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Ospiti del nostro format musicale Maria Forte

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“Un Re minore” è uno spaccato di emozioni vissute, a tratti in prima persona, durante una quarantena forzatamente trascorsa nel bergamasco per cause lavorative (controllore di volo presso Orio al Serio). Un album che vuole trasmettere e sviscerare emozioni recondite che affiorano e si manifestano per lo più attraverso sentimenti di malinconia angoscia, rabbia senza trascurare un finale di speranza e amore. Differenti punti di vista di un periodo storico incancellabile e devastante sotto ogni aspetto: dalla voce del nostalgico nazionalista che impreca contro l’Europa unita, all’apatico malinconico, passando dal sessodipendente e un povero vecchio finito a morire in solitudine.

Quando avete iniziato a fare musica?

A cinque anni fui costretto a lezioni di pianoforte, tra postura e solfeggio non fu amore. 

Poi una sera del 1990 guardando il film in prima serata “la bamba” con le reinterpretazioni dei los lobos di vecchi classici mi innamorai della chitarra.

L’immagine dell’artista rock un po’ maledetto un po’ martire tra le note di sleepwalk mi affascinò istantaneamente. C’è chi sogna una vita alla Francesco Totti chi alla Keith Richards.

Con quali artisti siete cresciuti?

Iniziai ad ascoltare Freddy Mercury tra the miracle e innuendo, poi nel ‘92 ci fu una trasmissione sui messaggi subliminali nella musica rock che guardai perché parlava anche dei queen.

Ricordo che l’esorcista mi inquietava più del diavolo in se e Black Dog e Stairway to heaven mi fecero spingere oltre il pop rock: quello che mi doveva spaventare mi affascinò un po come guardare It e sognare di diventare il clown.

Dai Led Zeppelin arrivai ai Pink Floyd di “The wall” e poi i Metallica del “Black album” (che era uscito qualche anno prima).

Dopo la classica parentesi metal delle medie alle superiori a Forlì mi avvicinai all’industrial di Rammstein e Nine Inch Nails. C’era il 56k, napster e soprattutto un’enciclopedia musicale online “Scaruffi” ed iniziai ad ascoltare tutto quello che consigliava: Tim Buckley, Pere ubu, Cure, Joy division,Morphine e tanti, tanti altri.

Come nasce la vostra musica? Quali sono le vostre fonti d’ispirazione?

Componendo e registrando da solo e avendo accumulato negli anni tanti strumenti cerco di darmi delle regole su cosa usare e di stabilire un filo conduttore che richiami le tematiche dell’album. Ad esempio in “re minore” che tratta della quarantena covid  ho deciso di utilizzare un setup minimale molto anni 90 per la chitarra (boss ds1, sansamp e zoom 9030), ho deciso di utlizzare molto Mellotron (Eloi Eloi, uomo nero) e cercare un ambientazione da colonna sonora come se fossimo i protagonisti di un film apocalittico.

Le ispirazioni sono state molteplici dalla miniserie Chernobyl a Dylan Thomas. Da Peter Gabriel e il film coreano Oldboy al filosofo romeno Emil Cioran.

Di cosa parla la vostra nuova avventura musicale?

“Un Re minore” parla della quarantena che per questioni lavorative ho trascorso a Bergamo, nell’epicentro covid.

Il mio ultimo disco si parla di amore, di come da un’eccessiva paura nasca la rabbia, il razzismo (in uomo nero) l’antieuropeismo (Roma).

Ho cercato di raccontare quei giorni mentre andavo a lavoro e fuori c’era una città fantasma con un finale di speranza e rinascita.

Quali sono i generi in cui spaziate nella vostra produzione?

Nella canzone di apertura “irrisolto” che è poi il primo singolo ho cercato di rivisitare un cantautorato alla Tenco e De andre fondendolo con atmosfere un po apocalittiche alla Radiohead. Il disco si muove molto nell’alternanza di parlato su colonne sonore composte ad hoc e fendenti rock-industrial. Nello speranzoso finale di “un nuovo inizio” mi sono aperto su pop-shoegaze che nel ritornello cita quasi Rino Gaetano.

Cosa ne pensate dei social e del web in generale come mezzo per farsi conoscere?

Penso che sui social hanno più spazio foto di viaggi, poser metrosexual, hipster, esibizioniste/i rifatte/i, pessimi esempi anoressiche che sponsorizzano prodotti bio no-sense parlando di resilienza o trapper da twerk su tiktok.

I social quindi per il mio messaggio non li vedo come uno strumento di successo ma di condivisione; ti permettono di toccare anime lontane a livello geografico ma vicine per empatia e questo è molto bello. 

Creano connessioni e se non sei mainstream non sei virale e non fai i numeri “interessanti”. Per tutto il resto puoi sempre fare un litigio, scandalo e polemica e far parlare in qualche modo di te. Come diceva Camus.

Cosa non deve mai mancare in un brano che ascoltate e in uno che scrivete? 

Il colore.

Credo nella sinestesia e credo che in ogni rappresentazione artistica degna di mota ogni elemento che compone l’opera deve concorrere, contribuire e esaltare l’intento, l’ispirazione;  stabilire un’iconografia, un codice di simboli da utilizzare è la regola dei capolavori: dalla colonna sonora di Blade Runner alle poesie di Baudelaire e Tristan Tzara arrivando fino ai quadri di Dalì.

Ahimè non è prassi nelle produzioni musicali odierne che sono  un’accozzaglia di intenti, preset e suoni bread&butter che nel loro insieme sono accattivanti per una massa svogliata e senza troppe pretese.

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