“Urlate questo orrore”: il libro-testimonianza di Salman Khalid da Gaza
Un generatore che si spegne e per qualche secondo tutto tace, monitor, respiratori, luci: è da un buio così, concreto, fisico, misurabile in secondi, che comincia davvero Gaza.
Diario di un medico di Salman Khalid, un libro che non racconta la guerra ma la fa sentire addosso a chi legge, restituendo pagina dopo pagina la sensazione di essere entrati anche noi, senza più possibilità di uscita, dentro l’ospedale al-Aqsa, nel pieno dell’offensiva israeliana su Gaza, dove Khalid, medico di pronto soccorso canadese con oltre quindici anni di esperienza alle spalle, un uomo abituato ai codici rossi delle emergenze occidentali, si trova a prestare servizio come volontario, e da questa soglia attraversata senza più potersi tirare indietro comincia un diario scritto non a distanza di sicurezza ma in tempo reale, notte dopo notte, turno dopo turno, in uno stile spoglio, diretto, senza la minima concessione retorica, un diario che rifiuta fin dalle prime pagine la tentazione delle cifre della geopolitica, i bollettini, le mappe delle offensive, per raccontare la guerra attraverso le crepe minuscole e insopportabili dell’umano: il tremore di una mano che non trova più una vena in un braccio disidratato, il silenzio innaturale di un reparto pediatrico appena prima che riparta un generatore di riserva, lo sguardo di un collega palestinese che continua a operare pur sapendo che la propria casa non esiste più, il gesto quasi automatico con cui il triage diventa un esercizio impossibile, contare i feriti in arrivo e capire, con un calcolo che nessuna scuola di medicina prepara a fare, quanti se ne potranno davvero salvare con le risorse rimaste.
E Khalid non si nasconde mai dietro il linguaggio clinico per proteggersi, anzi lo usa come strumento di precisione per mostrare quanto la macchina della cura sia stata smontata pezzo per pezzo, le scorte di anestetico che finiscono a metà di un intervento, i generatori razionati, i letti raddoppiati, poi triplicati, i corridoi trasformati in reparti, e in mezzo a questo collasso organizzato emergono le pagine più dure del diario, quelle dedicate ai bambini, ai corpi troppo piccoli per le ferite che portano addosso, alle famiglie intere che arrivano già incomplete, ma accanto a queste pagine, come lampi che si accendono nel buio più fitto, ci sono le repentine scintille di speranza che Khalid annota con lo stesso rigore con cui annota le perdite, senza mai romanticizzarle: un bambino che si aggrappa alla vita oltre ogni previsione clinica, un parto portato a termine nel cuore del caos mentre fuori cadono le bombe, una battuta scambiata sottovoce tra infermieri esausti per non impazzire, un tè condiviso all’alba tra un turno e l’altro, momenti che nel libro non sono mai consolazione ma resistenza, piccoli atti di ostinata normalità dentro un contesto che la normalità l’ha abolita.
Ed è proprio questa tensione trattenuta, mai gridata sulla pagina eppure sempre sul punto di esplodere, a rendere la lettura un’esperienza fisica prima ancora che intellettuale, perché pagina dopo pagina il diario spinge chi legge dentro un corridoio che non offre uscite di emergenza, costringendolo a misurare la distanza tra la propria vita tranquilla — il caffè della mattina, il letto rifatto, l’acqua che scorre dal rubinetto senza che nessuno debba razionarla — e quell’inferno in cui, come Khalid stesso lascia intendere pagina dopo pagina, a bruciare nelle fornaci sono sempre e soltanto gli innocenti, un contrappasso semplice e insostenibile che genera un senso di colpa che il diario non cerca affatto di attenuare, anzi trasforma nell’unica vera richiesta del suo autore: quella di non restare in silenzio, di farsi cassa di risonanza, di urlare al mondo un orrore che altrimenti rischia di scivolare nell’assuefazione dei numeri e dei titoli di giornale, ed è forse questo l’insegnamento più duro che resta una volta chiusa l’ultima pagina, la consapevolezza che la testimonianza medica, spogliata di ogni filtro ideologico e ridotta all’osso dei fatti clinici, colpisce più a fondo di qualsiasi analisi politica, perché non lascia scampo, non lascia margini di interpretazione, mostra solo corpi, mani, sguardi, ed è significativo che un testo così sia arrivato in libreria proprio grazie a Crêuza de Mä, la casa editrice fondata da Matteo Fortuna che porta nel nome l’immagine della stradina di mare ligure, il sentiero stretto e scomodo che non è mai stato pensato per le strade maestre ma per chi doveva portare a valle storie che altri preferirebbero non ascoltare, un’identità editoriale che nella collana Ostinati e contrari — un titolo che è già una dichiarazione di intenti — trova la sua espressione più coerente, e che ha scelto di affiancare a Gaza.
Diario di un medico la prefazione di Fozia Alvi e la postfazione di Diana Buttu, due cornici che non addolciscono nulla ma incorniciano invece la nudità del racconto, la stessa nudità a partire dalla quale Khalid ha deciso di devolvere tutti i proventi del libro a Humanity Auxilium, organizzazione umanitaria canadese-americana partner dell’OMS impegnata a portare aiuti medici alla popolazione di Gaza, un gesto che chiude il cerchio aperto dal nome stesso della casa editrice, quella crêuza, quel viottolo scomodo che porta al mare passando per le storie che nessuno vuole raccontare, e che trasforma la lettura stessa in un piccolo atto di solidarietà concreta, obbligando chiunque chiuda l’ultima pagina a portarsi dentro, come una scheggia che non si estrae, la certezza di non poter più fingere di non sapere.










