Home Da ascoltare “Pop, Rock, Jazz… e non solo” Jon Balke “Discourses”

“Pop, Rock, Jazz… e non solo” Jon Balke “Discourses”

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Jon Balke
Discourses
(ECM)

Pacatezza, silenzi, cesello, introspezione. Decisamente non sono ingredienti tipici della media della proposta musicale dell’oggi, quelli che l’intenso, originale e raffinato pianista norvegese Jon Balke propone in questa sua nuova opera: quasi un viaggio psicologico, di guizzi pianistici ed eco elettroniche, fra rilassamenti, meditazioni e inquietudini dell’anima.

Però è un viaggio che non solo merita ascolto, questo “Discourses”; pare addirittura, a tratti, utile: per quanto si fa concreto più e più volte, non volteggia nel pleonastico o nel banale e dunque vivifica, stimola, rasserena o spinge a nuovi pensieri l’inconscio dell’ascoltatore.

Il pianismo di Balke, soprattutto, ha infatti cifra d’una personalità colta e matura e ciò gli evita ogni tentazione di sfoggiare virtuosismi, di trasformare talune parti in mero esercizio, di scadere insomma in una già sin troppo diffusa musica strumentale appunto fra banale e pleonastico, di puro ambiente e vaghi richiami emozionali.

L’opera di Balke è palesemente più figlia del portato della cultura classica nordica, assomiglia infine a una musica classico-contemporanea che si fa oggetto fisico dell’ascolto e stimolo al pensiero perché venata di vitale gusto jazz fra sviluppi e improvvisi, e aperta alle inquietudini dell’animo moderno già in fase di ricerca e composizione.

In più, Balke ha personalità sua tout-court: che s’esercita certo più al piano che al sound processing (presente ma non tantissimo come si potrebbe ipotizzare in partenza), e che marcata dal suo pianismo sfaccettato ma sempre essenziale, fa sì che i vari brani proposti si sviluppino come piccole, deliziose miniature; con spazio a pause e silenzi, ampio lavorio su singole note o parti, un continuo ed attento soppesare l’espressione musicale. Tanto che anche quando improvvisa, per lo più Balke è meditabondo; e quando deve esplorare il lato oscuro, punta su tocchi secchi o maiuscole risonanze, verso una ferocia introspettiva mai di vuoto spleen ma sempre rigorosa e tagliente.

È sotto ogni prospettiva pudico, insomma, Balke in “Discourses”: il che fa anche capire forse come mai usi meno di quanto ci si sarebbe potuti attendere l’elettronica, che qua e là innerva ma spesso tace o non dice granché, e è anche ulteriore cifra d’un far musica alieno dalle convenzioni odierne quanto senz’altro, utile da affrontare per gli appassionati del capirsi fra i solchi d’un disco.

I brani di “Discourses” che più balzano all’attenzione di primo acchito parrebbero “The Facilitator” e “The Container”, la prima fatta di rimembranze e stridori, la seconda d’ombreggiature, rivolti sfiziosi, controtempi spiazzanti, una sorta di scenografia elettronica che ammalia.

Ma fanno ben capire il taglio del percorso, che in verità ha più senso ascoltare e ragionare nell’insieme (come fatto sopra) anche gli slanci vitalistici affrontati nel contrasto fra suoni dei canali stereo di destra e sinistra in “The Second Aftertought”, il botta-risposta fra pianoforte esclamativo ed elettronica misticheggiante di “The Certainties”, la mareggiata pianistica che s’apre a quiete meditativa di “The Mutuality”, lo sviluppo colto d’un pianoforte ora ombroso ora sereno di “The Why”, il quasi-classicismo, molto umbratile, di “The Suspension” che però sfocia in un rimpallo con mondi “altri” ed eterei nella successiva “The Polarisation”.

Come avrete capito, i titoli dicono già molto del percorso di pensiero che c’è dietro scrittura ed esecuzione di Balke: ma non dicono tutto, giacché spesso egli svolta improvvisamente per direzioni anomale, inattese, anche squassanti; sia pur sempre con la pacatezza di cui sopra.

Così però “The Self and The Opposition”, inizialmente mimetica, diviene distorta; l’intrigante zompettio dalle risonanze elettroniche di “The First Argument” fa dialogare ieri e oggi -musicalmente parlando- ma anche l’alto e il basso della nostra cultura musicale -sul piano del pensiero-; e in alcuni episodi particolari l’artista osa sviluppare anche oltre l’essenzialità, regalando squarci di frastagliato lirismo (“The How”) oppure approfondire meglio il portato possibile all’insieme da parte del sound processing, che esplode striato verso la fine in “The First Aftertought” e nella quasi urban, a momenti free, certo molto interessante “The Third Aftertought”.

E però, va ribadito, il senso di “Discourses” resta nelle parole svilite dall’oggi segnalate a inizio recensione; e dunque nell’artista e nel suo pianoforte c’è già e tutto il centro e tutto il meglio dell’opera: un centro e un meglio cui il sound processing (facendo eccezione per un paio di passaggi succitati) aggiunge alla fine davvero poco, e solo appunto a sprazzi.
Per quanto forse ciò dipenda, banalmente, dal fatto che oggi per Balke l’elettronica è per lo più ancora colore, atmosfera, evocazione di potenzialità o contrasti; ed egli deve ancora, spingersi dentro essa per un lavoro di cesello approfondito tanto quelli che già conferma d’aver svolto sul piano compositivo o pianistico.

Articolo di: Andrea Pedrinelli

Da ascoltare/guardare, “The Why”:
https://www.youtube.com/watch?v=CI4qGYIFjm0&list=PL28fX5SuMvUmSRL0P67GbV4m3ehOlzcWX

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Andrea Pedrinelli
Critico musicale e teatrale, è giornalista dal 1991 e attualmente collabora con Avvenire, Musica Jazz, Scarp de’ tenis, Vinile. Crea format tv e d’incontro-spettacolo, conduce serate culturali, a livello editoriale ha scritto importanti saggi fra cui quelli su Enzo Jannacci, Giorgio Gaber (di cui è il massimo studioso esistente), Claudio Baglioni, Ron, Renato Zero, Vasco Rossi, Susanna Parigi. Ha collaborato con i Pooh, Ezio Bosso, Roberto Cacciapaglia e di recente ha edito anche Canzoni da leggere, da una sua rubrica di prima pagina su Avvenire dedicata alla storia della canzone.

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