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Conosciamo meglio Stefano Corbetta autore di Sonno Bianco (Hacca)

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Stefano Corbetta è nato a Milano nel 1970. Accanto alla professione di arredatore di interni, ha affiancato negli anni esperienze in ambiti diversi: la musica, il teatro, la scrittura. Collabora con il Cittadino di Lodi, per il quale scrive sulle pagine culturali, e insegna scrittura in alcune scuole dell’area milanese. Ha esordito nel 2017 con il romanzo Le coccinelle non hanno paura (Morellini). Nel 2018 è stato incluso nell’antologia Lettera alla madre (Morellini). Sonno bianco, il suo secondo romanzo, è uscito per Hacca nel settembre 2018.

L’assenza è la “presenza” più importante di questo tuo romanzo, cos’è il vuoto per te?

È vero, per me Sonno bianco è essenzialmente un ragionamento intorno all’idea di vuoto. Certo, lo è in termini narrativi, ma io considero la letteratura il luogo dove trovare le risposte che il pensiero o la critica non possono teorizzare, non riescono a raggiungere. Il mito fa questo, tenta di dare risposte in termini narrativi, non ragiona su ipotesi e interpretazioni. La narrazione è il mezzo più potente di cui l’immaginazione si serve per trovare risposte. In termini forse più concreti: per me il vuoto è il punto di distanza massima da una condizione di quiete. Se dovessi pensare a un’immagine, credo sceglierei uno scalatore su una parete. Quando sei aggrappato a uno spuntone di roccia non puoi permetterti di fermarti troppo a lungo, devi muovere un braccio, cercare una nuova sporgenza, valutarla, prendere un respiro e afferrarla, alzare un piede e trovare un appoggio. Ogni metro che fai è una nuova conquista e una consapevolezza maggiore. Anni fa decisi di lasciare la musica per iniziare a scrivere, lo feci dalla sera alla mattina, senza esitazioni. Presi tamburi e bacchette e li chiusi dentro le custodie che usavo per spostarmi da un concerto all’altro. Avevo bisogno di un vuoto dove ricominciare a cercare appigli, sapevo che solo quella condizione mi avrebbe costretto a mettermi in moto, a guardare le cose in un modo diverso, a cercare una forma nuova. Oggi posso dire di essere in una condizione di vigile attesa, che è un privilegio; ho una pagina bianca, che è una forma di vuoto, e pongo domande scrivendo storie. Le risposte in fondo non mi interessano tanto quanto la possibilità di fare domande. Le risposte sono pericolose, rischiano di accontentare.

Come hai trovato la voce di Emma?

Non credo di poter razionalizzare il modo in cui io abbia cercato e poi costruito la voce di Emma, non credo nemmeno che si possa mentire di fronte alla propria voce, quella che abbiamo quando scriviamo, perché immagino sia in qualche modo univoca, spontanea. Forse, in questo caso, più che di voce vera e propria, a parte i dialoghi in cui sentiamo direttamente la sua di voce, credo si debba parlare del modo in cui questa ragazza guarda il mondo e sente scorrere la propria vita attraverso la voce narrante che, pur essendo in terza persona, volevo potesse essere una prosecuzione del suo sguardo. Credo che il tono sia arrivato dall’osservazione. Ho una figlia di 17 anni, la stessa età di Emma. Non credo che si sia mai accorta di essere stata osservata per un certo periodo. E sai la cosa strana? Mi sono chiesto perché diavolo non la avessi mai osservata con la stessa attenzione. Questa cosa mi ha provocato. Un genitore non dovrebbe forse farlo sempre?

Cosa è cambiato in te dopo la scrittura di questo romanzo?

Scrivere un romanzo significa innanzitutto entrare in contatto con mondi a noi sconosciuti. Quasi sempre, infatti, è necessario documentarsi, visitare luoghi, incontrare persone e parlare con loro, chiedere, ascoltare. Il livello più superficiale è quello dell’apprendimento, e ovviamente avviene in fase di preparazione e scrittura. Nello specifico, sono entrato nel mondo delle persone che vivono in stato vegetativo, uomini e donne, quasi sempre, raramente bambini, ridotti al loro semplice corpo, in una bolla di assenza di coscienza che mi ha spaventato e, di fronte alla quale, ho avuto momenti di cedimento. Devi sapere che queste persone hanno gli occhi aperti, le pupille si muovono continuamente, in modo disordinato, e la sensazione di essere di fronte a qualcosa di arcano e misterioso è forte, disturbante. Ho sentito spesso una sensazione di dissociazione che mi ha fatto percepire la mia coscienza come qualcosa di non scontato. Non ci avevo mai pensato prima.

Una volta concluso il romanzo, si è aperta una fase di rielaborazione, che ha sempre un’importanza particolare, soprattutto perché ti costringe ad andare più in profondità e a essere più attivo. C’è una corrispondenza intima tra ciò che scriviamo e la ragione per cui lo facciamo, e non è detto che questa ragione sia sempre chiara fin da subito (se devo essere sincero, non sono nemmeno sicuro di volerla conoscere). Però ti cambia, su questo non c’è dubbio. C’è un romanzo che ho letto anni fa. La giornata di uno scrutatore di Calvino. Lo sguardo di Amerigo Ormea cambia dopo essere entrato al Cottolengo, cambia il suo modo di guardare la donna che ama, cambia la sua idea di amore. Cambiamo sempre quando una realtà profondamente diversa da quella che viviamo quotidianamente bussa alle nostre porte. La bellezza è farla entrare.

Quando hai deciso che avresti scritto qualcosa che sarebbe ruotato intorno alla presenza o meno della coscienza nelle persone in coma?

Ho deciso di scrivere Sonno bianco dopo aver capito che avrei potuto trattare il tema della gemellarità, e quindi del doppio, in un modo che mi sembrava nuovo, inconsueto. C’è una distanza da colmare, Emma e Bianca sono separate da una distanza non decifrabile, molto maggiore di una qualsiasi distanza geografica, eppure Emma può allunare un braccio e prendere la mano di sua sorella. Era un chiaro-scuro che mi interessava, che ho pensato fosse interessante sondare.

Quali difficoltà hai incontrato (se ne hai incontrate) durante la stesura? Quali gli orizzonti che ti ha aperto?

Forse la difficoltà maggiore è stata quella di trovare i momenti della storia in cui togliere voce a Emma, ma in generale credo sia stato un problema che ho avuto con tutti i personaggi. Io credo molto nel potere del silenzio e sono convinto che i punti ciechi in cui il lettore può vedere oltre il mio sguardo siano quelli dove i personaggi riescono a dire di sé in modo più eloquente. La forza della parola risiede nell’implicito. Ma è un mio modo di pensare, non l’unico, non il migliore.

 

Intervista di: Elena Torre

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