nato a Napoli e vive a Caserta. Dopo due saggi filosofici, ha pubblicato con l’editore Il Prato di Padova il suo primo romanzo, dal titolo “L’intransigenza. I gialli del Dio perverso”. Per lo stesso editore, è appena uscito il volume “C’è un sole che si muore”, antologia di 11 racconti, gialli e noir, che ha curato insieme a Diana Lama.\r\n\r\n \r\n\r\nÈ appena uscita una raccolta gialla e noir che ti vede in veste sia di autore che di curatore insieme a Diana Lama. Ti senti più giallo o noir?! 🙂\r\n\r\nÈ una domanda difficile: perché le due anime coesistono sempre, quella nera che segue i percorsi della mente criminale, e quella gialla che cerca di ricomporre l’ordine infranto dal delitto. In realtà oggi anche il più puro dei gialli, appena si metta a raccontare un minimo la realtà, sconfina subito nel noir.\r\n\r\n \r\n\r\nCome è stato lavorare a quattro mani come curatore, cosa avete messo in campo? In che cosa tu e Diana vi assomigliate e in cosa siete distanti?\r\n\r\nIn cosa siamo distanti? Semplice: lei è molto più brava di me! Siamo vicini invece in NapoliNoir, l’associazione di scrittori che ha patrocinato quest’iniziativa e la sta supportando in maniera eccellente: per cui colgo l’occasione per ringraziare in particolare Ugo Mazzotta e Luciana Scepi. Questo libro è stato un gran bel lavoro di squadra, che l’editore ha voluto da subito, con grande generosità. E, credo, anche con grande lungimiranza: Napoli ospita una miriade di autori di crime, ma era l’unica città a non aver ancora ricevuto un’antologia che ne celebrasse il fermento. L’editore Il Prato ha “posto rimedio”, per così dire.\r\n\r\n \r\n\r\nTanti racconti, tanti autori: con quale criterio li avete selezionati?\r\n\r\nColgo l’occasione per ringraziare tutti gli autori, che con spontaneità hanno detto “sì” e ci hanno offerto contributi di livello molto elevato, rendendo il nostro lavoro di curatori semplice e leggero. Il criterio è stato la qualità: ogni autore ha un curriculum biobibliografico di spessore, da Diego Lama – vincitore del Premio Alberto Tedeschi-Giallo Mondadori per il 2015 – a Francesco Costa – autore, attore, sceneggiatore pluripremiato che non ha bisogno di presentazioni; da Sibyl von der Schulenburg – direttrice della collana “Gli antidoti”, che ci ospita, Premio Luzi 2015 e Premio Pannunzio 2015 – a Riccardo Fabrizi, qui al suo esordio in narrativa, ma già al cinema, proprio in questi giorni, con la pellicola da lui sceneggiata “Una nobile causa”, interpretato tra gli altri da Antonio Catania e Francesca Reggiani.\r\n\r\n \r\n\r\nIl legame con Napoli è fortissimo e la città è più che protagonista. Quanto e come sei legato a questo territorio?\r\n\r\nSono nato a Napoli, dove ho vissuto per 31 anni. Dopo il matrimonio, 14 anni fa, mi sono trasferito a Caserta (ebbene sì, ne ho 45). Lo spostamento mi ha costretto – ed è stato un gran bene – a conoscere e a ri-conoscere che la “napoletanità” non è solo Napoli. Da qui l’esigenza che in questa antologia si parlasse non solo del capoluogo, ma anche di Caserta, appunto, di Salerno, delle pendici del Vesuvio, della costa del Cilento… ogni angolo della Campania è buono per un delitto!\r\n\r\n \r\n\r\nQual è la vera anima di questa terra?\r\n\r\nQuesta domanda è la più difficile di tutte: racchiudere un’anima in delle parole. Non si può fare; forse perché Napoli – e con questo, come dicevo, intendo tutta la terra napoletana, che una volta era il Regno delle Due Sicilie, oggi è la Campania, dove si parla ancora la lingua tipica, nelle sue mille varianti – alla fine, non è tanto ciò che ne dici, ne pensi, ne scrivi, ma ciò che rimane in fondo, quando tutto questo si è depositato. È quella cosa che ti porti dietro, o meglio dentro, di cui non ti accorgi. Come l’accento che hai quando parli: solo chi ti ascolta nota che hai una cadenza tipicamente napoletana; ma tu non sapresti dire com’è.\r\n\r\n \r\n\r\nCosa hai dato e cosa hai preso da questa esperienza di curatore?\r\n\r\nHo preso tutto: la soddisfazione, il piacere di incontrare tanti nuovi amici che hanno tante cose belle da dire, l’esperienza di coordinare un lavoro che ha richiesto un grande sforzo (tanto noi curatori quanto l’editore abbiamo dovuto sostenere ritmi di lavoro forsennati, per permettere l’uscita del libro prima dell’estate). Una sola cosa, forse, potrei dire di aver dato: l’attenzione – condivisa poi da tutti gli autori – verso la lingua napoletana, in particolare nella sua forma scritta. Di fronte a una marea di pubblicazioni, anche prestigiose, di autori locali che scrivono il dialetto in maniera impropria, per non dire sciatta, rivendico immodestamente una cura verso l’ortografia e la grammatica del napoletano che – posso dire senza tema di smentita, lo sottolineo anche in occasione delle recensioni che scrivo – è ben rara da trovare.\r\n\r\n \r\n\r\nPerché secondo te c’è sempre così tanta attenzione verso la parte più oscura del nostro vivere?\r\n\r\nQualcuno ha osservato, giustamente, che la nostra è un’epoca ben strana: la gente paga per acquistare libri… affinché questi la spaventino! Siamo già però nell’ambito del thriller, o più specificamente dell’horror. Mi piace credere che si leggano il giallo e il noir, invece, perché si ha voglia di capire: capire come sia possibile che l’umanità, talvolta, abbia derive tanto criminali. Jean-Patrick Manchette ha scritto (e non è stato il solo) che “il noir rappresenta l’unica grande letteratura morale della nostra epoca”. La voglia di comprendere, di trovare una spiegazione: credo che sia questo. Almeno, questo è il motivo per cui scrivo queste storie.\r\n\r\n \r\n\r\nIntervista di: Lucrezia Monti

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