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MariaGiovanna Luini: l’intervista

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il male dentro altaMariaGiovanna Luini (pseudonimo di Giovanna Gatti) è nata nel 1970: scrittore di narrativa e saggistica, collabora con alcune testate giornalistiche e case di produzione cinematografica per consulenze e sceneggiatura.\r\n\r\nGrazie alla laurea in Medicina e alle due specializzazioni (Chirurgia Generale e Radioterapia) è anche divulgatore attraverso media e comunicatore scientifico (medico) all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.\r\n\r\nIl suo tema natale racconta molto a chi lo sa leggere. Chi ne capisce poco sappia che il segno zodiacale è Pesci ascendente Pesci.\r\nMaster Reiki e curiosa di Energie, Luce e TheReconnection®, crede che niente sia fuori dalle possibilità di esplorazione. Autrice di Romanzi, saggi e sceneggiature. Noi l’abbiamo incontrata per sapere qualcosa in più sul suo ultimo libro: Il Male Dentro (Cairo Editore) ecco che cosa ci ha raccontato.\r\n

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Sotto quali spinte nasce questa storia?

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“Il male dentro” è una storia tra tante a contenuto o significato del tutto simile che premeva per uscire. Per molto tempo ho rifiutato l’idea di scrivere una storia che in modo diretto entrasse nella parte medica della mia professione: in realtà dovevano arrivare tempi diversi. Tempi interiori, non legati al mondo esterno. Nel passato ho ricevuto alcune proposte che riguardavano raccolte di racconti o romanzi ambientati in ospedale o comunque nella professione medica, e ho rifiutato. Un paio di anni fa, più o meno, di fronte alla proposta di Marco Garavaglia di Cairo ho sentito che era arrivato un momento particolare, e forse anche la persona che mi stava facendo questa proposta ha saputo incuriosirmi, incoraggiarmi, mostrarmi l’ipotesi sotto una luce positiva. Le spinte interiori per narrare storie  come questa sono inevitabili: vivi in un mondo che ti carica di emozioni, sentimenti, dubbi, gioia, dolore, empatia, e in qualche modo devi trasformare il grumo enorme che hai dentro in creatività. Impossibile tenere tutto nel non detto, anche se raccontare in un romanzo è trasformare del tutto, ispirarsi ad atmosfere e luoghi e idee senza ritrarre il vero. Mi chiedo oggi come sia stato possibile stare tanti anni senza narrare anche la medicina, la malattia e la salute, soprattutto le relazioni profondissime che nascono in un luogo di cura. Il mio agente, Andrea Pensotti, è stato bravissimo nell’aiutarmi a capire e accettare che non si possono tenere separate due essenze: lo scrittore e il terapeuta.

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Dove hai ‘incontrato’ i protagonisti del libro?

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Alcuni di loro sono stereotipi, più o meno. Nei loro tratti principali possono esistere in migliaia di realtà simili a quella descritta nel romanzo. Altri sono usciti spontanei, sono nati nel corso della scrittura e mi sono limitata ad assecondarli per vedere dove andassero a finire. Uno, Anna, è una specie di caricatura, un parafulmine: è totalmente inutile dire “i fatti e personaggi sono frutto di fantasia” perché tu che scrivi sai che è vero ma chi legge non ci crede, allora ho creato Anna che è la più imperfetta e fallibile e l’ho vestita con alcune caratteristiche smaccatamente mie. I pazienti del romanzo sono invenzioni, ogni giorno sto a contatto con tante persone (soprattutto donne che hanno avuto o hanno un tumore al seno) e negli anni ho accumulato tanta empatia, tanta memoria di storie e racconti e condivisione che la creazione di personaggi è molto facile. Giulia, la ragazza bellissima, è liberamente ispirata a una donna che amo molto.

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\r\nQuanto il tuo essere medico influenza il tuo essere scrittore e  viceversa?\r\n\r\n

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“Il male dentro” sarebbe stato impossibile, o forse solo un po’ più falso, se io non fossi stata medico e se la mia realtà ospedaliera non fosse stata un istituto oncologico. Andando più in là, essere medico aiuta nei passaggi tecnici e nello sguardo. Medico e scrittore osservano tantissimo, notano tutto e intuiscono. Hanno la facoltà dei medium, che a me non è mai mancata. Il medico ha la necessità di mantenere equilibrio e razionalità: questa è una caratteristica che aiuta enormemente ad affrontare e contenere gli eccessi emotivi che sono il segreto ma anche, a volte, la nemesi dello scrittore. Lo scrittore tende a un’enfasi emotiva che può distruggere, il medico ha meccanismi necessari di contenimento che salvano. D’altro canto, essere scrittore libera la creatività, ti costringe a dire esattamente ciò che pensi, ti fa sentire illimitato nelle potenzialità, dona all’osservazione clinica dettagli che altrimenti mancherebbero. La parte dello scrittore facilita le relazioni con i colleghi e i pazienti, non ho dubbi. Nel mio bilancio di vita lo scrittore ormai prevale in assoluto, anche perché ho avuto la fortuna di incontrare persone disponibili e attente all’Istituto Europeo di Oncologia: assecondando la mia vena comunicativa e creativa mi hanno coinvolto sempre più nella comunicazione scientifica e istituzionale, non mi viene in mente altro istituto di eccellenza capace di tanta e tale dinamica apertura mentale.

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\r\nQuanto conta la speranza nella lotta contro il cancro? E la paura?\r\n\r\n

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La speranza conta cento in una scala da uno a cento. Ho molto rispetto per le regole e la legge che regola il comportamento del medico, ma sono contraria a un approccio tecnico, spietato che tolga la speranza. “Il male dentro” racconta le relazioni profonde e complesse, indimenticabili, tra pazienti e personale dell’ospedale proprio perché la speranza è parte di questa relazione, e a nessuno è dato il diritto di tradirla. La paura è inevitabile, conta in modo variabile ma di solito può essere gestita grazie a un rapporto positivo e intelligente tra pazienti e personale di cura.

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\r\nCosa può insegnare la malattia?\r\n\r\n

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Se la osserviamo con onestà insegna sempre qualcosa, o meglio indica aspetti della vita di ciascuno che forse avevano o hanno criticità di base. So bene che parlare di queste cose espone a un rischio altissimo di essere fraintesi, provo a spiegare. La malattia non è MAI una colpa anche se chi ne soffre cerca sempre cause e responsabilità proprie. A livello conscio nessuno ha provocato la propria malattia, quindi non si può dire che esista una responsabilità della persona nell’essersi ammalata. L’inconscio ha altre regole, e se vogliamo andare ancora più in là il campo energetico che ognuno di noi possiede in quanto essere vivente può modificarsi in base a elementi legati alla psiche. Ecco quindi che l’inconscio (chiamiamolo così) può interagire con la salute e la malattia in modo che ancora ci sfugge. Non ho mai trovato una malattia che fosse davvero del tutto casuale nella sede corporea, nel comportamento, nelle caratteristiche più sottili. Ribaltiamo questa riflessione e cerchiamo la parte positiva: io credo che molta parte ignota dei meccanismi di malattia passi attraverso crisi psicologiche, inconsce, dell’anima, quindi anche le cure potranno presto integrarsi con un approccio globale, non solo fisico. In alcuni Stati chi ha un infarto riceve cure fisiche ma anche psicoterapia successiva, perché? In molti luoghi si mettono insieme cure tecnologicamente pazzesche a terapia di gruppo, Yoga, meditazione, Reiki, Pranic Healing, approcci volti a scaricare la rabbia… Inoltre, perché chi è andato incontro al gravissimo dramma di una malattia reagisce spesso con uno sbloccarsi della creatività? Perché cambia vita e abbandona persone, luoghi e abitudini che prima opprimevano? Stiamo intuendo che le emozioni hanno un ruolo nella salute e nella malattia del corpo. Le emozioni fanno parte del nostro equilibrio, sono capaci di guarire o farci ammalare. Per ritornare a cosa la malattia può insegnare: di fronte a una malattia una riflessione obiettiva, serena e con i tempi adeguati sul significato che essa ha per il paziente (rilflessione che solo il paziente stesso può fare, dentro di sè) può aiutare moltissimo. Chi nega questo ha paura di guardare dentro di sè.

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 In che modo le discipline alternative possono aiutare il processo di guarigione?

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Posso togliere l’aggettivo “alternative”? Perché “Il male dentro” su questo aspetto insiste: faccio dire a un protagonista che andrebbe evitato, è una cosa che mi sta molto a cuore. Finché consideriamo alcuni trattamenti come alternativi li mettiamo in diretta competizione, anzi stabiliamo un “o questo o quello” che va a scapito della salute e della serenità delle persone; ancora di più, va a scapito dell’enorme guadagno che tutti avremmo se usassimo la parole “integrate”. Terapie integrate, non alternative tra loro. Solo un pazzo o un meraviglioso giocatore di azzardo oggi eviterebbe la chirurgia quando necessaria, affidandosi esclusivamente ad approcci cosiddetti “alternativi”, ma questo non significa che le terapie integrate non servano. Servono tanto, nella mia esperienza lo vedo continuamente. Esistono approcci terapeutici che la scienza non ha ancora esplorato, quindi non ci sono dati scientifici (per ora): questo non significa che a priori non funzionino, significa che vanno considerate utili ma NON sostitutive della scienza. La scienza è potenzialmente perfetta perché non esclude mai uno sviluppo ulteriore: semplicemente, vuole i dati per la conferma. Bene, usiamola per studiare la medicina integrata. Molti ospedali stanno adottando il Reiki nella gestione del dolore e dell’equilibrio della persona: non si sognano di prescriverlo invece di una cura necessaria come chirurgia, farmaci o radiazioni, ma la affiancano, e il beneficio è innegabile. Cito Reiki ma possiamo sostituire la parola con decine di altre procedure analoghe. Quante persone hanno visto in azione chi pratica Reconnection? Io ho visto, ho seguito i corsi, so cosa accada grazie all’interazione tra le mie mani e le persone: qualcuno mi spieghi perché ciò che vedo, ciò che tanti vedono non è vero, allora sarò contenta. Alcuni risultati si vedono, negarli è impossibile. Ma la spiegazione non c’è: dovremmo mettere insieme la scienza (ho una laurea in medicina e due specializzazioni, radioterapia e chirurgia generale, più un master universitario in senologia chirurgica: lo dico perché si sappia che la mia base scientifica esiste ed è solida) e quei trattamenti che sembrano dare sollievo alle persone, qualche volta addirittura sono vere terapie, e studiare la migliore interazione. Dovremmo studiare le guarigioni che per la scienza sono inspiegabili invece di dire “Boh, chissà”, dovremmo offrire la possibilità a ogni strumento utile di manifestare il proprio potere di cura. Perché in fondo la salute sta dentro di noi, e qualche volta bisogna fermarsi e scovare la chiave per tirarla fuori.

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\r\nPerchè in Italia a differenza della Germania non c’è una regolamentazione in merito?\r\n\r\n

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Bella domanda. Facciamo una fatica pazzesca ad accettare l’ampliamento delle conoscenze e della mente, troppo spesso basiamo le decisioni su preconcetti. Oppure aspettiamo che qualcuno faccia il primo passo per non farci fare la figura degli scemi se per caso qualcosa va storto. C’entra niente, ma se pensiamo che ancora non esiste un riconoscimento ufficiale di una Lingua dei Segni per le persone sorde… Abbiamo bisogno di prove, controprove, del sigillo ampolloso e chiudiamo gli occhi. Soprattutto non siamo pronti a mettere insieme invece che dividere. Ripensiamo alla medicina integrata e non “alternativa”: le parole dicono tutto. Dividiamo, stabiliamo muri di separazione, ciò che non è bianco o nero non c’è. Come possiamo creare leggi se affrontare anche in ipotesi l’argomento delle terapie integrate suscita ilarità, scetticismo o una smorfia di scherno? Salvo poi avere richieste segrete, coperte da una specie di segreto professionale: “Scusa sai, io non ci credo ma si sa mai… Non è che mi aiuteresti con il male alla schiena?”. Il numero di medici che pratica anche antroposofia, per esempio, è molto alto, e lo stesso vale per forme di trattamento energetico (la cura che si basa sull’imposizione delle mani, comunque si voglia chiamare); pochissimi però sarebbero disposti a mettere la faccia in una pubblica occasione di comunicazione e confronto. Perché se sei medico non puoi certo dedicarti a certe cose! Sono medici che praticano la medicina con onestà e scientificità, non si sognerebbero di prescrivere qualcosa che non ha dati scientifici alla base, ma integrano con ulteriori trattamenti diversi nell’esclusivo interesse del paziente. Integrano, cioè quando ritengono positivo per il paziente aggiungono trattamenti e suggerimenti IN PIU’ rispetto alla medicina “tradizionale”. Parlo di medici ma ci sono persone molto dotate e preparate che medici non sono, e si occupano di cure di medicina integrata. L’assenza di leggi sta creando danni: prima di tutto a chiunque è concesso di improvvisare, e non è certo una buona idea, non c’è una regolamentazione fiscale precisa (e non è logico) e non si possono fare controlli. Non esagererei con la rigidità (il fatto che esista una società italiana che pretende di regolamentare l’esercizio di Reiki – o sei iscritto o sei nessuno – è una sciocchezza del tutto simile all’assenza di leggi, contraria a ciò che Reiki è), ma alcune leggi che tengano conto dell’evolversi della società e della centralità del paziente che ha diritto al massimo delle cure per il corpo e la mente sono necessarie.\r\n

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Intervista di: Elena Torre

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