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Conosciamo meglio i Piqued Jacks

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Piqued Jacks – The Living Past
Se non vi dicessimo che sono italiani, Piqued Jacks potrebbero tranquillamente passare per una band d’oltre oceano. Già il fatto di essere andati da Michael Beinhorn (Soundgarden, RHCP, cui hanno affidato la pre-produzione di un brano che ha anticipato l’uscita del disco prima dell’estate (la bellissima e Wildly Shine”) dimostra le velleità internazionali di questa band. Il disco stesso è stato prodotto da Dan Weller (Enter Shikari, Young Guns) in una casa di campagna del ‘700, studio di registrazione e dimora comune, scelta per un’immersione totale in suoni, natura e chimica umana. La quasi perfetta pronuncia del cantante per testi tutti in inglese fa anch’essa la differenza. Ma poi, su tutto c’è la musica. Musica in libertà, legata al rock americano degli anni 90 (grunge, post grunge, rock fm o psichedelia che sia), ma allo stesso tempo, slegata e quindi non derivativa. Qui la differenza sta tutta nella indubbia tecnica della band (che gira a mille), ma soprattutto nella grande capacità di scrivere brani che al loro interno cambiano passo, atmosfere, diventando un momento rock puro e il momento dopo fluttuante ambient rock/pop. In più se si aggiunge la grande e innata attitudine a scrivere canzoni molto fruibili, possiamo dire con tranquillità che questo è disco da non perdere.

Quando hai iniziato a fare musica?
La band è nata nel 2006, poco tempo dopo aver imparato a tenere in mano uno strumento. HolyHargot però ci ha preceduti, è praticamente nato sulla batteria.

Con quali artisti sei cresciuto?
Ognuno di noi ti darebbe una risposta differente, ma tutti diremmo questo nome: Red Hot Chili Peppers.

Come nasce la tua musica? Quali sono le tue fonti d’ispirazione?
Nasce quando prendiamo gli strumenti e spegniamo il cervello, ovunque siamo. Se succede quando siamo insieme, basta uno sguardo subito dopo per dire “questa la teniamo”. Sono le cose che viviamo ad ispirarci: viaggi, delusioni, altra musica, natura, amore, rabbia, anche se non necessariamente quelli più incisivi, anzi, spesso sono piccoli momenti a innescare il processo di scrittura.

Di cosa parla la tua nuova avventura musicale?
Siamo noi stessi “The Living Past”, “Il Passato Vivente”, la luce delle stelle che brilla ancora anche se queste si sono spente, le aspirazioni che tutti abbiamo avuto da bambini e che continuano a muoversi dentro di noi. Come ragazzini che si pitturano la faccia per giocare agli indiani d’America, con questo album parliamo del non smettere di crederci: nei sogni, nell’amore, nell’amicizia.

Qual è il messaggio che vuoi mandare con la tua musica?
Non ce n’è uno soltanto, ci piace variare non solo nelle sonorità ma anche nelle tematiche. Questo disco combatte contro crisi di identità e momenti bui, invita a proteggere la natura e gli alberi ma anche a salire sopra di essi – come il Barone Rampante di Calvino – per vivere secondo i propri ideali.

Cosa hai deciso di raccontare con il tuo progetto?
“The Living Past” vuole essere una presa di posizione sia verso tutti gli ostacoli incontrati negli anni, sia nei confronti di chi attraverso la band riesce a vivere i propri sogni irrealizzati, dandole così il suo sostegno (non a caso, il progetto è stato finanziato anche grazie al crowdfunding).

Qual è il momento in cui hai scoperto che avresti voluto intraprendere la strada della musica?
Diciamo che negli anni ci siamo sempre più spontaneamente immersi nella musica, tanto che quando abbiamo tirato fuori la testa per un attimo, ci siamo accorti che nella vita non avremmo voluto fare nient’altro, ben consapevoli che avremmo dovuto lottare molto (come ancora facciamo).

Quali sono i generi in cui spazi nella tua produzione?
La definizione di alternative/funk-rock è un po’ un calderone in cui racchiudiamo le nostre influenze principali, ma gli ingredienti sono spesso molti di più: stoner, progressive rock/metal, synth pop, dance, hip hop.

Cosa significa lavorare nella musica oggi?
In Italia, almeno per quanto riguarda la nostra esperienza, significa trovarsi di fronte a moltissime difficoltà ed ostacoli, oltre che a uno grande mancanza di professionalità – ovviamente con alcune notevoli eccezioni. Di contro, significa anche trovare un calore raro, che ci dà forza e supporto da anni, dai fan alle persone che lavorano e collaborano con noi.

Cosa ne pensi dei social e del web in generale come mezzo per farsi conoscere?
I social in particolare sono fondamentali per noi sprattutto per mantenere i contatti con i nostri fan, soprattutto quelli oltreoceano o oltremanica. Il web in sé è stato ed è alla base di tutte le opportunità che ci si sono aperte all’estero, dall’EP a Los Angeles al tour in Texas e nel Midwest, dal tour in Gran Bretagna fino all’ultimo disco con Dan Weller.

Cosa non deve mai mancare in un brano che ascoltate e in uno che scrivete?
L’anima.

Cosa pensi dei talent show? Hai mai pensato di parteciparvi?
I talent sono un mondo a sé con dinamiche che cozzano con la nostra idea di fare musica, ma capiamo che a volte possano essere un buon trampolino di lancio per farsi conoscere. Siamo stati invitati a partecipare alle selezioni nel 2016 e siamo andati perché volevamo sfruttare l’opportunità per confrontarci con una realtà nuova, ma dopo un’audizione convincente abbiamo finito per battibeccare con i giudici, finendo lì la nostra avventura da divi della TV.

Dicci dieci cose che ti piacciono e dieci che ti fanno arrabbiare.
Ci piacciono: le Tartarughe Ninja, Silent Hill, Whataburger, “1984” di Salmo, i cani (l’animale), andarci a sperdere, Dave Grohl, mamma Petra, suonare dal vivo, Mastro Grifo.
Ci fanno arrabbiare: chi non rispetta l’ambiente, noi stessi (a turno), l’approssimazione, i locali che non pagano le band, Sanremo, chi ha la mente chiusa, la trap, i calabroni, le auto senza lettore CD.

Prossimi appuntamenti dal vivo?
Un fighissimo release party per il nuovo disco. Non diciamo quando, ma giocheremo in casa.

Progetti?
Tanti, seguiteci per scoprirli poco a poco.

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