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Quanto fa bene ascoltare Zero quand’è al top d’essere Zero

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“L’umanità è meravigliosa, cazzo!!! E qualcuno ci vorrebbe non meravigliosi. Ma non è il Covid, sono gli stronzi. Quelli che non si dimezzano lo stipendio per dare, almeno, una prova d’aver capito come siamo messi”.

Scusate l’abbrivio un poco pittoresco, ma sono troppo preziose, attuali, condivisibili queste parole di Renato Zero: che incontriamo -via Zoom- per il lancio del volume 2 di “RenatoZeroSettanta”, capitolo intermedio di una trilogia iniziata in settembre col volume 3 (si va a ritroso, seguendo il grido dei sorcini prima dei concerti “3, 2, 1… Zero!”) e che si chiuderà a novembre col volume 1. E se il disco, anche questo disco, è un gioiello d’autore, forse meno innovativo ma certo più intimo e diremmo pure più “alto” del precedente, nonché ennesima riprova d’una scrittura intelligente (oltre che attuale, sapida, spesso poetica) e nuovo sfoggio d’una vocalità bellissima, beh: le parole con cui Renato Zero condisce la presentazione dell’opera sono forti, belle, lucide quanto l’opera stessa.

Ma andiamo con ordine, e partiamo dal Cd: affiancando alla segnalazione delle sue pagine più succose le parole di Renato. “RenatoZeroSettanta – Volume 2”, innanzitutto, bisogna rimarcare come s’inserisca in un fluire di creatività che pare senza sosta, e che nel tempo dentro la storia del pop ci pare ormai assimilabile solo a quella di tale Paul McCartney: scusate se è poco. Perché Zero, reduce da “Zerovskij” (capolavoro), “Zero il folle” (molto bello), film tour e progetti paralleli, ora completa una sorta di piano quadriennale di produzione d’inediti appunto con un triplo che lascia sbigottiti: per quanto belli sono i pezzi già noti, i 12 del volume 1 e ora i 14 (!) del volume 2. Alla faccia della crisi della musica italiana, crisi che c’è (basta ascoltare in radio, basta guardare i talent, basta comprare un album qualsiasi di quelli in classifica -eccettuati i grandi vecchi) ma che non tange il signor Fiacchini: il quale evidentemente passa il tempo scrivendo, e come scrive bene.

Così pure il secondo volume dell’album celebrativo dei 70 anni d’una carriera coraggiosa quanto originalissima e certo non imitabile, allinea chicche che i giovani cosiddetti “talenti”, pure i presunti cantautori dell’oggi e della scena indie, farebbero carte false per assicurarsi come singoli e camparci su per una decina d’album e d’anni. Ma loro codeste chicche non le sanno scrivere, Renato Zero sì. E in “Volume 2” l’ottimo lavoro del Maestro Pennino (uno che trent’anni fa innervò di classe l’arte di Gino Paoli, dandole un’impronta sonora ancora esistente e nitida) le fa declinare alla voce sempre più bella di Renato compendiando acustico ed elettrico, ottoni e tastiere, guizzi e struggimenti: in linea con l’alternarsi dei testi fra riflessione, poesia, commozione e sarcasmo anche feroce.

Si parte con “Il grande incantesimo”, maestoso inno alla vita con parole di spessore poetico, etico, spirituale. Ed è su questo brano, che Zero dopo aver detto “Dobbiamo riprenderci il diritto di sentirci figli dell’universo, la nostra salvezza sarà uscire dalla miopia di guardare al piccolo interesse per sorvolare la realtà e ricomprenderci in essa”, se ne esce con il succitato “L’umanità è meravigliosa, cazzo!” Perché la sua poesia, in fondo, è sempre stata è sempre rimarrà -grazie al cielo- ancorata al saper guardare il reale, saperlo e volerlo disvelare (“Non denunciare le storture è criminale”), saper provocare per scuotere le coscienze (“Ho la possibilità di comunicare con gli italiani e questo mi pone delle responsabilità. Certo potrei tacere, ma non mi piace: la canzone di protesta è un’abitudine che non perderò mai”).

Così canzoni di protesta sono, per dire, il tango provocatorio, grottesco ma non banale “In manette l’astinenza”, pagina che rimanda ai tempi del “Triangolo” e di cui Zero svela un sottinteso molto più profondo di quanto sembrerebbe il suo cantarvi di sesso libero (“Il senso del brano è il desiderio di preservare il privato e le identità anche sessuali, in linea con una libertà di costumi che ho sempre auspicato contro chi voleva e vuole omologare tutto”). È canzone di protesta “Vergognatevi voi”, contro i poteri forti e la nostra arrendevolezza (“Nel profitto non c’è Dio / Il Paese che fa? Lui si chiude / E non chiede più libertà”): una ballad che prende, un’invettiva anche però fatta d’analisi delle derive e rilancio dei valori che Renato commenta con un ficcante “Troppi partiti, pochi pentiti; occorrerebbe andare di più dove c’è buio, emarginazione, abbandono, c’è cecità in questo differenziarsi fra “noi” e “loro”, fra chi governa e la gente, è un peccato mortale”.

Ed è canzone di protesta, anzi politica, pure la maiuscola “Prima che sia tardi”, una pop-dance vagamente anni Ottanta, di satira abrasiva e graffiante contro il mercato dell’oggi: “Nessuno è libero, nessuno di noi / Siamo colpevoli di buttarci via / Costretti a credere in un Babbo Natale fatto di crack”. Ma Zero, Dio lo protegga, non è uno che canta politico in senso grevemente ideologico: e questo va sottolineato. “Non amo la politica” dice subito infatti lui. “Amo la stretta di mano, la complicità, la condivisione, il costruire insieme. Questa politica, poi, non fa nulla per rimanere non dico simpatica, ma almeno accettabile se non accessibile. È complicato leggere la verità nelle loro parole (e nei Dpcm, aggiungiamo noi…), c’è negligenza nel trattare momenti gravi come questi senza prevenzione, senza tempestività nell’assistenza. E per forza poi si rischia la violenza: se tu abbandoni la gente, se le persone non le consideri se non attraverso Equitalia”.

E il salace “troppi partiti, pochi pentiti” di cui sopra rimanda subito a un’altra canzone di protesta del CD, provocatoria -e sacrosanta- come poche, intitolata “Troppi cantanti pochi contanti”. Dedicata fra Brasile, vocalese, swing e satira al mondo dei talent e dintorni: ma senza spocchia, semmai con un’analisi tagliente, lucida, anche orgogliosa, da parte di uno che sa bene cosa significhi essere un vero artista. Nel brano Zero canta, mirabilmente: “I cantanti ormai spuntano pure in branchi / Vanno cercando fama, ricchezza, visibilità / ma di talenti non se ne parla / Chi prenderà il mio posto s’impegni di più / Solo grandi talenti, oppure contanti mai!”; e poi parla del pezzo come segue. “Per qualunque scelta occorre consapevolezza. Oggi c’è un incoraggiamento collettivo per riempire i palinsesti di talent, ma è per tornaconto. Far musica non è diventare belli, ricchi e popolari, è farsi un mazzo, star sempre con la penna in mano. Io non voglio disconoscere la voglia di coronare i sogni, ma se dev’essere una professione in momento di esubero delle proposte, la musica dev’essere soprattutto modo bello e vero di esprimersi”.

E fin qui siamo alla protesta dello Zero70 capitolo secondo. Poi c’è la bellezza, che a tratti annienta, della sua poesia. C’è “L’amore sublime”, dolce e trascinante, che esalta la purezza da recuperare alle anime; c’è “La mia carezza (Per Virginia e Ada)”, scritta da nonno in modo dolcissimo tra elegia e lullaby, con un testo stupendo intriso di commossi squarci autobiografici sul tempo che passa; c’è la sospensione assorta e trattenuta, fra camerismo e interpretazioni che rimandano a gioielli tipo “Fine favola”, della bellissima “Come non amarti”; c’è un finale contro una vita come corsa e a favore di un senso, ma senza alibi e rimarcando la responsabilità di rischiare ancora per i sogni, di “Se sono qui”: cui Dario Baldan Bembo dona una musica dal sapore immediatamente anni Ottanta, di melodia ed energia fragranti, e Renato un testo diretto, a tratti toccante, di bella, pulita fierezza. Da paladino mai arreso dei valori detti da un palcoscenico.

E c’è anche altro, in questo ennesimo capolavoro zeriano (e chissà se pure il capitolo 1, fra un mese, sarà un capolavoro: ormai è lecito pensarlo tant’è davvero incredibile l’ispirazione di quest’uomo). C’è “La logica del tempo”, di grinta elettronica e classe sognante; c’è la delicata samba de “L’idea di te”; c’è l’eterea e insieme incalzante, con una voce che graffia, “Bella scommessa”: dedicata a sé, all’infinito sogno dell’esprimersi in musica, ai sorcini che l’hanno alimentato e ne sono alimentati a loro volta. E poi c’è “Non è amore”, contro tutte le convenzioni false dell’amare, elegante ed esplicita, con aperture melodiche sublimi, scritta come altre pagine maiuscole di questo e del precedente “ZeroSettanta” dal giovane Lorenzo Vizzini. Ché Renato, e da sempre, è pure talent scout (“Sesso o esse” la scrisse un allora sconosciuto Zarrillo…): e questo ragazzo è davvero un talento pazzesco, sia compositivamente che testualmente. Lui racconta: “Me l’ha segnalato Lavezzi. Lorenzo ha una scrittura più adulta dei suoi 27 anni, e incontrarlo m’ha fatto ricredere sul fronte dei giovani con statura d’autore già importante”.

“Non è amore”, fra l’altro, è anche un po’ il sunto della poetica tra quotidiano e slanci valoriali di Renato Zero, nonché di questo suo nuovo, bellissimo album. Da un lato il brano canta infatti anch’esso ben oltre gli schemi del normale cantar d’amore: “Non c’è amore nei successi dell’ultima estate / nelle dispute sentimentali viste in TV”; e dall’altro Renato subito lo postilla come segue. “L’amore va accolto, bisogna fargli trovare voglia di mettersi in gioco, va riconosciuto; non dargli peso spinge a cercare riferimenti nella violenza o nell’isolamento, e tanta violenza che vediamo è proprio l’aberrazione di chi in realtà ha paura di amare, non è pronto a farlo davvero”.

E Renato Zero, che amare sa -anche nel concreto attorno al palco, per come aiuta gli ultimi dentro e fuori le canzoni- e davvero sa cantare d’amore, ampliando le prospettive della canzone romantica e calandole nella quotidianità, certi rischi invece non li corre. E la storia insegna, quanto bene abbia fatto a chi lo ascolta, a chi lo segue, a chi se ne lascia catturare: accada poi fra tendoni, coccodrilli o compact disc poco importa.
Certo anche Renato Zero, ha paura di questo nostro oggi: “Il rischio è abituarci a questo silenzio, a non fare, non dire, non essere. Che alla mascherina aggiungano un cerotto sulla bocca”. Ma Zero rilancia sempre, e anche in “Volume 2” lo fa con ottimismo, valori, sproni, provocazioni. “Io senza ottimismo non avrei preso le legnate che ho preso” ride; “E non mi posso vergognare oggi di avere anche paura, anzi lo dirò nel volume uno, la paura è umana, è consapevolezza, è mettere in sicurezza chi ami -compresi i sorcini; è diventare più forti”.

Perché “Senza paura, senza fame, senza dolore (e aggiungiamo noi senza un vero talento, ma consapevole degli altri e della realtà) non avremmo avuto Aznavour, Totò, la Magnani”. E nemmeno Renato Zero, lo Zero settantenne ipercreativo ch’è incessantemente capace di sfornare meraviglie d’autore, anche perché se “L’umanità è meravigliosa, cazzo!”, beh, lo dice lui stesso: “Anch’io, sono meraviglioso!!!” “E vi rompo i coglioni da settant’anni, contro chi ci vorrebbe far credere che non meritiamo nulla, che non possiamo sognare, che non siamo, non siete meravigliosi”.


Quanto fa bene, ascoltare Renato Zero quand’è al top d’essere Renato Zero.

Andrea Pedrinelli

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Andrea Pedrinelli
Critico musicale e teatrale, è giornalista dal 1991 e attualmente collabora con Avvenire, Musica Jazz, Scarp de’ tenis, Vinile. Crea format tv e d’incontro-spettacolo, conduce serate culturali, a livello editoriale ha scritto importanti saggi fra cui quelli su Enzo Jannacci, Giorgio Gaber (di cui è il massimo studioso esistente), Claudio Baglioni, Ron, Renato Zero, Vasco Rossi, Susanna Parigi. Ha collaborato con i Pooh, Ezio Bosso, Roberto Cacciapaglia e di recente ha edito anche Canzoni da leggere, da una sua rubrica di prima pagina su Avvenire dedicata alla storia della canzone.

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