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Susanna Parigi: l’intervista

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Intrigante, colta, raffinata, Susanna Parigi è una donna di parola e musica. E’ appena uscito  Il Saltimbanco e la luna un omaggio ad Enzo Iannacci  e il 5 maggio arriva il suo nuovo lavoro discografico Apnea. Noi abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con lei…

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Cosa ti ha avvicinata all’opera di Jannacci apparentemente distante dal tuo ‘mondo musicale’?

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Il giornalista Andrea Pedrinelli, ormai tre anni fa, mi ha fatto la proposta di lavorare a quello che poi è diventato il concerto–teatrale “Il saltimbanco e la luna”. Ero contenta che me lo avesse proposto, ma ho aspettato un bel po’ prima di dare una risposta definitiva perché non avevo idea di come i testi di Enzo avrebbero potuto suonare con la mia voce, con il mio modo di cantare così diverso. Il mio essere fiorentina con il suo essere milanese.

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Dopo tanti ascolti fatti anche con Andrea, mi sono accorta che insieme a queste differenze, c’erano però temi, personaggi, atmosfere surreali molto vicine al mio mondo di autrice, ma tanto vicine da rimanerne stupiti. Non avevo bisogno di immaginare le sue storie, io le avevo viste, le avevo vissute. Il suo sguardo attento, sempre rivolto agli emarginati, agli invisibili, ai deboli mi aveva sempre commosso. Siamo tutti consapevoli che oggi, come anche quando Enzo incideva, la legge della giungla, la legge del più forte impone che chi non ce la fa rimanga indietro, e chi tende una mano a chi rimane indietro è un debole pure lui. Questo è il messaggio chiaro che assimiliamo ogni giorno. Jannacci ha avuto il coraggio di andare contro corrente, in maniera violenta, senza nessun compromesso neanche per il suono della parola cantata o per certo rigore metrico canzonettistico.

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Da qui certa difficoltà nell’ascoltarlo, certa difficoltà nell’eseguirlo. Eppure mi permetto di dire che lo sento così vicino perché anche io da molti anni ho deviato, in una strada “meno battuta”, come direbbe Robert Frost, “e di qui tutta la differenza è venuta”, come appunto “In differenze” si intitolava il mio terzo Cd. Ecco perché ho accettato di misurarmi in questo lavoro.\r\n\r\n

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Come hai scelto i brani che sono confluiti nel disco?

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Li abbiamo scelti insieme con Andrea. Alla base c’era il desiderio e l’esigenza di scegliere una parte

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del repertorio di Jannacci meno conosciuta e più rappresentativa di lui anche come uomo.

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La sensazione forte che ho sempre avuto è che la maschera da saltimbanco servisse a stemperare

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una tristezza cosmica, insanabile, di un contatto continuo con il sentimento del non senso, dell’ingiustizia.

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Ecco perché abbiamo scelto “Mamma che luna”, “Io e te”, “L’uomo a metà”, “L’era tardi”, “La fotografia”,“Vincenzina e la fabbrica” e così via.\r\n\r\n

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Cosa ti ha dato la sua musica e cosa hai dato tu alla sua?

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Quello che io ho dato alla sua non mi permetterei mai neanche di pensarlo. Posso rispondere

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riportando i commenti di molti che hanno assistito allo spettacolo, primo fra tutti Enrico Intra.

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Mi dicono che riescono a percepire meglio melodie che con il suo modo di cantare a volte rimanevano

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accennate, e sono melodie davvero meravigliose. Lui mi ha dato tanto. La spinta a lasciarmi andare di più, sia nella scrittura che nel cantato, a fregarmene, detta malamente, e a concentrarmi sulla totale potenza della parola.\r\n\r\n

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Quando e come nasce lo spettacolo Il saltimbanco e la luna?

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Come ti dicevo circa tre anni fa. Con Andrea Pedrinelli invece ci siamo conosciuti all’uscita del mio cd

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“In differenze” perché mi fece un’intervista e da quel momento credo la stima sia stata reciproca.

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E’ un giornalista talmente corretto che passa giornate intere e notti ad ascoltare i dischi prima di

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fare un’intervista o prima di fare una recensione. Non parliamo poi di quando scrive un libro.

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La sua serietà è quasi fuori moda no? L’attenzione maniacale al particolare, al non dare un’informazione errata, a non stravolgere le parole che gli vengono riferite in un’intervista, il rispetto dell’autore. Magari il giornalismo fosse così anche in altri campi no? Comunque poi a noi si è aggiunto

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il contributo essenziale della regista Rossella Rapisarda e della produzione dei Dadarò.

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Senza di loro sarebbe stato impossibile realizzarlo.\r\n\r\n

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Tu come Jannacci siete cantautori che non avete paura di sporcarvi le mani, nè di mandare a dire le cose… quali sono i limiti e le possibilità di chi fa il tuo mestiere?

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Le possibilità sarebbero tante per chiunque riesce a raggiungere un certo numero di persone. Non importa se poche o tantissime.

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Credo nel movimento dal basso, credo nel lavoro certosino, credo che il lavoro dell’infermiere, come quello dell’insegnante, come quello di chi ha certa influenza sulle persone,  e quindi appunto come dicevo prima, anche quello del giornalista, dovrebbe essere una missione. Se per questo dovrebbe essere una missione anche quello del politico. Infatti ho la ferma convinzione che dovrebbero sempre più essere erosi i privilegi della politica, in modo che la politica diventasse quasi un sacerdozio.

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Detto questo i limiti per chi parla senza troppi filtri sono tanti. Meno dici, meno sei attaccabile. Più dici, più rischi che una parte anche del tuo pubblico non approvi. L’altro rischio è che sei scomodo.\r\n\r\n

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Cosa vuoi ‘dire’ oggi con la tua musica?

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Pensa che quello che oggi vorrei dire con la mia musica è il “non dire”. Non a caso il mio prossimo disco che esce il 20 maggio ha titolo “Apnea”. Troppe parole malate, troppe informazioni.

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E per chi fa questo lavoro una sorta di “Apnea”ormai da anni. Il libretto del Cd contiene un piccolo manifesto che parla proprio di questo.\r\n\r\n

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Che importanza hanno o dovrebbero avere le parole?

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La parola è all’origine del tutto, la parola crea, la parola si materializza, ha un potere smisurato. Chi la manipola lo sa molto bene. A noi il dovere di combattere questa manomissione

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Intervista di: Elena Torre

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