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Conosciamo meglio i Bidel

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Tre amici, tre ragazzi, tre mondi differenti quanto e in cosa vi assomigliate e quanto siete diversi?\r\n\r\nQuesto destino ci ha presi e messi in un frullatore per fare una macedonia. Ognuno di noi mette diversi ingredienti. Siamo in primis amici, la cosa che ci accomuna è la fortissima passione per la musica, ma per il resto abbiamo delle personalità diversissime tra loro. Però a quanto pare incastrarle ci viene semplicissimo. Siamo complementari, ed ognuno bilancia l’altro. Sembra una frase fatta, ma ci è stato chiaro sin dai primi dieci minuti in cui ci siamo seduti per suonare. Così, per scherzare, aggiungi un po’ di zucchero a questo mix disastroso di pigrizia, lunaticità e scarsa attenzione, et voilà ecco i Bidiel.\r\nCosa contiene “Senza dire una parola”?\r\n\r\nPer noi, un sacco di storie. Dalla nascita alla realizzazione finita di una canzone succedono tantissime cose, riascoltarla le riporta tutte a galla. Un po’ come guardare una fotografia. In particolare questo disco racchiude brani scritti dai 4 anni precedenti sino agli ultimi giorni prima di entrare in sala di incisione. Abbiamo così creato un album molto eterogeneo e fresco, che salta delicatamente da un genere all’altro mantenendo comunque una forte identità come collante. Arno Engelhardt e Carlo Natoli, rispettivamente produttore e ingegnere in studio, sono stati bravissimi a creare questo ponte con la scelta ed il missaggio dei suoni. Il titolo al disco lo dà una traccia contenuta al suo interno. Ci siamo accorti essere inerente al nostro modo di pensare alla composizione. Spesso non è necessario dire qualcosa di preciso, la musica ed i testi semplicemente lanciano uno stimolo. Con questi contemporaneamente si possono suscitare ricordi, idee o creare pensieri profondamente intimi, contrastanti o condivisi per filo e per segno. In fin dei conti io credo che il contenuto di un disco lo decida sempre l’ascoltatore, attraverso quello che recepisce e ciò a cui lo accosta, lo imprime in sè. Ed è meraviglioso che sia così. Una scatola da riempire di emozioni.\r\n\r\nNella presentazione del disco si legge che il brano “Satelliti” è quella che vi rispecchia meglio, in che senso?\r\n\r\nSatelliti è un brano che abbiamo scritto di getto. Scriviamo tantissimo di getto. In particolare questo ha una magia tutta sua, credo che ognuno di noi possa pienamente riconoscersi nel modo e nell’intenzione con qui lo ha suonato. Rappresenta pienamente una fase che abbiamo attraversato e a cui ci piace tornare. Io ad esempio con la batteria ho fatto un macello, nonostante sia innamorato del minimale. Diciamo che è come rispecchiarsi la mattina con la sbornia pesante dopo aver fatto festa. Il riflesso può anche non piacerti, ma senza trucco o inganno sei tu, e se stai così è perché ti sei divertito un sacco. E subito torna il sorriso.\r\n\r\nIn tre sul palco, ma in quattro nel gruppo… Che ruolo ha Mattia Madonia?\r\n\r\nMattia è sul palco con noi, la sua voce è sempre presente. Oltre ad essere fratello di Brando, è l’autore del gruppo. Scrive la maggior parte dei testi ed a volte anche la musica. Componiamo e prendiamo decisioni tutti insieme, possiamo dire che è un fratello anche per me e Davide. Sta dietro le quinte si, ma come membro a tutti gli effetti.\r\n\r\nCosa ha rappresentato l’esperienza Sanremo?\r\n\r\nSanremo è un tornado che ti travolge. Ti fa crescere tantissimo, e noi siamo ancora increduli di essere riusciti a parteciparvi. Conserviamo una grandissima gioia. Rappresenta una svolta, da lì abbiamo cominciato a prenderci sul serio, e a pensare alla nostra musica come un lavoro, pur stando sempre attenti che rimanga sempre un divertimento. Nella musica si parla da sempre di business, le vetrine cambiano, ma le regole che bisogna seguire nel gioco rimangono libere e sono le scelte che fai a creare il tuo percorso. Noi eravamo e siamo lontani anche per gusto personale alle proposte musicali che Sanremo ha fatto negli ultimi anni, ma il fatto di aver calcato un palco così prestigioso ha segnato una cicatrice indelebile.\r\n\r\n \r\n\r\nIntervista di: Matilde Alfieri\r\n\r\n 

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