Carmine Padula aveva diciassette anni quando incontrò Giacomo Campiotti ad Assisi. Poco dopo firmava la musica di Ognuno è perfetto, e da lì il sodalizio non si è più fermato: serie, film, biografie, e un compositore che cresce film dopo film. Con Il mio nome è Carlo la situazione però è diversa. Campiotti racconta Carlo Acutis, un ragazzo di oggi diventato santo, e per una storia così non esistono vere colonne sonore a cui guardare. Padula parla di un “salto nel buio creativo”, e si capisce: manca il modello da seguire o da evitare. Bisogna ascoltare il personaggio e capire che suono possa avere. Il punto di partenza è il pianoforte, suonato in modo raccolto e intimo, vicinissimo a chi ascolta. La scrittura è minimalista e neoclassica, ma più calda di quanto spesso lo siano questi generi. Poi il suono si apre: entra la Independent Cinematic Orchestra e la musica diventa sinfonica, senza però coprire le immagini. Il pianoforte porta l’ascoltatore vicino a Carlo, l’orchestra allarga lo sguardo. A funzionare non è la semplicità dell’idea, ma il lavoro di orchestrazione che la tiene riconoscibile anche quando cresce.
Padula dice di essersi lasciato guidare da tre cose: la luce, l’energia e la fragilità del personaggio. Nella partitura diventano stati d’animo più che temi riconoscibili, e permettono alla musica di restituire un Carlo complesso, a cui la santità non toglie la quotidianità.
Il lavoro è stato collettivo. Alberto Mina (violino), Eduardo Caiazza (viola) e Luca Pincini (violoncello) danno profondità agli archi; Antonio Pizzarelli aggiunge sax e clarinetto, Giuseppe La Sala la chitarra. Padula resta al pianoforte e ai synth, con Filippo Signorini come primo assistente. Damiano Antinori ha montato le musiche, Fabio Ferri ha curato registrazioni e missaggi agli Abbey Rocchi Studios, e RTI ha seguito edizioni e coordinamento. Colpisce anche la musica che nel film suona “dentro” la scena. Padula ne ha composta gran parte, comprese le rivisitazioni della tradizione musicale dello Sri Lanka legate a uno degli amici cingalesi di Carlo. Non sono un tocco di colore: fanno parte dell’ambiente in cui il protagonista vive, e tengono la spiritualità dentro la vita di tutti i giorni invece di isolarla.










