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“Pop Rock, Jazz… e non solo” Willie Nelson

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Willie Nelson
First Rose of Spring
(Sony Music – Legacy)

 Come faccia non si sa, però sono ormai anni che il grande Willie Nelson, icona americana tra country, rock e songwriting, regala perle discografiche con periodicità serrata.

E il punto non è ovviamente come faccia uno del livello di Willie Nelson a cantare le sfumature commovendoci, a dar corpo e sostanza alle poesie, o a scegliere repertori di valore in continuità e pure in varietà; né forse conta poi più di tanto, che il nuovo album d’inediti e riletture (di standard disparati) “First Rose of Spring” sia il dodicesimo licenziato da Nelson in nove anni, e fra i precedenti c’erano pure capolavori d’autore e un tributo a Gershwin, progetti su cui altri spenderebbero lustri.

Il punto è che Willie Nelson è del 1933. E dunque, sì, avete calcolato bene, ha 87 anni. Ma la classe non è mai acqua, e la classe dei giganti come lui alla fine non la vince neppure il tempo, che ad un Aznavour qualche anno fa, come adesso a Mina o Paoli, poteva al più affievolire la voce, ma non certo esperienza, talento, anima. Perché il tempo deve rassegnarsi anche con Nelson, e a giudicare dall’andazzo della sua discografia egli glielo vuol ribadire a chiare lettere…

 “First Rose of Spring”,  undici brani fra inediti di Nelson e cover anni Cinquanta/Ottanta ma non solo, recuperi di brani recentissimi (“Our Song” è di Chris Stapleton, “Stealing Home” è del 2002) e iconiche chanson sull’età made proprio in Aznavour (“Yesterday When I Was Young” è la sua “Hier encore” del ’65), mette dunque in vetrina un signore con una voce sempre bella e sicura, che dal fatto che sia sempre più vissuta trae anziché sconforto personalità ed attenzione a parole e linee di canto, sino ad allineare interpretazioni maestose: per consapevolezza e sensibilità.

Il suo produttore-musicista-sodale Buddy Cannon poi, da par suo, ne accarezza la voce con scelte d’arrangiamento eleganti, soft ma di classe e mai banalmente easy listening, che vagano fra un country senza tempo e un entertainment Sinatra-style nel quale la delicatezza raffinata della band ben si sposa con archi mai sprecati per melassa od effetti retorici.


Il percorso dei testi, inoltre, è forse inevitabilmente fatto di veli di melanconia, sì; ma questi vengono subito riscattati e dall’intelligenza di cui sopra, quella d’un canto mai retorico e sempre misurato, e dalla profondità artistica dell’insieme.

Sicché “First Rose of Spring” diviene ennesimo episodio d’alto livello d’una discografia iniziata nel lontano 1956, ed ennesimo capolavoro degli ultimi due lustri d’un artista che continua imperterrito a intendere il far dischi e lo scegliere -o scrivere- canzoni come esigenza del raccontarsi e voglia di mettersi a nudo, fors’anche per mettersi a fuoco definitivamente in quello che Gino Paoli chiamò “quest’autunno”, ovvero il tratto finale del vivere.

In “First Rose of Spring” il capolavoro assoluto, commovente, strepitoso è… “First Rose of Spring”: la canzone. Un bozzetto sentimentale di delicatezza estrema, interpretato in recitar cantando, e ben sottolineato dalla slide guitar e da un certo tocco jazzato dell’arrangiamento.

Vertici del disco sono poi anche “Our Song”, canzone d’autore contemporanea, forse la “My Way” del 2020 cui Nelson dona empatia intensa ed alta, “Just Bummin’ Around” che celebrando il lato rockeggiante e sbarazzino dell’artista si fa orgoglioso -e doloroso- canto d’una indipendenza cercata sempre e comunque, la già citata cover di Aznavour che è un amaro e squassante canto degli anni passati e dell’età che avanza, “Don’t Let The Old Man In” che dentro un’atmosfera di lieve entertainment permette a Nelson di allineare valori e malinconie d’un anziano alla soglia del traguardo finale, sempre con poesia ed eleganza.

Si segnalano poi il bel pezzo da cantautore “Blue Star”, canto d’Amore con la maiuscola e ballad che risolve certi suoi sviluppi con classe, e l’agrodolce ricordo di una povera infanzia “Stealing Home”, pop d’autore fintamente burbero ma ricco di chiaroscuri; e ancora un’altra gemma del Willie Nelson cantautore, la canzone d’amore e d’addio “Love Just Laughed”, country-rock di struggente poesia fra ricordi d’una lei che non c’è più e frasi di caustico commiato.


Il disco si completa, infine, con un dolente, profondo, terrigno canto d’un carcerato; con una sardonica e battente rivendicazione di giovanili bullismi da cortile; e con l’ingenua “We Are The Cowboys”, nella quale Nelson, per quanto con elegante pudore, esalta l’epica a tratti più banalizzante del country.

E certo questi sono episodi più esili, ma attenzione: che anch’essi sono sentiti e mai sviliti, dentro la vita, la storia, l’arte in toto “Americana” d’un gigante che ancora una volta, a 87 anni e al suo settantesimo (!) album, ha saputo confermarsi tale.

Articolo di: Andrea Pedrinelli

Da ascoltare/guardare, “First Rose Of Spring”:
https://www.youtube.com/watch?v=3ticn0QrQwc

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Andrea Pedrinelli
Critico musicale e teatrale, è giornalista dal 1991 e attualmente collabora con Avvenire, Musica Jazz, Scarp de’ tenis, Vinile. Crea format tv e d’incontro-spettacolo, conduce serate culturali, a livello editoriale ha scritto importanti saggi fra cui quelli su Enzo Jannacci, Giorgio Gaber (di cui è il massimo studioso esistente), Claudio Baglioni, Ron, Renato Zero, Vasco Rossi, Susanna Parigi. Ha collaborato con i Pooh, Ezio Bosso, Roberto Cacciapaglia e di recente ha edito anche Canzoni da leggere, da una sua rubrica di prima pagina su Avvenire dedicata alla storia della canzone.

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