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“Pop, Rock, Jazz… e non solo” DASP L’indipendente italiano

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DASP L’indipendente italiano
(Autoprodotto / Shelve)

 A volte curiosando fra le novità che (naturalmente) il mainstream non passa ci s’imbatte in progetti molto interessanti, certo innovativi, in grande misura artisticamente riusciti.

È il caso del concept album di DASP, alias il 28enne cosentino Domenico Palopoli, intitolato “L’indipendente italiano”. Tale faccenda è un viaggio dentro il percorso possibile -e crediamo qui molto autobiografico- d’un giovane musicista di oggi, che cresce come persona e come ascolti dalle iniziali velleità di far musica alla coscienza di proporne una propria, conscia del passato ma futuribile e appunto indipendente.

Però attenzione: che non è l’indipendenza labile, sciatta e già strasentita che negli ultimi anni è approdata a Sanremo come sostituta d’una musica giovane pop e d’autore divenuta impalpabile, e ad unica risposta del mainstream per trap e rap; questa è un’indipendenza effettiva, dunque ovviamente ahinoi non da mainstream nella misura in cui è originale, anche complessa, a tratti sanamente inquietante, lontana e dalla banalità e dal già sentito.

Ma del resto per una proposta musicale vera e capace di restare o lasciare segni occorre prima una cultura musicale; e tale cultura, che si sente ampiamente mancare nei vari personaggi della presunta scena autorale odierna, invece DASP ce l’ha; peraltro il viaggio del suo concept-album ha appunto (come si scriveva sopra) anche la formazione d’una cultura e la capacità di rielaborarla in modo personale, fra le tappe necessarie alla nascita d’un vero -quanto crediamo oggi raro- “Indipendente italiano”.

Palepoli, che lancia l’opera sia in digitale che in video con bei clip realizzati da giovani videomaker, racconta negli otto brani del CD un’introspezione non solo sua, ma senz’altro anche generazionale nonché -e qui stanno la sua bravura e la sua originalità- d’un mestiere: quello dell’artista-in-progress.

E lo fa con scrittura intelligente, a tratti forse un po’ fumosa però senza intellettualismi, che viene approfondita per azzeccate, essenziali immagini su melodie che restano, sviluppate con discreto gusto nonché lavorate con tutte le armi sonore della contemporaneità, dai groove cupi alle abrasioni del rock elettrico.

In un raffinato percorso introspettivo che però a tratti riecheggia anche maestri ben più alti degli odierni: come accade soprattutto nella magnifica ricerca d’un “altro posto” dell’anima e del mestiere di “1960”, il cui tenero e melanconico testo rimanda alla lezione di Gino Paoli, la cui interpretazione vocale riprende spunti di Jeff Buckley e i cui squarci chitarristici riportano alla mente atmosfere in bilico fra Nick Cave e il nostro sottovalutato Ivan Graziani.

Oltre a “1960”, punti di forza del concept sono anche le distopie de “L’incontro”, cantautorato rock inquieto e incalzante, e la finale “Vortice”, che canta un testo molto bello e profondo (sulla cultura che deve avere un artista per essere tale) riprendendo volutamente i Beatles a padri di tutta la musica “leggera” contemporanea, per rivoltarne però le lezioni in modo prima suadente poi urticante, addirittura fra techno e noise. Potremmo dire come accadeva un po’, con tutte le proporzioni del caso, in certi spiazzamenti stilistici e sporcamenti voluti d’un Rino Gaetano.
Anche il resto del CD comunque non è male, dal vago prog dello strumentale “Intro” all’acuto testo della title track, dall’altro strumentale, evocativo con distorsioni elettroniche, “Intermezzo” all’impatto poetico e disincantato, fragile e ribelle, di “Epoca lontana”; sino alla ruvidità volutamente graffiata di “Solo Te”.

Insomma, l’opera prima di DASP è un’opera coraggiosa e originale d’un giovane da tenere d’occhio: che intanto ci fotografa perché certi “indipendenti” siano ben poco tali e non entrino nella memoria collettiva, e cosa dovrebbe essere invece davvero un “Indipendente italiano” o, meglio, un… artista.

Articolo di: Andrea Pedrinelli

Da ascoltare/guardare, “Vortice”:
https://www.youtube.com/watch?v=z44DKlK3dHA

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Andrea Pedrinelli
Critico musicale e teatrale, è giornalista dal 1991 e attualmente collabora con Avvenire, Musica Jazz, Scarp de’ tenis, Vinile. Crea format tv e d’incontro-spettacolo, conduce serate culturali, a livello editoriale ha scritto importanti saggi fra cui quelli su Enzo Jannacci, Giorgio Gaber (di cui è il massimo studioso esistente), Claudio Baglioni, Ron, Renato Zero, Vasco Rossi, Susanna Parigi. Ha collaborato con i Pooh, Ezio Bosso, Roberto Cacciapaglia e di recente ha edito anche Canzoni da leggere, da una sua rubrica di prima pagina su Avvenire dedicata alla storia della canzone.

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