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Incontriamo Giovanni Kezich autore di Carnevale la festa del mondo

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Carnevale festa pagana? 

Che il carnevale abbia una sua specifica radice pagana, e che sia l’erede diretto degli antichi saturnali, è una mezza verità assurta già da secoli a mero luogo comune, a semplice frase fatta. Certo è che, cresciuto nell’ultimo scorcio del medioevo sulle ceneri dell’antica cerimonialità confraternale pagana, quella dei lupercali e degli ambarvali oltre ai citatissimi saturnali, e presto edottosi a una magniloquenza sfrontata propriamente rinascimentale, il carnevale si è via via allontanato dal linguaggio degli antichi riti, che vi si possono riconoscere soltanto a tratti: così, le antiche arature ed erpicature rituali si sono trasformate in processioni di trionfi e di carri allegorici, gli antichi araldi cerimoniali in varie figure arlecchinesche di contorno alla sfilata, le semine di grano sul selciato nel lancio dei coriandoli, la danza in tondo rituale neiballi di gruppo, e via dicendo. In questo senso, nel carnevale odierno, quello dei carri di cartapesta, l’antica matrice pagana si è un po’ smarrita nei suoi specifici intenti apotropaici, che erano quelli di assicurare la feracità dei campi e la fertilità delle donne, e dunque l’abbondanza e la salute all’intera comunità. Questi intenti originari si possono peraltro intravvedere intatti nel loro elementare magismo in tutte le località del continente europeo dove si mettano ancora in scena mascherate di tipo arcaico, quelle più care agli etnologi di ogni risma, rimaste immuni dal virus carnevalesco, e caratterizzate dal ritorno periodico e puntuale di misteriosi personaggi ieratici che si presentano ogni anno alle porte del paese sempre uguali a se stessi. In queste situazioni tipicamente paesane – “pagus”, non lo dimentichiamo, è il paese, il villaggio… – il carnevale appare ancora propriamente “pagano” non solo nel suo dichiarato intento benefico, con gli spiriti che vengono a portare ai vivi un augurio di prosperità e di benessere, ma anche nella modalità della messa in scena, che si attua attraverso gli atti semplicissimi di un abbecedario sciamanico di base – la scampanata, il ballo in tondo saltellato, lo sporcare di nerofumo il viso degli astanti, la distribuzione di pani augurali… –, che sono completamente disgiunti, come nel paganesimo antico, da qualsiasi atto di fede dottrinale. 

Quanto ci siamo allontanati dalla sua origine?

Moltissimo e niente affatto. Moltissimo, perché il carnevale è una creazione del medioevo, anzi per meglio dire è una creazione del cristianesimo medievale, che ha trovato il modo un po’ rocambolesco di sdoganare gli antichi riti mascherati, annettendoseli a proprio uso e consumo in una progressione ciclica di peccato e pentimento: carnevale e quaresima, all’interno di un costrutto ideologico predefinito, che non lascia scampo. Così, defraudati del loro antico messaggio sacrale, gli antichi riti sono stati da quel momento fraintesi e riproposti sotto le specie della trasgressione, dell’eccesso, della burla, il che ha conferito loro una patina spuria interamente nuova, che ancora perdura. 

Niente affatto, perché carnevale ha in comune con le antiche mascherate pagane il carattere gratuito e spontaneo di una sacralità implicita, che non rimanda ad alcun genere di credo. In questa spontaneità, tanto sfrontata quanto completamente inutile a qualsiasi effetto pratico, è possibile cogliere ancora, in tutte le manifestazioni del carnevale vecchio e nuovo, un’esuberanza pagana originaria, di stampo forse dionisiaco.

Carri allegorici in continuo cambiamento da una parte e maschere identiche a se stesse dall’altra: stessa matrice comune?

Tutto quello che si pensa o dice del carnevale andrebbe declinato al duale, perché la parola “carnevale” oggi indica (almeno) due cose completamente diverse: da un lato, le grandi sfilate in maschera che si tengono in una galassia di città grandi e piccole che ruotano intorno all’asse longitudinale centrale del continente europeo Italia (Putignano, Viareggio…) – Svizzera (Basilea, Lucerna…) – Renania (Colonia, Düsseldorf…) – Fiandre (Aalst, Dunkerque…), con qualche significativa escursione in Spagna (Valencia, Cadice…) e in Grecia (Patrasso, Limassol…) e, dall’altro, le antiche mascherate rituali messe in atto nel periodo di carnevale, ma non solo, nelle aree più periferiche e remote del continente stesso: là dove il verbo rinascimentale del “carnevale” allegorico, quello della cartapesta e dei coriandoli, non ha mai attecchito fino in fondo. Si tratta di due rami di uno stesso albero, uno relativamente recente, e l’altro antichissimo, usciti in tempi diversi dal medesimo ceppo. Questi due rami diversi però non si riconoscono più come parenti, e anzi spesso si ignorano o si guardano pure in cagnesco, perché parlano lingue ormai molto diverse. Le mascheratesi esprimono con un repertorio ristretto di azioni beneauguranti condotte con compunta ingenuità, mentre i carnevali veri e propri si manifestano con la retorica loro propria attraverso l’evocazione satirica o burlesca di uno scenario apocalittico, la rivelazione improvvisa e folgorante della natura e del destino del mondo. 

Quali significati profondi porta con sé?

Anche qui, bisogna procedere al duale. Le antiche mascherate procedono intorno a una metafora articolata della necessaria continuità della vita, della “ruota che gira” e che non si ferma mai: sessualità, nascita, morte, resurrezione, ovvero aratura, semina, trebbiatura, distribuzione del pane… Il carnevale moderno, con i suoi giganti di cartapesta che sovrastano tutto e tutti, è piuttosto la rappresentazione di un’apocalisse del mondo sociale così com’è, di cui ci viene restituita una gigantografia tendenziosa, onirica, paranoide, cioè a senso unico, e un tantino efferata, senza scampo. 

Che cosa ci insegna?

Cerimonie estranee a qualsiasi concezione metafisica del mondo, ovvero religioni senza credo e senza dio, mascherate e carnevali ci comunicano quello che hanno da insegnare a mo’ degli antichi misteri pagani, ai quali si viene iniziati non attraverso l’apprendersi di una dottrina, ma con il graduale sintonizzarsi della consapevolezza interiore di chi partecipa, opportunamente sollecitata dagli atti e dalle rappresentazioni rituali. Attraverso questa modalità subliminale e molto specifica della trasmissione di un significato culturaleprofondo, le antiche mascherate di paese ci introducono ai valori della comunità naturale primaria, dellarealtà della vita dei vivi, stagliata al cospetto della schiera sempre incombente dei trapassati e dei circostanti scenari di una natura selvatica altrettanto muta, sconfinata e insondabile. Così, il rito mascherato ci parla del confine sempre molto labile che corre tra vivi e morti, e dell’equilibrio altrettanto precario che corre tra mondo addomesticato e mondo selvaggio. Ci parla pure, in questo scenario liminale, dell’ineluttabilità della commistione tra i sessi, del mistero della nascita, del dovere amaro della morte, della vita che continua. Per i giovani, per i coscritti nostrani o per i “mozos” della tradizione iberica, che sono da sempre gli interpreti principali del rito, la partecipazione alla mascherata corrisponde quindi anche praticamente a un’implicita adesione a questi valori indicibili, e quindi a un vero e proprio rito di iniziazione alla vita. 

Il carnevale propriamente detto, quello moderno e cittadino delle grandi allegorie in cartapesta, è invece tutt’altra cosa, perché ci racconta piuttosto della pazzia del mondo, che vuole esorcizzare mettendo in scena qualcosa di ancora più pazzo, che ci aiuti però a capirlo, e a coltivarne una specie di pietà. In questo modo, esso suggerisce rispetto al mondo una critica, un costruttivo distacco, l’invito a una trasgressione mai veramente attuata, ma certamente possibile. Così, carnevale rappresenta la cifra segreta di un mondo immaginato, spensierato, gaio, addomesticato, bonario, che attende paziente, anno dopo anno, dietro le apparenze così crude del nostro.

Quanto il carnevale ci appartiene?

Non è il carnevale che appartiene a noi, ma siamo piuttosto noi che apparteniamo al carnevale. Il carnevale è infatti la matrice originaria della quasi totalità della nostra cultura ludica, ovvero di quasi tutto quello che nel nostro mondo esula dai dominii della stretta necessità economica, della scienza e della religione istituita. Infatti, attraverso la commedia dell’arte, carnevale è all’origine del nostro teatro, del circo, dei parchi dei divertimenti, e dello stesso cinema, ma anche della nostra musica di intrattenimento popolare, e di tantissimi sport: tutti quelli di squadra, per esempio, e quelli equestri, che discendono da antesignani carnevaleschi praticati in ogni dove della prima età moderna: i giochi del pallone, le pugna, i palii equestri… Carnevale è inoltre alla base, a torto o a ragione, del nostro galateo alimentare tradizionale, fondato sulle categorie di “grasso” e di “magro”, e con l’etica ribalda e l’estetica bizzarra che lo contraddistinguono da sempre, è pure lo scenario più proprio che fa da sfondo a tutta la nostra cultura popolare, alla sua musica, alla sua letteratura e alla sua identità più o meno velatamente antagonista. Per questa strada, carnevale si è fuso oggi con la nostra cultura della contestazione e della disobbedienza civile, dalla satira politica alle bruciature in effige, dai rave ad anonymous al gay pride, che hanno nella cultura carnevalesca una loro matrice riconoscibile. Carnevale permea ovunque dall’interno il nostro mondo, suggerendo di continuo che questo che ci circonda è pazzo, e che un altro è forse possibile.

E per saperne di più, Carnevale la festa del mondo

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