Nicola Galli è consulente finanziario e gentleman rider. Ha montato per anni nelle corse per dilettanti degli ippodromi lombardi e piemontesi, a cominciare dalle Bettole di Varese. Proprietario e cavaliere di Micolo dal 1996 alla sua morte, nel 2021, oggi fa correre i suoi cavalli in Francia sotto i colori della Scuderia Micolo. Per una parola è il suo primo libro.
Non è la favola di un cavallo che vince per amore. È una confessione che rifiuta di diventare favola. Ogni capitolo si apre su un dato freddo e controllabile – trecento chili, cinquemila sterline, sei lettere, tre o quattro minuti – perché «un’emozione non si confuta, una cifra sì». Il racconto segue il calendario, senza conoscere la fine in anticipo, e in fondo al volume c’è il libro mastro di Micolo: le 124 righe del registro delle corse, che il lettore può usare per verificare, e smentire, quello che ha letto.
Ne nasce un libro che parla di ippica ma soprattutto di responsabilità: di che cosa vuol dire possedere un animale, del prezzo stampato accanto a un nome, della fiducia data e tradita, e del modo in cui raccontiamo le storie per farle tornare. Anche la prefazione è un atto d’accusa: Filippo Brusa, il giornalista che nel 2021 intervistò Galli in televisione e nel 2026 trasformò quella storia in un servizio commovente, rimette in fila i propri errori e mette in guardia il lettore dallo «storytelling come procedura»
Nell’introduzione di Per una parola Micolo, firmata da Filippo Brusa, si riflette sul fatto che persino l’autoaccusa, se scritta bene, rischia di diventare una bella storia che cerca l’assoluzione del lettore. Nel mettere nero su bianco questa storia, come ha fatto a evitare la tentazione di edulcorare i suoi errori o di fare in modo che la confessione sembrasse una forma di redenzione?
Non so se ci sia riuscito completamente. Raccontare la propria vita significa anche confrontarsi con la tentazione di giustificarsi, soprattutto quando certi ricordi fanno male. Ho cercato di attenermi ai fatti e, quando possibile, ai documenti, distinguendo ciò che so da quello che il tempo può aver modificato nella memoria. Affidare Micolo ad altre persone fu una decisione mia, ed è una responsabilità che non posso trasferire a nessuno. Avrei potuto raccontare soprattutto l’amore che ci ha legati, tacendo le scelte meno felici. Sarebbe stato più semplice, ma anche meno sincero. L’affetto, per quanto profondo, non cancella gli errori. Non ho scritto per ottenere comprensione o perdono, bensì per lasciare una testimonianza completa, anche nei passaggi in cui so di avere totalmente sbagliato.

Lei racconta di aver firmato il foglio della fida spinto anche dalla “comodità” e di aver ritrovato Micolo ridotto a trecento chili. Ripercorrendo quel momento, quanto c’è in questo libro del tentativo di espiare l’illusione di poter “possedere” un animale senza pagarne fino in fondo il reale prezzo umano ed emotivo?
La parola «comodità» mi mette a disagio, ma descrive bene la mia scelta. Nel 2005 non avevo le risorse per mantenere Micolo ed accettai di affidarlo ad un’amica amazzone che prometteva di accudirlo. Mi fidai senza verificare. Quando lo ritrovai pesava trecento chili invece di seicento: alla rabbia verso chi lo aveva ridotto così si aggiunse la vergogna per non aver controllato. Il dolore più grande fu vedere che, nonostante tutto, riconosceva ancora la mia voce e distrusse il box per venire da me. Avevo conquistato la sua fiducia in tanti anni e non ero stato capace di proteggerla. Da quel giorno decisi che non ci saremmo più separati. Le cure e il tempo trascorso insieme non hanno cancellato ciò che era successo, ma hanno rappresentato il modo più concreto che conoscessi per assumermi quella responsabilità.
Nel rapporto con Micolo, descritto come un cavallo segnato dalla paura più che dalla cattiveria, la svolta non passa mai per la coercizione o la frusta, ma per la voce, la menta e la pazienza delle cinque del mattino. Pensa che questo codice comunicativo intimo sia stata l’unica via per colmare la distanza tra il mondo del “banco” (i calcoli, la finanza, i numeri) e l’istinto dell’animale?
Devo correggere una premessa: non sono stato sempre paziente e non intendo presentarmi come un esempio. Con Micolo ho commesso errori, compreso l’uso occasionale della frusta e la decisione di farlo castrare, sperando che diventasse più docile. Era un cavallo dominato dalla paura, non dalla cattiveria, e mi occorse molto tempo per comprenderlo. Non fu qualcuno a insegnarmi come trattarlo: dovetti conoscerlo attraverso la vicinanza quotidiana, osservando le sue reazioni e imparando a rispettare i suoi tempi. La voce, le caramelle alla menta e le mattine trascorse insieme costruirono lentamente la nostra intesa. In banca sono abituato a decidere e cercare soluzioni; con lui capii che non potevo imporre un risultato. Alla fine bastava pronunciare il suo nome. Quella fiducia non era obbedienza: era un rapporto conquistato giorno dopo giorno.
Nel capitolo conclusivo, intitolato significativamente Scrittura privata, lei arriva a capovolgere la prospettiva comune, definendo questo non il libro di un cavallo, ma il libro di un uomo “amato da un cavallo”. Alla luce dei conti, dei registri e dei giorni trascorsi nel camper a venti metri dal box, qual è il “saldo” emotivo con cui convive oggi, sapendo che certe perdite non si possono chiudere in pareggio?
Non credo esista un saldo per ventisei anni vissuti accanto a Micolo. Ripenso spesso a due decisioni: averlo affidato ad altri nel 2005 e, soprattutto, quella del 9 maggio 2021, la più devastante della mia vita. Mi domando ancora che cosa avrei potuto fare diversamente e se fosse giusto, quella mattina, prendere la decisione di farlo addormentare. I suoi lamenti erano strazianti: arrivai a implorare che qualcuno lassù se lo portasse via, ma fui io a dover decidere. Le sue ceneri sono nella mia camera e vorrei che, un giorno, le nostre fossero mescolate per non separarci più. Non so se oggi avrei ancora la forza di affrontare un dolore simile, ma non rinuncerei a un solo giorno dei ventisei anni trascorsi insieme. Credevo di essermi preso cura di Micolo; oggi so quanto lui si sia preso cura di me.




