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“Pop, rock, jazz… e non solo” Leo Meconi I’ll Fly Away

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Leo Meconi
I’ll Fly Away
(Azzurra Music)

            Lui l’ha definito “Guitar Man”, quando l’ha voluto sul suo palco a San Siro il cinque luglio 2016. Quel giorno Leo Meconi, bolognese, aveva dodici anni: e non era neppure la prima volta che saliva su quel palco, avendo già fatto i cori del grande artista nel 2012 in più occasioni; però a Milano lui lo volle per duettare, due chitarre e due voci, su un suo classico.

Il “lui” di cui si parla è nientemeno che Bruce Springsteen: uno dei più grandi rocker e songwriter di sempre, icona dell’America pensante e poetizzante divenuto in fretta mito mondiale del rock; Leo Meconi, come detto, è un ragazzino emiliano oggi quindicenne, che studia al liceo musicale Dalla della sua città, ha vinto numerosi concorsi grazie alla sua abilità chitarristica e compositiva, e ora finalmente debutta con un album di tutti inediti suoi (le sue numerose cover di Dylan, Eagles, Wonder e così via le trovate invece “free” in rete).

E già che c’è, a ispessire ulteriormente il proprio biglietto da visita, per l’album d’esordio “I’ll Fly Away” Leo Meconi ha avuto anche come supervisore artistico e ulteriore mentore un signore di nome Dodi Battaglia, ovvero il più grande chitarrista italiano d’area pop-rock di sempre. E Dodi pure duetta con Leo in due pezzi, in uno (la cover di “Mr. Tambourine Man”) con tale delicatezza e sensibilità da lasciare quasi tutto il proscenio al suo giovanissimo collega.

Ma a parte Springsteen e Battaglia, quanto vale Leo Meconi? La risposta che dà il disco è impressionante nella sua chiarezza: vale tantissimo. Per chitarrismo eclettico, virtuoso e fantasioso; per una voce già sicura e sempre sorridente, che lascia belle impressioni d’ascolto; per una scrittura poetica intrigante, che senz’altro guarda agli States e al Regno Unito ma non solo ai colori del Boss, giacché ci pare di ravvisare in essa suggestioni alla Paul Simon come alla Nick Drake, del Bluegrass come del folk o del blues, alla Dylan come alla John Denver.

Insomma Leo bazzica bene e con una certa originalità tutto il mondo del songwriting anglofono più poetico e graffiante: e scrive così canzoni d’un piglio molto più maturo della sua età, spesso fascinose, quasi tutte convincenti.

Le uniche eccezioni forse sono le due con cui si chiude la tracklist, prima di regalare come bonus la cover dylaniana e la versione acustica (molto bella) di “Satan’s Street”, terzo solidissimo brano della scaletta di base: sia “I’m Calling You” che “Behind the Mask” sanno infatti di risaputo, e soprattutto non aggiungono nulla a quanto mostrato dal ragazzo con gli altri brani, paiono come minimo pleonastiche.

A esser schietti, convince poco anche uno degli altri otto brani, “Tears Are Falling Down”, cavalcata epicheggiante e rockeggiante che si slabbra in fretta nella retorica di troppi suoni e in non originalissime soluzioni melodiche; però, guarda guarda, questo pezzo non è di Meconi, bensì l’unico -Dylan a parte- che il ragazzo non firma.

Ciò che firma è invece a tratti proprio stupefacente: la sua prima canzone “Guitar Man” (come l’ha ribattezzato il Boss prima di cantare con lui “Dancing In the Dark”) fatta di chitarre intense e sfumature blues; la dolce “Your Eyes” che riprende mood springsteeniani con belle intuizioni melodiche; “Soul Chains” il cui afflato folk-acustico viene avvolto bene da ritmiche profonde e tastiere azzeccate; il convincente pop colorato di States -più Denver che Dylan- dell’elegante “I’ll Fly Away”. E veri vertici del disco paiono “The Sea”, che vaga tra Nick Drake e John Martyndentro un songwriting adulto che Leo, con la chitarra acustica, fa cantare alla grande ben affiancato all’elettrica da Battaglia, e soprattutto “The Homeless Man”, umbratile e sfaccettata, blueseggiante con riverberi dark, rivelatrice d’un chitarrismo maiuscolo davvero sorprendente per un quindicenne.

Fra l’altro Meconi scrive per voce e chitarra acustica, al più prevedendo già anche armonica e loop ritmici ma nulla più, perché viene dalla strada del far musica e i suoi pezzi hanno l’anima genuina e fragrante tipica d’una musica “vera”, quella che si può anche suonare e cantare da soli sui marciapiedi: e ciò si sente, è valore aggiunto, dà alle canzoni solidità che poi gli arrangiamenti (salvo qualche sbavatura) valorizzano e completano.

In più, a talento voce e scrittura Meconi aggiunge tinte della lezione melodica nostrana: non dominanti, a tratti l’Italia è decisamente lontana dai pezzi, ma qua e là anch’essa capace d’acuire l’originalità d’un osare, in Italia, credibile folk-rock-songwriting “americano”.

Avrà futuro, Leo Meconi? Con un presente così, pensiamo sia difficile che di lui non si sentirà parlare a lungo; anche se forse, purtroppo, più nel mondo che nella nostra patria, in quest’Italia che ormai ha delegato l’arte musicale a talent e trapper facendo perdere a noi ogni sua traccia e, chissà, all’arte stessa pure un futuro.

Articolo di: Andrea Pedrinelli

Da ascoltare/guardare, “The Homeless Man”:
https://www.youtube.com/watch?v=cCR0UbBNJ3U

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