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Max Strata, l’intervista

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Max Strata è un esperto di temi ambientali ed ecologia applicata, da poco in libreria con il suo Oltre il limite, noi e la crisi ecologica un saggio dedicato alla profonda crisi che stiamo attraversando e sulla quale non possiamo più chiudere gli occhi. Per questo l’abbiamo incontrato per approfondire un argomento che ci coinvolge tutti, che ci piaccia oppure no.\r\n\r\n \r\n\r\nOstacolare la nascita di una coscienza ecologica ha radici soltanto in ambiti economici?\r\n\r\n \r\n\r\nIn realtà, gli studi sociologici ci dicono che nei paesi occidentali c’è già una sorta di “coscienza” ecologica diffusa ma, guardando bene, se si escludono gli addetti ai lavori e alcune persone particolarmente sensibili al tema, ci si accorge che più che con una “coscienza” si ha a che fare con una percezione non approfondita di quanto sta realmente accadendo al pianeta.\r\n\r\nIntendo dire che in effetti molti tra noi hanno ormai la netta sensazione che ci troviamo di fronte ad una crisi ecologica senza precedenti ma quello che ancora manca è una piena consapevolezza sulla magnitudo dei vari impatti che stiamo causando.\r\n\r\nLa questione è così seria che per la nostra era, dominata dalla società termo-industriale, è stato coniato il termine ANTROPOCENE, che non sostituisce il nome dell’era geologica attuale, l’Olocene, ma più in dettaglio si riferisce al complesso di azioni esercitate dall’homo sapiens sull’equilibrio del pianeta, tanto da indirizzarne l’evoluzione dopo averne modificato i cicli bio-geochimici.\r\n\r\nIn pratica, alle attività umane sono riconosciute le principali modifiche territoriali, strutturali e climatiche che stanno caratterizzando la vita della Terra, ovvero l’esercizio di un potere analogo a quello dell’eruzione contemporanea di più vulcani o ad un intero ciclo glaciale.\r\n\r\nLa risposta dunque è duplice, nel senso che certamente le super lobbies economico-finanziarie che gestiscono la produzione e la commercializzazione di energia da fonti fossili e il sistema industriale, hanno tutto l’interesse a ritardare lo sviluppo di una maggiore consapevolezza rispetto a quanto sta accadendo, ma, come ho provato a spiegare nel libro, c’è anche un aspetto psicologico che riguarda ciascuno di noi e che a che fare con il nostro rifiuto di accettare una realtà tanto sgradevole. Si tratta del meccanismo psichico che porta il nome di rimozione e che allontana dalla coscienza desideri, pensieri o residui mnestici (percezioni, ricordi) considerati inaccettabili e intollerabili dall’Io, e la cui presenza provocherebbe dispiacere. L’affermazione di una consapevolezza profonda riguardo alla crisi ecologica -che è anche crisi economica e crisi dei rapporti sociali- si trova così a lottare con due antagonisti che sono le due facce di una sola medaglia: il potere economico/finanziario accecato dalla brama del profitto a tutti i costi (che governa l’informazione e che ha fagocitato la rappresentanza politica) e il potere dell’inconscio pervaso da un edonismo senza freni.\r\n\r\n \r\n\r\nPensi che il fatto che ognuno di noi possa concretamente fare qualcosa ma ancora pochi lo facciano derivi dal diffuso senso di deresponsabilizzazione?\r\n\r\n \r\n\r\nNon sentirsi responsabili è una delle caratteristiche del nostro tempo.\r\n\r\nSecondo l’assunto contemporaneo, tutto passa per l’individuo ma alla fine l’individuo non risponde di alcunché: non dei suoi gesti quotidiani, non del proprio egocentrismo, non delle scelte che incidono sul vivere comune. Il problema è posto sempre al di fuori della sua sfera d’azione, insomma, il male o l’errore, arrivano sempre dagli altri e persino il compimento di un illecito viene spesso connotato di una presunta responsabilità collettiva.\r\n\r\nCiò, almeno in parte, deriva dalla perdita di quel “senso di colpa” o comunque di responsabilità soggettiva, che ha caratterizzato una cultura secolare intrisa di dogmi e presupposti religiosi e che oggi, nel mondo occidentale, non ha trovato alcun sostituto.\r\n\r\nTra le conseguenze, c’è per l’appunto questo atteggiamento di assoluta distanza, di inerzia e per certi versi di desiderato senso di impotenza, rispetto alle criticità del nostro tempo. Il comportamento virtuoso, l’azione necessaria, resta così limitata ad una minoranza che spesso si carica sulle spalle compiti gravosi, rischiando sconfitte e conflitti interni. Ma da sempre sono le avanguardie che spingono per il cambiamento e una delle sfide cruciali è certamente quella di riuscire a coinvolgere chi al momento non ha ancora chiara la gravità della situazione in cui ci siamo cacciati.\r\n\r\n \r\n\r\nSe i tempi di distruzione del pianeta sono realmente così vicini perché le grandi multinazionali perseverano nelle loro opere senza cambiamenti di rotta?\r\n\r\n \r\n\r\nVorrei chiarire che non c’è alcuna distruzione del pianeta in vista.\r\n\r\nLa Terra, in oltre 4 miliardi di anni di vita, ha superato eventi inimmaginabili anche per la nostra più fervida fantasia e certamente non imploderà sotto la spinta del nostro irrazionalismo: semplicemente, se le cose non cambieranno, potrebbe fare a meno della nostra specie, quantomeno nella posizione dominante in cui ci siamo abituati a considerarla.\r\n\r\nE’ già successo innumerevoli volte e con un gran numero di specie; Darwin ce l’ha spiegato molto bene. Ci sono dei limiti fisici e biologici che regolano la sopravvivenza di una popolazione su un territorio e quei limiti non vanno superati: la nostra “impronta ecologica” su scala planetaria, dimostra inesorabilmente come e di quanto, li abbiamo già superati.\r\n\r\nQuello che è prevedibile e di cui abbiamo già un primo assaggio, è che se continueremo ad immettere in atmosfera enormi quantità di gas climalteranti e se continueremo a rilasciare nell’ambiente sostante tossiche di tutti i generi, tagliare foreste, sfruttare al massimo i terreni produttivi, i mari, ecc., finiremo ben presto per compromettere definitivamente gli ecosistemi e i servizi quali fornitura di acqua, aria, fertilità dei terreni, riciclo dei nutrienti, barriera agli agenti patogeni che la natura ci offre gratuitamente, rendendo molto difficili le condizioni di vita in generale e quindi anche quelle per la nostra specie.\r\n\r\nQuella che stiamo portando avanti è quindi in primo luogo un’azione autolesionistica.\r\n\r\nSul perché le grandi multinazionali perseverino nella pratica del “business as usual” senza considerare minimamente quanto sta avvenendo, non credo che possa esserci altra risposta se non quella che non possono fare altro, in quanto è il modo stesso con cui sono concepite, la loro stessa struttura, che ne impedisce ogni possibile riforma. In nuovo auspicabile assetto globale che non si regga sulla crescita economica a tutti i costi e che privilegi la resilienza locale, semplicemente le multinazionali non avrebbero più senso.\r\n\r\n \r\n\r\nCercando di guardare il lato positivo, quali sono in concreto le azioni già messe in atto nel mondo per invertire il processo?\r\n\r\n \r\n\r\nVe ne sono di molti tipi e a varie latitudini. Si tratta di azioni portate avanti da singoli governi o da istituzioni regionali, da organizzazioni non governative e da amministrazioni pubbliche locali ma ancora più spesso da gruppi spontanei di una comunità che vive in un’area rurale, in una piccola città o in un quartiere di una grande città.\r\n\r\nIl punto è che in materia di energie rinnovabili la pianificazione contempla troppo spesso la realizzazione di grandi impianti che richiedono massicci investimenti e lunghi tempi di costruzione e se teniamo conto che ancora oggi l’80% dell’energia prodotta a livello globale proviene da combustibili fossili (esattamente come negli anni ’70), la conversione energetica di cui abbiamo assoluto bisogno, rischia di arrivare a tempo scaduto.\r\n\r\nI veti incrociati e la lentezza con cui si muovono le trattative tra gli Stati a livello internazionale ne è la riprova.\r\n\r\nLa vera chiave di volta è quindi rappresentata dalla scala locale, dalla piccola produzione di comunità, ed in particolar modo per quanto riguarda l’eolico ed il fotovoltaico o il gas ricavato dalla componente organica dei rifiuti o dalle biomasse, dalla capillare realizzazione di impianti familiari, condominiali o comunque comprensoriali di proprietà collettiva che sono in grado di concretizzare una “democrazia energetica” locale, in un contesto non subordinato alle forniture esterne e al controllo dei prezzi che viene esercitato dai soggetti economici che gestiscono le fonti, il trasporto e la distribuzione dell’energia.\r\n\r\nPiù in generale, si stanno sviluppando processi virtuosi che non riguardano solo le rinnovabili ma l’efficienza e il risparmio energetico, la produzione e la commercializzazione di cibo biologico a filiera corta, l’incentivazione del riuso e la realizzazione di distretti dedicati al recupero dei materiali, la formazione di un nuovo tipo di imprenditorialità cooperativa. Azioni che sono in grado di sviluppare un nuovo tipo di economia decentrata e che oltre a ridurre gli impatti   sull’ambiente naturale, portano non pochi benefici sul piano dell’occupazione.\r\n\r\nInsomma, un via possibile utile ad affrontare la crisi ecologica e che permette di intravedere all’orizzonte la possibilità di realizzare un sistema economico stazionario, che si adegui ai limiti determinati dalla necessaria conservazione degli ecosistemi e dalla rinnovabilità delle risorse naturali e all’interno del quale gli attuali flussi di materia e di energia dovranno certamente diminuire imponendo standard di vita meno dissipativi.\r\n\r\n \r\n\r\nCi sono Stati o governi “virtuosi”? E se ci sono che cosa hanno scelto di fare?\r\n\r\n \r\n\r\nSì, in Europa, ad esempio, la Danimarca ha avviato un piano energetico che nel giro di alcuni anni prevede di realizzare una completa decarbonizzazione nella produzione di energia elettrica. In sostanza, non facendo più ricorso ai combustibili fossili, tutta l’energia sarà prodotta dalle rinnovabili ed in particolare dall’eolico che è il motore di questa rivoluzione e che già oggi è fortemente presente sul territorio, sia a terra che in mare.\r\n\r\nIn America latina, in modo analogo si è mossa la Costa Rica che già produce gran parte della propria energia dall’idroelettrico. Ma scelte simili, anche se non così coraggiose, stanno avvenendo in molti altri Paesi che come l’Italia dipendono dalle importazioni di petrolio, gas naturale e carbone. Ma da noi, purtroppo, si sta scegliendo un’altra strada…\r\n\r\n \r\n\r\nCome singoli cittadini cosa possiamo fare per stimolare un cambiamento?\r\n\r\n \r\n\r\nPassare innanzitutto attraverso una “inner transition”, ovvero attraverso un cambiamento interiore rispetto alle abitudini mentali che abbiano acquisito, togliendoci dalla testa che noi, in quanto singoli o come società, rappresentiamo il centro dell’universo e che l’idea di crescita materiale (più beni = più benessere) sia l’unica cosa che conta veramente.\r\n\r\nSi tratta di un percorso non semplice per le complicanze generate dal bombardamento mediatico, dall’esaltazione dell’individualismo, dalla dissoluzione delle relazioni che in passato tenevano insieme l’identità comunitaria.\r\n\r\nMa è chiaro che senza una visione diversa da quella dominante non avremo alcuna possibilità di contenere le potenti modificazioni ambientali che abbiamo generato. Il cambiamento, ovvero la transizione ad una modalità esistenziale e ad una gestione complessiva che tenga conto del necessario equilibrio con i sistemi naturali e che garantisca la rinnovabilità delle risorse passa da qui: è questa nuova consapevolezza profonda che stimola l’azione che da personale si fa collettiva.\r\n\r\nFra gli altri, l’esempio delle comunità in transizione, mostra come modificare l’esistente sia non solo auspicabile ma possibile proprio a partire da una ricostruzione delle relazioni all’interno della propria comunità, nella pratica dell’autorganizzazione e della progettazione condivisa.\r\n\r\nIn conclusione, è l’intero processo che parte dal cambiamento interiore e che giunge all’azione politica di gruppo che può produrre la risposta positiva di cui abbiamo bisogno, incidendo, di volta in volta, su livelli sempre maggiori.\r\n\r\nE, se l’urgenza è modificare nel più breve tempo possibile l’attuale sistema economico e l’organizzazione sociale che è all’origine della crisi ecologica, trovo che sia appropriato questo motto transizionista:\r\n\r\nSe attendiamo i governi sarà troppo tardi.\r\n\r\nSe agiamo come individui sarà troppo poco.\r\n\r\nMa se agiamo come comunità potrebbe essere sufficiente, appena in tempo.\r\n\r\n \r\n\r\nhttp://www.dissensi.it/content/oltre-il-limite-di-max-strata.html\r\n\r\n \r\n\r\nArticolo di: Cinzia Ciarmatori\r\n\r\n 

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