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Intervista a Marco Peroni

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41 colpi è un bel libro da qualche settimana sugli scaffali delle librerie. Abbiamo incontrato Marco Peroni, uno dei due autori. Ecco cosa ci ha raccontato su questa avventura editoriale dedicata a Bruce Springsteen.

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Come avete concepito 41 colpi?

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Questa graphic novel è la terza che io e Riccardo pubblichiamo insieme. Con il primo libro abbiamo raccontato in forma di favola la vita del calciatore-artista Gigi Meroni, con il secondo il pensiero e l’opera dell’industriale Adriano Olivetti. E’ andata bene, siamo stati premiati al Comicon di Napoli e siamo arrivati alla terza ristampa. Con “41 colpi” volevamo spingere la graphic novel fino al di fuori dei suoi confini, sperimentare, lasciare correre la testa e le mani. Io sono cresciuto con la musica di Springsteen e ci tenevo a restituire un po’ di bellezza, ringraziare. Ho avuto tanto da quelle canzoni. Ma da scrittore, so perfettamente che se un libro-pop su Meroni e Olivetti hanno senso perchè aiutano la gente a conoscerli un po’ di più, con Bruce è ridicolo procedere in questa direzione. Del nostro lavoro di divulgatori non c’era ovviamente nessun bisogno. Ci siamo messi a vibrare e basta, seguendo la nostra sensibilità. Non volevamo essere una tribute-band a fumetti (lo dico con tutto il rispetto possibile), non volevamo disegnare Bruce, i suoi occhi, le sue braccia, la sua chitarra. Volevamo evocare e non citare, raccontare e non spiegare. Per non avere Bruce in copertina ho dovuto lottare un bel po’. Bruce scrive di persone e non di personaggi. Nel nostro piccolo noi volevamo fare un libro che trattasse il lettore come una persona e non come un fan.

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Da dove prende le mosse il libro?

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Faccio parte della compagnia Le Voci del Tempo con i musicisti Mario Congiu e Mao. Siamo l’unca “band che racconta la storia con le canzoni” e abbiamo otto spettacoli all’attivo. E’ il nostro lavoro. Tutti i fumetti che io e Riccardo abbiamo fatto sono tratti da nostri spettacoli, compreso questo. E’ la storia di un poliziotto qualunque, Joe, che nella New York del 2000 decide di stare dalla parte di Bruce e non della polizia. Infatti si era creato un vero e proprio caso diplomatico attorno a una canzone, “American Skin”, in cui Springsteen evocava esplicitamente il caso Diallo (un ragazzo di colore incensurato, disarmato e incolpevole, ucciso nel Bronx da 41 colpi di pistola esplosi da quattro agenti). Il nostro Joe assomiglia davvero tanto al protagonista di una canzone dell’album Nebraska del 1982. E’ un po’ pirandelliana come storia: ritroviamo questo personaggio quasi vent’anni dopo impegnato a difendere il suo autore, per difendere se stesso.

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In che modo lo avete costruito?

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Rispetto alle volte precedenti ho mollato molto di più il freno, come sceneggiatore. Ha fatto fare a Ricky molte più tavole e poi le ho montate come se fossero sequenze di un film. C’è meno testo, ma a me pare ci sia più sceneggiatura. Sono molto contento. Ma il merito del fatto che funzioni va in larga parte a Riccardo, perchè ogni tavola è un quadro. Visto con sguardo superficiale, il libro sembra più un catalogo (molto rock nello stile) di una mostra d’arte. Del fumetto non c’è più niente o quasi. Quando Springsteen dava indicazioni per il mixaggio di Darkness, a un certo punto esprimeva il desiderio di sentire qualcosa di forte: l’ingresso di quella chitarra doveva evocare, in un contesto bucolico, l’inquadratura improvvisa di un cadavere. La narrativa, il cinema, il rock americano intesi come tensione al racconto, al movimento, vivono in “41 colpi”. Però siamo italiani e questo è un libro italiano. Nel tratto di Riccardo (“scuola” Frigidaire) e, come dicevo, nel rapporto psicologico fra il personaggio Joe e il suo autore Bruce.

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Cosa della poetica del rocker americano lo rende unico?

\r\nE’ unico (nel senso di riconoscibile, necessario, vivo) come autore, come leader di una band stroardinaria, come chitarrista, come performer, come atleta. Oltre a questo, più di tutto ha dato un’epica a persone e situazioni comuni. Se per De Andrè – ad esempio – al centro della poetica c’è sempre l’umanità marginale e dolente, ci sono sempre gli ultimi, al centro della poetica di Bruce ci sono le donne e gli uomini comuni. Quelli che rischi di non vedere più per quanti li hai vicini. Se dovessi poprio dire cosa c’è di unico, di diverso rispetto ad altri artisti è che Bruce fa sinceramente il tifo per te. Lo ascolti e il protagonista sei tu, con le tue piccole o grandi emozioni. Attraverso le sue canzoni ha data tantissimo, ha mandato tantissimo.\r\n

Quale il filo rosso che percorre le pagine?

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L’idea che la musica può essere più importante di quanto tu stesso puoi immaginare. E che in un certo momento chiave della sua vita, per un uomo qualunque sia proprio quella musica a poter essere determinante. Non parlo di qualità della vita o del tempo libero, parlo proprio di vivere o morire, rifiorire o appassire. Se per noi la musica, le storie, le parole fossero state cose a cui è anche possibile rinunciare, o cose a cui dare uno spazio circoscritto e ragionevole, non avremmo mai concepito un libro del genere.

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Come avete scelto le immagini?

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C’è un grande lavoro di ricerca iconografica che ho realizzato andando direttamente a New York, dove ho anche intervistato alcune persone per la sceneggiatura. Volevo essere sicuro che la mia trama fosse plausibile. Da Ivrea pareva di si, ma poter parlare con un avvocato di New York informatissimo sulla vicenda è stato importantissimo. I bidoni, i gradini, i tombini che si vedono nel libro sono veramente quelli attorno al Madison Square Garden. Poi però abbiamo scelto i soggetti per i vari personaggi fra i nostri amici. Ci sembrava la più springsteeniana della soluzioni. Joe, Frankie, Mary, alla fine sono persone comuni, come noi. Così questo è anche un libro sull’amicizia, in cui si canta l’epica del nostro quotidiano e della sua gente.

\r\nSu quale aspetto volete puntare un riflettore?\r\nBeh, potendolo fare… sulla diversità. “41 colpi” è facile da leggere, decisamente rock, ma è impegnativo per quello che chiede al lettore. All’appassionato di fumetti chiede di aprirsi a un rapporto testo/immagine insolito. Agli appassionati di Bruce chiede di uscire dal ruolo di fans in cui un certo genere di pubblicazioni li vorrebbe schiacciati. Vorrei che ogni lettore ci mettesse a leggerlo la stessa quantità di tempo che dedica a un libro interamente scritto. Le tavole di Riccardo meritano di essere guardate a lungo, godute perdendo un po’ la dimensione del tempo. Ma non è facile, siamo tossici di immagini e tendiamo a sbranarle. Noi però velevamo andare in un’altra direzione.\r\n\r\nIntervista di: Elena Torre

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