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9 lune e mezza arriva nelle sale cinematografiche

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Si ride, si piange, si ride, si riflette, si ride. Potrei chiudere qui la mia recensione di “Nove lune e mezza”, opera prima di Michela Andreozzi. Nel miglior solco della commedia all’italiana questa è un’opera prima che la Andreozzi ha gestito con sapienza di persona di spettacolo navigata quale è. Giustamente ha atteso l’idea giusta e il momento esatto per scendere in campo nel ruolo di regista confezionando un film perfetto di cui lei stessa è anche attrice. Accanto a lei una Claudia Gerini più brava che mai (che, come ha ricordato in conferenza stampa la regista, suona realmente il violoncello nel film), un fantastico Giorgio Pasotti, uno straordinario Lillo Pietrolo e Stefano Fresi e Massimiliano Vado di cui non vi dirò nulla dei loro personaggi (se non che li ringrazieranno in molti per come li hanno interpretati) tranne che sono davvero perfetti.

Tra i comprimari si segnala una spettacolare Paola Tiziana Cruciani e un Alessandro Tiberi eccezionale.

La trama? Non leggetela, non cercatela, andate a gustarla al cinema. Sì abbiamo visto il trailer e sappiamo che due sorelle (la Gerini e l’Andreozzi) fanno un patto andando contro alla propria scelta di vita (l’Andreozzi vuole ardentemente un figlio, ma non le viene e la Gerini li potrebbe avere, ma non li vuole), ma basta non si deve sapere altro.

Questo perché si perderebbero le sorprese, le sfumature di un ritratto, di uno spaccato della società italiana odierna dove una parte vede il futuro ed un’altra ne ha paura.

Si analizza la famiglia con i suoi amori, paradossi, diritti e doveri, la figura della donna moderna, la figura dell’uomo che si deve adattare ad una donna moderna ed emancipata, alle aspettative che la società ha nei confronti di ogni singolo essere femminile o maschile, le aspettative di “dovere” verso i due generi.

Il tutto condito con molta leggerezza perché si ride su ogni tema elencato, ma pi ci si riflette.

Perché ognuno di noi vive incasellato in un’etichetta che gli ha messo addosso la società o in una scatola che si è costruito con le proprie mani.

Però c’è l’amore, che dice la regista, è il vero tema centrale del film.

E aggiungo io, anche il coraggio di rivedere le proprie posizioni.

Un cast corale, ben affiatato, una regia leggera, quasi invisibile tanto scorre in maniera lineare, senza sbavature, una perfetta fotografia.

E poi c’è un ultimo (ma non ultimo) protagonista: la musica. Da Rumore della Carrà a Perdere l’amore di Ranieri uniti dalle musiche originali di Niccolò Agliardi e la voce di Arisa (che fa un simpaticissimo cameo nel film).

Dopo anni di commediole (anche un po’ pecorecce) il cinema italiano sta vivendo una seconda gioventù che fa ricordare i bei tempi dei grandi artisti. Perché quelli di questo film lo sono dal primo all’ultimo.

 

Articolo di Luca Ramacciotti

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