Dal 18 aprile sarà disponibile in digitale FATTO COSÌ, il nuovo EP del cantautore calabrese Peppino. Formatosi al C.E.T. di Mogol, Peppino si distingue per una musica che mescola pop, elettronica e rock, creando un sound indie-pop unico. L’EP esplora l’universo interiore dell’artista con sonorità che richiamano gli anni ’70 e ’80, ma con un tocco moderno. Ogni brano affronta temi come la crescita, la nostalgia e le occasioni mancate, usando un linguaggio musicale semplice e profondo, in cui la musica diventa sia un mezzo di sfogo che di riflessione. La tracklist include “Musica in testa”, “Io e cali”, “Fatto così” e “Le parole fra le mani”.
Peppino, alias Giuseppe Venturino, nasce a Roccabernarda (KR) e si avvicina alla musica fin da giovane. Dopo aver vinto una borsa di studio al C.E.T., decide di studiare filosofia, che continua a influenzare la sua musica. Ha partecipato a vari concorsi e ha suonato in numerosi locali, concludendo recentemente la sua partecipazione al concorso “Festival di Primavera. Io Canto”.
- Il titolo dell’EP, Fatto Così, richiama l’idea di autenticità e semplicità. Quanto è importante per te raccontarti senza filtri attraverso la musica?
La musica è sempre stata il mio linguaggio preferito, quello in cui riesco a esprimermi al meglio. La vita, a volte, può sembrare banale: un libro può essere troppo lungo, un film troppo impegnativo… e dei videoclip, meglio non dire nulla!
La canzone, è la forma che mi permette di dire ciò che penso senza risultare pesante. Mi offre quella libertà di espressione che non avrei sicuramente parlando, visto che non sono certo un grande oratore.
Per me, la canzone è una chiave di lettura della vita. Nelle canzoni non si può mentire: bisogna essere sinceri, altrimenti si perde credibilità.
- Nel tuo lavoro si percepisce un mix di influenze vintage e contemporanee. Quali artisti o generi ti hanno ispirato maggiormente nella realizzazione di questo EP?
Ascolto musica da sempre. Il mio primo ricordo è legato a un vecchio registratore a cassette della Pioneer, in cui infilavo le cassette dei Genesis di mio padre.
Per quanto riguarda i testi, la mia ispirazione viene sicuramente dai grandi classici della musica italiana: da De Gregori a Ivan Graziani, passando per Rino Gaetano. Tuttavia, anche artisti contemporanei come Giorgio Poi, Fulminacci o Calcutta hanno avuto un ruolo importante nel mio percorso. Mi hanno aiutato a trovare soluzioni stilistiche che rendessero il mio lavoro sì vintage, ma mai vecchio.
Il mio obiettivo, in sintesi, è quello di creare uno stile che contenga allo stesso tempo tradizione e innovazione.
- Hai dichiarato che la tua scrittura è influenzata anche dalla filosofia. In che modo questo approccio riflessivo entra nei tuoi testi o nel modo in cui scrivi musica?
Pitagora diceva che l’anima è armonia, così come la lira, e che le affezioni dell’anima sono simili ai suoni della lira. Filosofia e musica, per me, sono due facce della stessa medaglia: l’una è il motore dell’altra. Ad esempio, nel testo, c’è un chiaro riferimento alla relazione tra uomo e oggetto: in sintesi, l’oggetto dipende dall’esistenza dell’uomo, o viceversa? Questo gioco per me è un po’ come “mettere Kant in musica”. La canzone, quindi, resta la forma attraverso la quale anche la filosofia riesce a prendere forma.
- Nel tuo percorso artistico hai attraversato esperienze diverse, dal conservatorio al C.E.T. di Mogol, fino allo studio della filosofia. In che modo questi mondi così diversi si incontrano nel tuo modo di fare musica oggi?
Il CET è stata sicuramente un’esperienza bellissima. Lì ho capito che la musica poteva davvero diventare il mio lavoro. Peccato non aver proseguito subito su quella strada: probabilmente alcuni dei miei brani sarebbero usciti prima… ma questa è un’altra storia.
Il mio modo di fare musica mira a essere eclettico, sia nei suoni che nei testi. Credo che questo non sarebbe possibile senza una certa curiosità di fondo: se non si amano più cose contemporaneamente, non si può creare qualcosa di davvero originale. “Non si fa cinema col cinema o musica con la musica”, diceva Carmelo Bene — e lo condivido pienamente.
Un testo ha bisogno di un musicista che gli renda giustizia, e la musica ha bisogno di un pensiero che riesca a esprimere un concetto attraverso le note. In questo senso, mi sento fortunato: ho sempre amato la filosofia, la musica e la scrittura, e nella canzone ho trovato il punto d’incontro perfetto tra queste tre dimensioni.
La canzone mi permette di essere semplice e diretto, ma mai scontato.











