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Sanmartin il viaggio come forma della memoria

Il viaggio, in Sanmartin, non è una metafora appoggiata a posteriori sulle canzoni: è la struttura profonda del disco. Quello che interessa a Umberto Poli e Ricky Avataneo, anima dei Grama Tera, non è soltanto raccontare chi parte, ma capire cosa rimane nelle persone quando partire diventa inevitabile. Una differenza sostanziale, che sposta il discorso dalla geografia alla memoria, dal movimento fisico alle relazioni che ci portiamo dietro.

Il titolo arriva da un’espressione antica, “fare San Martino”, legata all’11 novembre, quando nella tradizione contadina terminavano i lavori agricoli e scadevano molti contratti di lavoro e mezzadria. Chi non veniva riconfermato doveva lasciare casa e campi per cercare altrove un nuovo impiego e una nuova sistemazione. Traslocare, dunque, ma anche ricominciare. In quella formula apparentemente semplice è racchiuso il cuore di Sanmartin: ogni partenza comporta una perdita, ma anche la possibilità di un nuovo inizio.

È un’idea antica che il disco riesce a rendere sorprendentemente contemporanea. Ancora oggi si parte per lavorare, per necessità, per amore, per fuggire o perché il luogo in cui si vive non sembra più offrire un futuro. Cambiano i mezzi di trasporto e le destinazioni, ma il sentimento resta. Per questo le storie piemontesi raccolte dai Grama Tera non hanno nulla di provinciale: parlano di una condizione umana universale.

Poli e Avataneo affrontano questo materiale con un rispetto che non coincide mai con la conservazione. La tradizione non è una fotografia da proteggere dall’usura del tempo, ma una lingua ancora capace di evolversi. Da qui nasce un disco in cui folk, blues e rock si incontrano senza rinunciare alle rispettive identità. La ricerca sulle fonti convive con una sensibilità vicina alla grande canzone d’autore e con arrangiamenti che guardano tanto al Piemonte quanto alla tradizione folk americana.

Il risultato è convincente perché la contaminazione non sembra mai un artificio. Banjo, bouzouki, mandolino, ukulele e chitarra elettrica dialogano con violino, ghironda, organetto, fisarmonica, piva e violoncello, mentre basso, percussioni e sax ampliano ulteriormente il paesaggio sonoro. Strumenti appartenenti a mondi diversi vengono messi in relazione proprio come le storie del disco: senza cancellare le differenze, ma facendo emergere ciò che possono condividere.

Questa dimensione collettiva è fondamentale. Sanmartin nasce dalla collaborazione di numerosi musicisti e riproduce, nella sua stessa forma, il funzionamento della memoria orale: una voce racconta, un’altra raccoglie, qualcuno aggiunge un dettaglio, qualcun altro trasforma una melodia. La canzone popolare è anche una forma di relazione, perché nel momento in cui viene tramandata cambia, si arricchisce e prende nuove strade.

È una prospettiva che permette di comprendere la presenza di storie come quelle evocate da “Taboj”, “Fare fortuna”, “Io parto per l’America”, “Farfalla di Caraglio”, “Naufragi dla barca Valentin-a” e “Anteo”. Non sono semplici episodi accomunati dallo stesso tema, ma racconti che esplorano le diverse possibilità dell’esistenza davanti alla necessità di scegliere se partire, restare, tornare o ricominciare. L’incontro tra persone, l’emigrazione, la memoria familiare, la cronaca trasformata in racconto e la scelta di rimanere diventano parti di un’unica domanda: quanto siamo definiti dai luoghi che lasciamo e quanto da quelli che decidiamo di non lasciare?

È qui che Sanmartin rivela il suo legame più forte con la grande canzone d’autore. Non nella ricerca della frase a effetto, ma nella capacità di osservare le vite comuni con attenzione e rispetto. Le vicende narrate affondano le radici nel Monferrato, nelle montagne, nelle campagne e nelle comunità piemontesi, senza però rimanere confinate a quei territori. Una memoria familiare può diventare quella di molti, una storia di emigrazione parlare a chiunque abbia conosciuto la distanza e una cronaca di paese trasformarsi in una riflessione sulla perdita.

Anche il rapporto con il dialetto va letto in questa direzione. Il piemontese non è un semplice elemento folkloristico o un certificato di appartenenza, ma la lingua attraverso cui determinate storie conservano la loro temperatura, il loro ritmo e il loro modo particolare di guardare il mondo. Accanto all’italiano, contribuisce a creare un disco profondamente radicato e, allo stesso tempo, capace di superare i propri confini. Più è locale, più riesce a diventare universale.

La memoria, quando viene trattata come qualcosa di immobile, rischia di trasformarsi in nostalgia. Quando invece passa attraverso la musica, può continuare a cambiare. I Grama Tera costruiscono così un album in cui il passato non viene celebrato soltanto perché tale, ma interrogato per comprendere il presente.

Per questo il viaggio di Sanmartin non finisce con le canzoni. Rimane l’idea che una storia conservata dalla memoria possa ancora incontrare qualcuno, altrove e in un altro tempo; che una voce ascoltata in una casa di campagna attraversi una generazione, che una parola in piemontese arrivi a chi non l’ha mai parlato e che una vecchia ballata sappia raccontare qualcosa anche a chi vive in un mondo completamente diverso.

È questa la forza del nuovo album dei Grama Tera: trasformare memoria collettiva, storie personali e ricerca musicale in una materia viva, capace di parlare al presente senza cedere alla nostalgia. Sanmartin dimostra che una canzone popolare non vive perché appartiene al passato, ma perché continua a trovare qualcuno disposto ad ascoltarla, reinterpretarla e portarla avanti.

Il viaggio raccontato da Poli e Avataneo diventa allora quello delle canzoni stesse: da una voce all’altra, da una terra all’altra, da una generazione all’altra, finché ciò che sembrava appartenere soltanto a qualcuno diventa, ancora una volta, patrimonio di tutti.

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