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Massimo Bigi debutto a sessant’anni grazie a Ruggeri

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Massimo Bigi debutto a sessant’anni…

In tempi avari di buona musica nuova come questi, la nascita d’un cantautore di rango e profondità andrebbe salutata coi fuochi d’artificio.

E certo i fuochi d’artificio sarebbero anche bella eco della sorpresa che coglie, una volta ascoltato l’ottimo debutto d’autore dell’umbro Massimo Bigi, venendo a conoscenza che in realtà non si tratta di un giovane talento. O meglio: il talento c’è, ma gli anni sono più di sessanta.

Ché Massimo Bigi nel tempo ha fatto il giardiniere e il bagnino, ma anche il direttore di produzione e il tour manager, ha pubblicato già due libri (“Grand Hotel des Guitar” e “Giocando col tempo”) ma non aveva mai edito un album da cantautore. Ci arriva però oggi, col bel “Bestemmio e prego”, grazie alla solita, spiazzante e coraggiosa, abitudine di Enrico Ruggeri di disinteressarsi dell’ovvio e delle convenzioni, per dare spazio all’arte in modo indipendente e a testa alta.

“IlBigi” di Rouge è stato appunto tour manager, e parliamo di venticinque e più anni orsono; però quando Enrico ha ascoltato le sue canzoni inedite, ecco la scintilla o meglio la sfida. Ti produco un disco, anche a risposta a un mondo che ascolta solo adolescenti perduti nel vuoto della trap. E così la simpatica etichetta Anyway Music, con cui Ruggeri già produce i propri capolavori fuori dai canoni ma dentro il centro della musica, e con cui ha prodotto il disco di piano solo dell’amico e sodale dei Decibel Silvio Capeccia, ora ha fra i propri artisti anche Massimo Bigi.

E ne vale la pena, credeteci: che “Bestemmio e prego”, dieci pezzi scritti da Bigi col supporto di Rouge, è nobile, intenso, ora abrasivo ora toccante esempio di bel cantautorato; fatto di testi solidi e non di rado lirici, gran belle melodie, arrangiamenti vari e sempre di ruvidità essenziale, nonché di palese anima rock. Ne “Il randagio e l’ubriaco” Bigi canta gli ultimi con incisività ed etica, e il sax nel finale dona al pezzo colori magnifici; in “Andare via” (uno dei due duetti con Ruggeri dell’artista) rock, folk e melodia si mescolano per un brano ben sviluppato dal testo notevolissimo, a tratti struggente; “Circo Meraviglia” parte da colori alla Rouge e culmina guardando a Tom Waits, dentro un insieme dolente ed emozionante, con liriche universali e al contempo intimiste; “Anima in pena” è rockeggiante e sarcastica, graffiante e provocatoria, di gran presa; “Un’altra età” è perla d’autore battente e convincente, fra musica che coinvolge e testo che commuove. Ma anche gli altri pezzi convincono, dal singolo (altro duetto con Enrico) “Come se fosse facile” all’incalzante e di personalità “Bestemmio e prego”, sino all’elegante, nobile, vagamente jazzata e a tratti sudamericaneggiante “Le ombre della sera”, col featuring -da par suo- di Andrea Mirò.

Poi si incontra “ilBigi”, e si scopre che dietro la scrittura c’è una persona sensibile e pulita, entusiasta e sincera, sorridente e profonda, che non a caso ha trovato in Enrico Ruggeri -di questi concetti portatore da sempre- una sponda per dimostrare che non conta l’età, non contano i look, per fare bella musica. Conta saper scrivere belle canzoni, e prima ancora avere dentro un mondo che permetta poi di dar loro spessore.

Da dove nasce la tua esigenza interiore di scrivere canzoni a sessant’anni?

“Ne scrivo da sempre, in realtà. Anche in inglese. Certo da un po’ è divenuta un’abitudine, che a parte il fatto che mi permetta di sfogarmi su alcune cose finisce le cose per risolvermele. Mi sveglio prestissimo, io, e ogni mattina sulla mia chitarra non amplificata scrivo, creo”.

E come arrivi adesso a un disco?

“Il fatto è che con Enrico abbiamo sempre mantenuto i rapporti, ogni volta che passa in Toscana ci si vede. Lui sa che scrivo, e vuole ascoltare le mie cose: un paio d’anni fa gli feci sentire quello che oggi è “Come se fosse facile”, il singolo, e lui intuì che poteva avere un futuro. Si offrì di cantarmelo lui per darmi visibilità, lo incise, poi mi chiese se poteva fare piccole modifiche al testo, infine mi disse che voleva produrre invece me, in un disco intero. Così nel lockdown ci siamo sentiti ogni giorno, ci scambiavamo idee ed appunti anche su canzoni che ho scritto molti anni fa, e alla fine di quel periodo è venuto da me una settimana e abbiamo lavorato ai pezzi. I giorni con lui e una chitarra nel mio giardino, a un tavolino, a scrivere rimarranno fra i migliori della mia vita. Qualche tempo dopo ha portato con sé il suo bassista Fortu Sacka e un fonico e abbiamo registrato, sempre in giardino, le voci guida dell’album e gli accordi delle chitarre su un clic: poi lui ha completato l’opera in studio. E così io ho capito in questi mesi, la vera, unica grandezza artistica di Enrico Ruggeri”.

Ma non avevi paura, di debuttare a sessant’anni?

“Gliel’ho manifestata subito. Secondo me ci vuole una personalità che io non so mica se ce l’ho, gli dico. E lui mi fa: non preoccuparti, la mia è una sfida. Tutti puntano sulla trap e sui ventenni, io trovo un cantautore mio coetaneo che ha scritto cose bellissime. Dunque perché no? Non abbiamo nulla da perdere. E in effetti io lo sento, ora, che ne valeva la pena e che non ho nulla da perdere”.

Quanto è intervenuto Rouge sui tuoi pezzi?

“Quando serviva. Alla fine li abbiamo scritti insieme, direi. In “Andare via” secondo lui mancava l’inciso, abbiamo lavorato su come aprire il brano; “Le ombre della sera” è sua al novanta per cento; qua e là ci si confrontava su una musica o un testo”.

Queste tue canzoni vengono dalla vita o da una riflessione poetica?

“Dalla vita. “Parte di me” è un momento doloroso, che mi ha insegnato l’importanza di tenere fermi certi rapporti. C’è tanta vita, nei pezzi”.

Che significato dai al concetto della title-track, “Bestemmio e prego”?

“Fra Umbria e Toscana la bestemmia non è cattiva, è un intercalare; e la preghiera in compenso spesso vedo che non è sincera. Quel brano e quel titolo sottolineano il conflitto che ognuno di noi ha, sacerdoti compresi, quando si confronta con le difficoltà del vivere e col significato della vita stessa”.

“Circo Meraviglia” è anche il mondo dello show business, oltre che un’eco dell’infanzia?

“Sicuramente. Lo spettacolo è qualcosa che ti affascina, ma che come certe cose che ami da bambino a un certo punto della vita devi lasciare da parte. Solo i giganti vivono nella musica o nell’arte tutta la vita”.

E tu sei stato deluso, da quel tuo “Circo”?

“No. Anzi, mi ha sempre divertito e fatto bene. Ancora mi entusiasmo, comprando un disco o andando a un concerto”.

Da che lezione di vita nasce invece il piglio etico de “Il randagio e l’ubriaco”?

“Da bambino ero colpito da una barbona, che dava fastidio guardare: era sporca. Poi mia madre vidi che parlava sempre con lei, e le chiesi perché. Mi disse che le insegnava tanto, era solo una donna che aveva vissuto tragedie enormi come la perdita di un figlio, ma era una persona fantastica. Poi aggiunse d’evitare di farmi condizionare dai pregiudizi: se li superi, troverai il bello in ogni cosa. La canzone riflette su questo”.

Ma alla fine sei contento di aver debuttato a sessant’anni?

“A quaranta non sarei stato in grado, sai? Non avevo studiato o approfondito tante cose, della musica. Ed è tanto, avere il mio disco in mano, sentire la mia voce in radio con quella di Enrico Ruggeri. Poi i musicisti: ho capito solo dentro questa esperienza, quanto supporto possano dare dei grandi musicisti alle idee di un autore. Sono molto contento, insomma, e non mi aspetto nulla. Come ha detto Enrico, non abbiamo nulla da perdere, no?”

Intervista di: Andrea Pedrinelli

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Andrea Pedrinelli
Critico musicale e teatrale, è giornalista dal 1991 e attualmente collabora con Avvenire, Musica Jazz, Scarp de’ tenis, Vinile. Crea format tv e d’incontro-spettacolo, conduce serate culturali, a livello editoriale ha scritto importanti saggi fra cui quelli su Enzo Jannacci, Giorgio Gaber (di cui è il massimo studioso esistente), Claudio Baglioni, Ron, Renato Zero, Vasco Rossi, Susanna Parigi. Ha collaborato con i Pooh, Ezio Bosso, Roberto Cacciapaglia e di recente ha edito anche Canzoni da leggere, da una sua rubrica di prima pagina su Avvenire dedicata alla storia della canzone.

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