Com’eri vestita: una mostra per denunciare il pregiudizio. Inaugura il 7 marzo prossimo a Trieste, alle porte della Festa della Donna, una mostra, forse meglio definirla un’installazione, per sensibilizzare sull’ovvio: non è l’abbigliamento di una donna la ragione di uno stupro. Eppure, drammaticamente, la domanda che viene fatta alle donne che subiscono violenza è sempre e prima di tutto: “Com’eri vestita?”. In mostra al Tribunale di Trieste fino al 15 marzo ci saranno 10 outfit ispirati a reali abiti indossati dalle vittime: potenti della loro normalità e resi oltremodo drammatici dagli estratti delle testimonianze che li accompagnano.
Abbiamo incontrato Debora Desio, presidente della Consulta Femminile di Trieste, che ha promosso questa iniziativa.
Cosa vi ha spinto a portare questa iniziativa sul territorio?
Come Consulta Femminile di Trieste è dal 1988 che si lavora sul ruolo della donna, sui suoi diritti e sulle pari opportunità. Parlare di donna però porta con sé il fardello “della violenza”, quindi è naturale affrontare questa piaga e tentare tutte le azioni di contrasto possibili. L’iniziativa promossa in Italia da Libere Sinergie l’abbiamo trovata da subito un’azione immediata. Una iniziativa che senti sulla pelle. Trovarsi di fronte gli abiti indossati, abiti normali, toglie ogni dubbio sul fatto che non esistono alibi per chi agisce violenza, peggio poi appigliarsi davvero ad un capo indossato. Personalmente trovo miserabile nascondersi dietro un abito da discoteca al pari di un tutone in pile per giustificare la violenza.
A chi speri possa arrivare il messaggio della mostra?
Spero che la mostra raggiunga indistintamente tutti, uomini, donne, giovani, adulti e senza distinzione di etnia e religione. La mostra ha anche l’obiettivo di scuotere le coscienze, non bisogna mai girarsi dall’altra parte, sono anche le donne (e mi duole dirlo) che spesso con sufficienza pronunciano frasi del tipo “certo che se era sola a qull’ora…”. Siamo tutti parte di una sola società che si muove verso il futuro, abbiamo l’obbligo di esserne parte attiva perchè il futuro che lasciamo alle prossime generazioni sia una evoluzione in positivo, una crescita culturale nel rispetto dell’altro.
Quanto pensi sia radicata l’idea che l’abbigliamento possa ‘giustificare’ una violenza?
È molto diffusa, radicata. La donna è quella che deve avere una etichetta nei comportamenti e nell’apparire e non l’uomo. In questo la parità è molto distante proprio per un fattore culturale. Una donna che beve un po’ di più ad una serata non è ben vista, una donna che si veste in maniera provocante è criticata, una donna che fa un lavoro pesante è paragonata ad un uomo, dalla donna ci si aspetta sempre qualcosa. Ci si aspetta che sia brava a cucinare, a pulire, a lavorare, a badare alla famiglia, ad accudire i famigliari, che sia in ordine, che sia depilata, etc.. Se la premessa è quindi quella che la donna è perennemente sotto esame, che deve sempre soddisfare le aspettative, va da sé che quando questo non accade, è una donna che perde valore, quindi “non conta” e anche una azione violenta è giustificata, perchè lei non risposto alle aspettative. Tornando quindi all’abbigliamento, è solo una scusa come un’altra per sottolineare che la donna “ha fatto qualcosa per provocare”, quindi l’uomo è giustificato. Premessa che cade proprio con la mostra “Com’eri vestita?” perchè si evidenzia che non esiste un abito colpevole di complicità, ma esistono solo uomini violenti.
C’è un messaggio che vorresti lanciare a chi visiterà la mostra?
Si, quello che si smetta di mettere la vittima sotto la lente di ingrandimento. Quando la cronaca parla di fatti di cronaca include dettagli della vittima, come appunto l’abbigliamento per poi arrivare a scandagliare i social, interpretare post anche vecchi, sottolineare l’ora e il luogo quasi a portare sullo stesso piano vittima e carnefice, con un concorso di colpe. Se la cronaca vuole indagare, credo che il violento sia un soggetto interessante. L’uomo violentatore cosa ci faceva in giro a quell’ora, in quel luogo? Com’era vestito lui? che vita conduce? cosa dicono i suoi social? Ecco, tornare ad un livello di rispetto delle parti, fare uno scatto in avanti e soprattutto non trovare mai più verbali processuali in cui viene chiesto alla vittima come era vestita.
C’è una storia o un vestito che ti ha colpito particolarmente?
Un fatto di cronaca mi ha messo i brividi. La vittima è stata aggredita in una via di Trieste, è riuscita a scappare e l’uomo ha continuato a seguirla fino a casa. Quando la ragazza ha aperto il portone del condominio, lui l’ha spinta dentro e violentata. Dal primo tentativo di violenza fino a dove è accaduto sono circa un paio di km, a piedi una ventina di minuti. 20 interminabili minuti in cui una ragazza cerca di accelerare il passo, impaurita da quanto accaduto e quando pensa di aver raggiunto casa, quindi essersi salvata, accade il peggio. Ho i brividi e provo un profondo odio per quell’essere umano che non ha ceduto per 20′, braccando la vittima come un animale, 20 minuti in cui il suo chiodo fisso era prenderla, violentarla, soddisfare un suo bisogno fisico. Ma quanto bestia devi essere per comportarti così? Su elementi come tensione e tempi interminabili ci costruiscono film horror.
Ricordiamo che l’iniziativa – promossa dalla Consulta Femminile di Trieste – è l’adattamento italiano a cura di Libere Sinergie da What Were You Wearing?, l’installazione ideata nel 2014 da Jen Brockman, direttrice del Centro per la prevenzione e l’educazione sulle aggressioni sessuali presso la University of Kansas, e Mary A. Wyandt-Hiebert, direttrice delle iniziative di programmazione del Centro di educazione contro lo stupro presso la University of Arkansas.
Agli outfit in mostra si aggiungono tre fotografie di tre luoghi realmente teatro di violenze nella città di Trieste, trattati con l’occhio artistico di Brenda Rossi, giovane fotografa al suo primo allestimento pubblico. L’iniziativa vede, inoltre, la preziosa collaborazione con il Coordinamento della Rete Espansioni con il quale è stato lanciato il concorso dall’esito del quale sono state selezionate tre opere che arricchiranno la mostra.
Da non perdere la mostra Com’eri vestita dal 7 marzo a Trieste.











