La Terra del Fuoco, diretto da Hana Jušić e distribuito da Emerafilm, è uno dei film europei che nell’ultimo anno hanno girato di più nei festival. Ha avuto la prima mondiale nel Concorso Internazionale di Locarno 2025, dove Manuela Martelli e Ana Marija Veselčić hanno vinto ex aequo il Pardo per la migliore interpretazione. Poi è passato da Busan, Vancouver, São Paulo e Salonicco, e ha raccolto altri premi. È una coproduzione tra Croazia, Italia, Romania, Grecia, Francia e Slovenia, ma resta un film con una firma ben riconoscibile. Jušić aveva esordito con Quit Staring at My Plate, alle Giornate degli Autori di Venezia nel 2016 e poi in più di cento festival. Qui passa al film in costume, con uno sguardo molto contemporaneo. Siamo all’inizio del Novecento, sulle montagne della Croazia meridionale. In una comunità di pastori, governata da tradizioni rigide, arriva Teresa, una donna cilena che dice di essere la vedova di un emigrato croato mai tornato dall’oceano. Nessuno sa chi sia davvero.
Ci si aspetterebbe un film di rivelazioni, e invece non ce ne sono. La tensione nasce da piccole cose che si sommano: uno sguardo trattenuto, un gesto che si ripete, una distanza che cambia, un silenzio più pesante di una frase. Il mistero di Teresa non serve a far avanzare la trama. Serve a cambiare, lentamente, il modo in cui gli abitanti vedono lei e se stessi. Sembra un thriller psicologico, ma è fatto di giornate normali e di attesa. Anche il paesaggio lavora in questo senso. La fotografia di Jana Plećaš mostra le montagne aspre della Croazia meridionale con la loro durezza e anche con una bellezza da pascolo, e le fa sentire quasi ostili. Gli spazi sono enormi e non lasciano via d’uscita. In questo ambiente il bisogno di appartenere si mescola al sospetto a ogni incontro tra Teresa e la comunità.
Il cuore del film sono le donne. Per Milena, Teresa è la prova che si può immaginare una vita diversa da quella decisa dalla comunità e dal sistema patriarcale. Jušić però non ne fa una semplice storia di emancipazione. Le due si avvicinano perché sono entrambe ai margini e perché nessuna delle due riesce a dire fino in fondo ciò che prova. Il tema più forte è la comunicazione. Jušić parla di un linguaggio “sempre inadeguato”, e la relazione tra Teresa, Milena e Ilija si regge proprio sulla fatica di trovare parole comuni. Senza i mezzi di sempre, i personaggi si riconoscono comunque: restano gli sguardi, i gesti, la presenza dell’altro. È una delle idee più belle del film, perché per capire qualcuno non serve per forza poterci parlare. Il montaggio di Jan Klemsche alterna il tempo fermo della vita rurale a quello interiore dei personaggi, senza spiegare i passaggi. Il ritmo è lento, ma la tensione non cala, perché ogni minima variazione conta. La colonna sonora è di Stavros Evangelou, Iris Asimakopoulou e Vasilis Chontos. Unisce suoni elettronici ispirati alla kosmische musik degli anni Settanta al flauto delle tradizioni balcaniche, e la musica sembra venire insieme dal passato e da un luogo estraneo a esso, tra storia e mito.










