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Lo sguardo sulla Siria di Naman Tarcha

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Un anno fa intervistavamo il giornalista siriano Naman Tarcha per avere un’opinione obiettiva sul mondo arabo.
Lo abbiamo incontrato nuovamente per comprendere cosa sia mutato nel corso dell’anno e per avere una visione di insieme su ciò che sta accadendo in questi giorni.

Rispetto ad un anno fa cosa è cambiato o non o cosa speravi mutasse nella tua patria di nascita?
In Siria la situazione sta migliorando, c’è molta voglia di ritornare a vivere, come scrivo sempre su twitter “Siria vive” e questo nasce anche dalla stanchezza, dalla sofferenza e dal dolore che spesso come reazione portano proprio alla rinascita come nelle migliori tradizioni religiose. Da un punto di vista laico invece conduce le persone a voler tornare a vivere anche attraverso la musica, la ricerca dell’arte, ad esprimersi. I teatri sono pieni, come i concerti di musica. In apparenza può sembrare una contraddizione, ma non lo è. Si vede questo anche nel voler ricostruire i propri edifici non solo la propria vita. È vero che ci sono ancora molte difficoltà, la strada è lunga, ma iniziare è un segno. Ora d’estate ci sono molti caffè, bar, ristoranti che aprono, pensiamo allo Sheraton ad Aleppo che è stato chiuso per sette anni, il 13 di questo mese ha riaperto i battenti al pubblico. Sempre ad Aleppo hanno aperto un caffè che si chiama Roma con tanto di insegna della Lavazza fuori. Questo è ciò che si respira, non c’è solo distruzione. Dobbiamo capire come andranno le cose, ma siamo in cammino verso la soluzione, dobbiamo comprendere quando i “grandi” smetteranno di giocare sulla pelle dei siriani. Ora pare sia un momento di calma.

Quanto delle informazioni che ci giungono sono esatte?
In questo momento non si parla della Siria o non si fanno vedere le foto che io pubblico in maniera provocatoria. Si è molto lucrato sulla pelle dei siriani e non parlo solo delle ONG che usano le foto dei bambini per mendicare quando molte di esse nemmeno operano in Siria, ma parlo in generale della situazione. Oggi come nomini la Siria ti guardano con le lacrime agli occhi, ma questo non serve ai siriani. L’informazione non spiega ciò che sta accadendo, tende a urlare, far piangere la gente. Questo non solo per la Siria, ma in generale, senza far comprendere alla gente cosa è accaduto, il reale motivo, un’analisi critica. Oggi si tende a non raccontare niente perché le cose sono un po’ svelate di più, la gente non crede più alle notizie riportate dai giornali, ci sono tantissimi altri mezzi di informazione e chi vuole riesce ad essere informato, a cercare, a capire. Nei mezzi di informazione c’è la difficoltà a raccontare cosa è la Siria, cosa c’è stato dietro a questa sporca guerra perché smaschererebbe tutto ciò che è stato raccontato e minerebbe del tutto la loro credibilità avendo riportato notizie infondate o una parte della verità e non è il vero compito dell’informazione. Tempo fa una mia carissima amica di Aleppo mi ha chiesto perché i giornalisti non raccontano la verità, non hanno una coscienza? Le ho risposto che ce l’hanno, ma devono seguire la linea editoriale. La mia amica è rimasta in silenzio un secondo e poi mi ha risposto: Va bene. Allora dì ai tuoi colleghi giornalisti, di tornare casa, sedersi sul divano e guardare la tv perché si chiamano inutilmente giornalisti.
Quello che è successo con la Siria è l’emblema dell’informazione in decadenza, indica che tutto il mondo sta andando verso un “tifo da stadio”. O sei contro o sei pro. Se dici una cosa sbagliata sei subito targhettizzato e attaccato. Sei pro governativo sei pro regime. Ho sempre, nel mio piccolo cercato di raccontare le cose come stanno, e mi hanno additato di essere pro regime, pro governativo, pro tutto. Allora mi sono chiesto: “Se io son pro governativo, gli altri sono a favore di chi? Sono pro terroristi? Pro gruppi armati?” Il gioco si fa in due. Le cose in Siria sono cambiate perché la situazione è mutata, il piano di cambiamento del governo non ha funzionato, perché la Siria è stato l’ago della bilancia in un equilibrio mondiale che non è più unilaterale e che non lo sarà mai più. I nostri amici della Francia, della Gran Bretagna sognano ancora il loro passato colonialista, ma non c’è più perché i popoli non accettano più queste imposizioni. All’interno di questo ci sono anche nuovi giocatori come i grandi paesi dell’India, del Brasile, che piano piano afferrano il loro ingresso nell’ambito della scena mondiale. In questo panorama spero che anche la Siria trovi pace presto.

Il problema dell’immigrazione.
Partiamo dal presupposto che semplificare non serve a nulla e non risolve il problema. Fenomeni come le guerre o l’immigrazione esistono da tantissimo tempo, riguarda tutto il mondo e non può essere risolto con salviamo 600 persone oppure no. Non si fermerà respingendole o chiudendo i porti, ma neanche accogliendoli. Si torna all’idea del tifo da stadio di prima. Si deve invece spiegare, e questo ruolo lo devono avere i giornalisti, ovvero far comprendere i fatti al lettore, ma ciò non avviene. Quello che non fanno i nostri pseudo intellettuali perché si vuol fermare un’emorragia con un cerotto. Questa emorragia ha una causa? Facciamo come i medici che ne cercano la causa. E la causa è un disastro economico mondiale, è una situazione fuori controllo di molti paesi che gli stessi europei hanno scatenato. La Francia e la Gran Bretagna che parlano di pietà per gli immigranti e loro hanno le mani sporche di sangue di questi conflitti in Africa o in Medio Oriente. L’Unione Europea che parla della situazione, di un’Europa solidale ed accusa l’Italia di non voler salvare dei bambini, ma intanto rinnova le sanzioni sui bambini siriani. Piange sui civili siriani, ma rinnova le sanzioni sul paese. Ricordiamo che cosa è stato fatto in Iraq, i morti a causa dell’imbargo imposto da tutto l’Occidente. Un numero superiore di quelli fatti dallo stesso Saddam Hussein. L’immigrazione è dovuta anche ai conflitti che ci sono in Medio Oriente, alla non soluzione del conflitto. Un altro esempio è un paese fuori controllo come la Libia. È completamente distrutto. Chi ha guidato un attacco che in tre giorni ha distrutto ogni cosa se non la stessa Francia per i suoi tornaconti? Poi però piange sulle vittime o si preoccupa del flusso degli immigrati che arriva dalla Libia che è la porta sull’Europa. Bisogna andare fino in fondo, spiegare alla gente che dobbiamo trovare una risoluzione, ma non all’immigrazione. Quella è una conseguenza, è davvero un business legato all’economia, al terrorismo. Uscendo da casa pagano questi scafisti, questi trafficanti, questi gruppi armati che in questa maniera sono autofinanziati e colpiranno la stessa popolazione. Dobbiamo spiegare questo processo che è complesso, ma non possiamo curare il cancro con l’aspirina perché per un giorno non avrai il mal di testa, ma non avrai risolto niente. Questa è la mia opinione. Dobbiamo riportare la stabilità in Medio Oriente facendo opposizioni a tutte le ingerenze che sono soprattutto francesi ed inglesi in Africa. L’essere umano da sempre tende a spostarsi, è un processo naturale, ma in questo momento è indotto. È provocato da paesi europei che finanziano questi gruppi armati, ma poi chiudono le frontiere in faccia alle persone che fuggono a quelle situazioni provocate da loro, chiudono le ambasciate e negano il visto. Per un siriano, ad esempio, non c’è nessun modo legale per arrivare in Europa eppure i giornali non ne parlano. E questo anche se hai la possibilità di mantenerti, la possibilità di lavorare. È un’ipocrisia molto forte che mi fa arrabbiare perché non accetto certe posizioni o imposizioni. L’Unione Europea che parla della sua storia, della sua solidarietà dove lo è con il popolo siriano? Parlo del mio paese perché la sua situazione è quella che conosco meglio. Se arrivano via mare, con gli scafisti possono richiedere asilo politico sennò non c’è altro metodo. È un modo di provocare un disastro umano ed economico. Infatti spostare questa gente è un disastro economico. Prendo sempre di esempio la mia nazione di nascita. Lì l’università non si paga. Per cui lo stato fa un investimento. Al momento, ad esempio, ci sono però molti ospedali senza medici perché sono fuggiti all’estero. Essendo benestanti hanno la possibilità di fuggire pagando ed oggi lavorano in Europa o in Canada. Quindi lo stato ha fatto un investimento che è perso e queste persone lavorano in quei paesi che hanno pagato le armi a quei gruppi che presentati come portatori di democrazia e libertà si sono solo rivelati dei “terroristi”. Queste son le cose da raccontare a tutti. Non serve nascondersi dietro ad un razzismo o ad un buonismo perché entrambi sono facce della stessa medaglia. Provocano lo stesso danno a quella gente che è usata, che è uscita dalla guerra, scappata, che viene sfruttata, detenuta. Questo è il salvataggio che è solo momentaneo. È realmente una tratta di esseri umani, è un traffico pagato e va fermato perché non danneggia solo il paese dell’arrivo, ma anche della partenza. Possiamo pensare anche ad investimenti in Africa, ma se non ci sono più giovani, su chi andiamo ad investire? So che è una posizione non è gradita, quando ne parlo mi sento rispondere se dobbiamo ributtare in mare queste persone, ma non va fatto questo, dobbiamo fermare il problema all’origine. Bloccare i trafficanti che di certo non aiutano le persone perché sono bravi. Tutto ovviamente, come detto prima, è legato alle crisi come in Iraq o in Libia, alla Siria, all’Egitto, la Tunisia, tutto il nord Africa. Andiamo a fare le vacanze in Nord Africa senza pensare che stiamo sfruttando quella gente con cui magari ci facciamo le foto e che se vogliono venire da noi in cerca di una vita migliore respingiamo. La gente ha paura del domani, ma è una guerra tra poveri dove ognuno pensa solo al suo pezzo di pane, al suo orticello. La responsabilità è delle scelte politiche dei paesi che fanno sì che una Libia vada fuori controllo, che da paese ricco ora sia completamente devastato. Anche in Italia, che è il paese dove vivo, dobbiamo pensare sia ai nostri interessi, ma non solo dal punto di vista umano, ma anche economico. La Siria, ad esempio, come partner economico aveva l’Italia. In un momento di crisi grossa economica non puoi accettare che un paese tuo partner venga distrutto in quel modo, che un’intera popolazione venga uccisa. Stiamo parlando di un luogo dove è nata la civiltà e ha una grande importanza storica. Invece di accettare questa cosa seguendo i tuoi alleati che hanno i loro interessi dobbiamo essere pragmatici. Non vuol dire che dobbiamo essere nemici degli Stati Uniti o della Francia. In politica non ci sono sentimenti, ma scelte che se sono sbagliate e non riguardano solo il presente, ma anche quello che avverrà. Il problema è che in Occidente nessuno ha delle responsabilità perché basta dire scusa ed è fatta. Come il signor Tony Blair che ha partecipato alla distruzione dell’Iraq, che ha ammesso di essersi sbagliato, ma intanto l’Iraq non è più tornato come prima, non è ancora uscito dalla guerra. La stessa cosa l’ha fatta la Francia sotto Sarkozy con la Libia, Colin Powell ha ammesso (senza scusarsi perché gli Stati Uniti non chiedono scusa a nessuno) che le prove, in base alle quali, hanno distrutto un paese intero erano false. Ecco in Occidente la colpa non è di nessuno salvo poi magari ricadere sulla vicina di casa che viene accusata di essere razzista. È un’ipocrisia davvero forte ed è l’ora di cambiare perché non si può più andare avanti così.

Prima parlavi di tifo da stadio. Quanto è nostra responsabilità di cittadini il fare tifo da stadio e non informarsi?
L’essere umano tende a semplificare. È pigro di natura. Ad esempio i politici italiani dove trovano le informazioni? Dai giornali italiani perché non leggono giornali stranieri, magari avendo problemi con l’inglese e lo stesso la popolazione che si informa guardando la televisione e magari nemmeno legge i giornali. I giovani usano internet, ma non per l’informazione. È ovvio che sto generalizzando e che non tutti, per fortuna sono così. Però da qui ne consegue che sono i giornalisti che hanno la responsabilità della giusta informazione. Non devono usare l’informazione per fare ascolti, ma per far comprendere, non per far piangere, ma comunicare. Il tifo dello stadio inizia lì quando un giornalista ti dice che o è bianco o è nero, ma non è così veramente. Non funziona in questo modo soprattutto con temi così complessi. Vedi in televisione non abbiamo programmi incentrati sulla politica estera, come se fosse una cosa lontana, senza considerare che il lontano è vicino a partire dal prezzo del petrolio. Il futuro del commercio che dipende dalla guerra tra Stati Uniti e Cina, l’economia quindi non solo in senso lato, ma di chi investe, chi lavora, chi vende, chi compra. Ovvero la persona qualunque. Tutto è legato, ma nessuno ne parla in nessun programma perché, come dicevo, non ci sono programmi televisivi di politica estera. I mezzi ci sono, manca la volontà di realizzare un programma su questo tema che andrebbe invece piano piano introdotto. Non iniziamo mai e poi però ci lamentiamo che la gente non è interessata, ma non è vero, lo comprendo dalla pubblico che mi segue i social. Ci sono anche quelli prevenuti, ma l’informazione può costruire l’opinione pubblica. Le persone non sono stupide. La sfiducia nell’informazione è dovuta ai telegiornali che passano lo stesso servizio o i giornali che scrivono in maniera uguale una notizia senza alcun approfondimento. Ma la voglia di capire c’è. Io ho sempre postato foto di vita quotidiana in Siria e molti credevano fossero foto fatte in Europa. La gente se vede la realtà la capisce e cambia un immaginario che non è quello che credono. Per questo ho fondato una rivista online che si si chiama Ornina (https://ornina.org/) che è la prima musicista della storia. È una statua rinvenuta ad Ugarit ed era una sacerdotessa del dio Baal. In questa pubblicazione ci occupiamo degli spettacoli, dei concerti, della produzione televisiva che è di alta qualità e che adesso nel periodo del Ramadan raggiunge alti picchi di ascolto. Per ora è solo in arabo, ma spero presto di tradurla in italiano e spagnolo. Ecco mostrando che quei popoli fanno arte, spettacolo, trasmissioni, fiction come noi e che ci assomigliano più di quel che crediamo cadranno le barriere, oltre a spiegare sempre la politica estera. Dobbiamo cominciare da qui.

 

Intervista e foto di: Luca Ramacciotti

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