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Conosciamo meglio Michela Lombardi

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Incontriamo Michela Lombardi a pochi giorni dall’uscita del suo ultimo lavoro discografico… ecco cosa ci ha raccontato del suo meraviglioso mondo musicale…

Quando hai capito che la musica era il tuo destino?
– L’ho capito fin da piccola, mi era già chiaro che i momenti più felici erano quelli in cui ascoltavo musica – dapprima sul giradischi dei miei cugini, per poi imparare a sistemare la puntina sulla piastra dell’impianto stereo di papà! – e quelli in cui cantavo, intonando le canzoni dei gruppi tipo gli Homo Sapiens o i Collage (li ascoltava una mia cugina che mi faceva anche da baby-sitter) o preparando il saggio finale dell’asilo o delle colonie estive. Sarà che mia madre ha sempre avuto il canto nel cuore: anche adesso che ha ottantadue anni ogni tanto chiude gli occhi, sorride e inizia a cantare una vecchia canzone degli anni Cinquanta o Sessanta, come faceva un tempo per alleviare la fatica del lavoro o mentre aspettava che i suoi sogni si realizzassero. Ricordo ancora il tardo pomeriggio del 19 dicembre 1982: era il mio nono compleanno, e sul Corriere dei Piccoli c’era scritto un numero di telefono (di Milano, forse quello della redazione) che quel giorno noi giovanissimi lettori potevamo chiamare per parlare con Nico Fidenco: per mia madre era quello che cantava “Legata a un granello di sabbia”, ma per me e per i lettori del «Corrierino» era quello della sigla del cartone animato “Sam il ragazzo del West”. Composi il numero sul telefono grigio e gli domandai: «Signor Fidenco, sono una bambina di Camaiore e vorrei fare la cantante, mi può dare qualche consiglio?». Il consiglio che mi dette fu quello di imparare a suonare il pianoforte, e da lì a poco iniziai a prendere lezioni di pianoforte e solfeggio.

Cosa provi quando ti avvicini ad un nuovo progetto musicale?
– È un entusiasmo che credo sia comune a qualsiasi forma di creazione: l’euforia e la gioia di sapere che potrò dare una forma tangibile a migliaia di suggestioni, pensieri, ispirazioni, impressioni che danno un senso al mio stesso esistere. Non ho potuto far parte dei boy-scout (nella mia città non c’erano ancora) ma quando ho letto l’ultimo messaggio del fondatore dello scautismo, Baden-Powell (non a caso anche un grande musicista di bossanova, Baden Powell de Aquino, si chiama così!), mi ci sono ritrovata molto: «…il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri. Procurate di lasciare questo mondo un po’ migliore di quanto non l’avete trovato e, quando suonerà la vostra ora di morire, potrete morire felici nella coscienza di non aver sprecato il vostro tempo, ma di aver fatto “del vostro meglio”». Chi fa musica non opera a cuore aperto, ci mancherebbe altro, né risolve questioni internazionali, ma penso che abbia comunque una grande responsabilità. Io mi sveglio ogni mattina e mi sento grata e fortunata di potermi bere una bella tazza di caffè caldo e avere tempo e risorse per fare qualcosa di bello da condividere, e lo sento come un dovere. È un pensiero che mi accomuna anche ad una delle mie cantanti preferite, Tierney Sutton. Non si fa musica per sfoggiare competenze o sentirsi superiori agli altri, ma per prestare agli altri il proprio sguardo sul mondo.

Hai collaborato e collabori con musicisti diversi e di diversi paesi: cosa hai “preso” e cosa hai “dato”?
– Si è trattato spesso di collaborazioni nate da intesa, affinità e reciproca stima, e ciò che “ci siamo dati” credo sia stato soprattutto molto entusiasmo e grande generosità. Io, poi, avendo la fortuna di avere di fronte musicisti immensi, ho anche “preso” in più l’esempio umano e professionale di chi dà sempre il massimo con dedizione, serietà e perfezionismo, da Nico Gori (col quale ho fatto tre dischi e col quale canto nel Nico Gori Swing 10tet) a Phil Woods (col quale ho realizzato per l’etichetta Philology di Paolo Piangiarelli i due volumi del “Michela Lombardi & Phil Woods sing & play the Phil Woods Songbook”).

Da quali suggestioni nascono i tuoi lavori?
– I campi in cui mi muovo sono principalmente due: brani originali (dei quali scrivo sempre i testi e in molti casi anche la musica) e riletture di brani esistenti. Nel primo caso, mi dà gioia vedere come i brani nuovi scaturiscano con facilità dalla mia immaginazione, come naturale risultato della memorizzazione di migliaia e migliaia di canzoni imparate, amate e cantate fin da quando ero bambina. I pomeriggi (forse fin troppi!) trascorsi davanti allo stereo a cantare, le delusioni, i cuori spezzati, i sogni ad occhi aperti… tutto acquista un senso, perché va verso la creazione di qualcosa. E anche quando si tratta di riarrangiare brani altrui, più o meno avviene qualcosa di simile, perché l’apporto creativo è notevole, e in più c’è l’ebbrezza della sfida (chissà cosa riusciremo a dire di nuovo riguardo a questo o a quell’altro brano, chissà se riusciremo a rivalutare un brano che tutti vedono sotto un’altra luce…).

La tua ultima sfida è un disco dedicato a Madonna, “Live To Tell” (Dot Time Records, 2017): puoi raccontarci come è nato?
– È nato da un’idea del produttore romano Alfredo Saitto, che un po’ di tempo fa contattò Riccardo Fassi (noto pianista, compositore e arrangiatore, docente di jazz al Conservatorio di Firenze, dove ho studiato, e direttore della Tankio Band, con cui ha realizzato diversi lavori incentrati sull’opera di Frank Zappa) per realizzare questo lavoro che aveva in mente fin da quando, lavorando per una famosa etichetta major, conobbe Madonna di persona. Poi Riccardo mi contattò per invitarmi a prendere parte a questo progetto, e la sezione ritmica è stata completata da Luca Pirozzi (al basso elettrico e contrabbasso) e Alessandro Marzi (batteria e percussioni). Abbiamo fatto alcuni concerti per lo più nei jazz club romani, per assestare gli arrangiamenti e rodare l’intesa del quartetto, e inizialmente ci chiamavamo A.L.A.R.M. 4tet (l’acronimo che raccoglieva le nostre iniziali, compresa quella di Alfredo). In seguito, per una questione di ottimizzazione della ricerca, l’etichetta americana con cui lo abbiamo pubblicato ha scelto di usare il mio nome affinché fosse più diretto il riferimento a un disco di jazz vocale, ma sarebbe fuorviante pensarlo come un disco solo mio: è a tutti gli effetti un lavoro corale, di squadra, in cui ciascuno ha dato il proprio apporto agli arrangiamenti. Lo abbiamo appena presentato (lo scorso 29 aprile) al «jazzahead!» di Brema, una delle più importanti fiere mondiali legate al mondo del jazz, ed è stato entusiasmante! In quell’occasione, il grande trombettista russo Alex Sipiagin (col quale Riccardo ha inciso quattro dischi) si è unito a noi sul palco, impreziosendo la nostra performance. Tra il pubblico – che alla fine ci ha applaudito con una standing ovation – c’erano molti addetti ai lavori, e giornalisti di note riviste jazz internazionali. Nel disco ci sono due ospiti americani che sono vere e proprie icone del jazz più aperto alla contaminazione con altri generi: Don Byron e Steven Bernstein.

È vero che tutti voglion fare il jazz?
– «…perché resister non si può / al ritmo del jazz!», certo! Non tutti scelgono di far quello, ma sempre più persone (e sempre più giovani) hanno l’opportunità di studiarlo e ascoltarlo, rispetto a qualche anno fa. Nel 1994 io dovevo andare fino a San Lazzaro di Savena per far lezione con Tiziana Ghiglioni, ora invece c’è molta più offerta formativa e didattica, e sono stati pubblicati molti metodi sui quali potersi preparare.

Come sta il jazz in Italia?
– Ci sono un sacco di musicisti (spesso giovani e talentuosissimi), di nuove etichette, di iniziative, e da alcuni anni c’è anche il MIDJ (l’associazione che cerca di promuovere la figura del musicista di jazz in Italia). C’è ancora molto lavoro da fare rispetto all’estero (ad esempio, per molti musicisti stranieri è molto più semplice venire a suonare qui di quanto non lo sia per noi andare all’estero, e da molti paesi i voli aerei per fare concerti qui vengono rimborsati, mentre per noi è ancora tutto assai oneroso…), ma c’è un fermento, una connessione e una volontà di collaborazione che si spera portino a maggiori progressi.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
– Di recente ho inciso due dischi con il trio del pianista Piero Frassi, insieme a Gabriele Evangelista al contrabbasso e Andrea Melani alla batteria. Il primo di questi cd, “Solitary Moon – Inside The Music Of Johnny Mandel”, è uscito lo scorso ottobre per l’etichetta Philology, e vede come ospite speciale il sassofonista Emanuele Cisi. È dedicato ai brani composti dal compositore Johnny Mandel, e l’anno prossimo uscità un disco «fratello» di questo, sempre con lo stesso trio (ma senza sax), e dedicato stavolta alle canzoni di Michel Legrand. Ho poi quasi pronto un disco dedicato a Mose Allison, ancora in attesa di pubblicazione, inciso con Alberto Marsico all’organo hammond e Alessandro Minetto alla batteria. Infine a settembre registrerò con il pianista Giovanni Ceccarelli, amico di lunga data, col quale ho iniziato a scrivere brani ben tredici anni fa. Ormai vive a Parigi ma stiamo lavorando a distanza da mesi per poter dare forma a un disco di inediti a cui teniamo molto.

Intervista di: Elena Torre

Foto: Francesca Pasquinucci

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