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Valentina Santini: l’intervista

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Oggi conosciamo meglio Valentina Santini giovane autrice al suo esordio letterario con Lettere di un’aspirante suicida (Romano Editore).\r\n\r\nCome mai la scelta di scrivere un romanzo epistolare?\r\n\r\nIl primo libro di cui mi sia innamorata è “Cara Susi, Caro Paul”, un volumetto scritto da Christine Nöstlinger, incentrato sul rapporto epistolare tra due bambini, migliori amici, ma costretti a vivere lontano l’uno dall’altra. Ero alle elementari, quando lo lessi per la prima volta, e ne fui completamente affascinata: tutti i libri che avevo avuto tra le mani fino a quel momento vivevano di una trama data da descrizioni e dialoghi. Non sapevo che si potesse raccontare una storia, solo con l’utilizzo di lettere e biglietti. E questo fatto fu per me come una rivelazione. Quante volte ho riletto quel testo! E’ senza dubbio la storia che più ha accompagnato la mia infanzia. Credo che l’amore per questo libro sia rimasto dentro di me da allora e che la decisione di scrivere un romanzo epistolare, in realtà, non sia una vera e propria “decisione”, ma un’inevitabile conseguenza di quella lettura (e ri-lettura!) della mia infanzia.\r\n\r\nQuando nasce l’idea di questo libro?\r\n\r\n“Lettere di un’aspirante suicida” è la storia di una ragazza che, stanca della propria vita, decide di farla finita. Spaventata da una decisione così risolutiva, lascia un biglietto in un libro della biblioteca (pur non sapendo se sperare che qualcuno lo trovi e tenti di dissuaderla dal suo intento). Un uomo, effettivamente, scopre la lettera e decide di rispondere a quel messaggio di SOS, sempre utilizzando il libro della biblioteca come “cassetta della posta”. La ragazza rappresenta il pessimismo, mentre l’uomo, il suo alter-ego, l’ottimismo e la felicità. In realtà, questo libro non nasce come una “storia da pubblicare”. Ho iniziato a scriverlo durante il liceo, quando la pressione che mi sentivo addosso aveva cominciato pericolosamente a schiacciarmi. Da sempre, nei momenti di\r\nsconforto (più o meno grandi che siano), l’unica cosa che mi aiuta è la scrittura (per questo, viaggio sempre con un blocchetto e una penna in borsa!), perciò, anche allora capii che la soluzione ai miei problemi era quella di sfogarmi, riportando i miei pensieri su carta. Così ho fatto. Scrivevo tutto ciò che mi passava per la testa: di quanto il mondo facesse schifo, di come nessuno mi capisse, di quanto odiassi la scuola che frequentavo… Quando, poi, mi misi a rileggere i miei pensieri, mi spaventai: non ero (né, tantomeno, sono) così! Quel pessimismo non rappresentava davvero la mia vita! Decisi, dunque, di auto-rispondere a quelle riflessioni così tristi e malinconiche e, sdoppiandomi, diventai anche il mio alter-ego ottimista. La decisione di poter realizzare una storia vera e propria è venuta solo successivamente, quando ho capito che queste due parti di me\r\npotevano diventare anche dei buoni personaggi per un romanzo.\r\n\r\nQuanto avere un padre attore ti ha aiutata/condizionata nella scelta di scrivere?\r\n\r\nI miei genitori mi hanno molto aiutato nella scelta di scrivere: la lettura e la scrittura sono due passioni che mi porto dietro da tempo immemore, perché entrambi hanno sempre cercato di trasmettermi l’amore che essi provano per i libri. Il fatto che mio padre sia un attore penso che mi sia servito inconsciamente per appassionarmi ancora di più al testo scritto. Quando i miei mi leggevano o mi raccontavano le storie, cercavano sempre di interpretare i vari personaggi, caratterizzandoli ogni volta in modo diverso, per farmi cogliere e apprezzare le differenze dei protagonisti. Mio padre, in quanto attore, quando leggeva o raccontava, recitava una o più parti: credo che la sua gestualità e la sua voce abbiano inciso su di me, fino a condurmi a scrivere e a sperare, anche adesso, che qualcuno interpreti i personaggi creati da me come i miei genitori facevano con quelli delle storie che mi leggevano.\r\n\r\nCosa ti proponi con questo libro?\r\n\r\nHo deciso di tentare la pubblicazione di “Lettere di un’aspirante suicida” per dimostrare a me stessa che è possibile tirare fuori qualcosa di positivo, anche nella situazione più nera. Gli anni del liceo mi avevano davvero debilitato: se non studiavo, mi sentivo in colpa, perciò passavo tutta la giornata sui libri, sapendo di non essere comunque riuscita a fare abbastanza. Uscivo solo il sabato sera, ma non potevo far tardi: la domenica dovevo\r\nalzarmi presto per studiare. Ho avuto tanti motivi per amare il liceo, ma altrettanti per odiarlo. Questa scuola mi ha aperto la mente, mi ha fornito conoscenze in più, mi ha reso forte e mi ha fatto entrare in contatto con bellissime persone, sia tra i compagni di classe, che tra i professori. Però, molte volte, mi ha anche impedito di essere felice. Mi sentivo come si sente la protagonista del libro (ovviamente, senza aver mai pensato all’idea del suicidio, per fortuna!) e, una volta finite le superiori, mi sono ripromessa di non permettere mai più a me stessa di fami così tanto male. E quei cinque anni? Volevo davvero che fossero ricordati come “gli anni trascorsi in una scuola che mi ha dato tanto, ma che mi ha anche tolto tanto”? Non ho avuto intenzione di “sprecare” quel tempo\r\npassato a volermi male e, quindi, ho deciso di regalarmi un libro che portasse la mia firma e che racchiudesse la mia sofferenza, ma anche, e soprattutto, la mia voglia di reagire.\r\nDall’incubo di quei cinque anni, ho tirato fuori la soddisfazione più grande che abbia mai avuto: la pubblicazione di “Lettere di un’aspirante suicida”. Spero che tutto il mio trascorso di vita riesca a passare attraverso i biglietti dei protagonisti e mi piace pensare che questo scambio epistolare tra i due possa essere d’aiuto a chiunque si trovi in una situazione simile alla mia di qualche anno fa.\r\n\r\n Cosa non deve mai mancare in un libro che scrivi e in uno che leggi?\r\n\r\n“Lettere di un’aspirante suicida” è il mio primo romanzo (mi auguro, non l’ultimo!). E’ nato per caso, senza che me ne rendessi davvero conto. Però, una volta capito che era possibile tessere una storia interessante sul rapporto tra i protagonisti, l’idea del libro è venuta da sé, di conseguenza. Nella mia vita, tante altre volte avevo cominciato a scrivere romanzi, ognuno con una trama diversa: non c’è mai stato un filo conduttore tra i vari testi, eppure, solo uno è stato terminato: tutti gli altri sono rimasti in fieri. Questo perché, per quanto mi sia sempre piaciuto scrivere, mi sono innamorata solo di “Lettere di un’aspirante suicida”. Credo che sia la passione a far muovere il mondo: bisogna essere innamorati di ciò che facciamo, se vogliamo farlo bene. Me ne rendevo conto mentre scrivevo che “Lettere di un’aspirante suicida” sarebbe stato diverso dagli altri testi: ci stavo mettendo l’anima e avevo davvero bisogno di terminare quella storia. Quindi, ciò che non deve mai\r\nmancare in un romanzo che scrivo è proprio questo: l’amore. E lo stesso si può dire per un libro da leggere: perché un testo mi catturi, deve farmi appassionare fin da subito. Non importa che la trama sia particolarmente avvincente: posso benissimo innamorarmi dei personaggi o dello stile dell’autore. L’importante, però, è che il libro mi faccia prigioniera: è talmente bello non riuscire ad andare a dormire, perché non si è in grado di abbandonare la lettura!\r\n\r\nA cosa stai lavorando?\r\n\r\nCome già detto: scrivo da sempre, ogni volta che ne abbia voglia o necessità. Quindi, molti sono i progetti che ho in porto. Bisogna vedere se riuscirò ad innamorarmi di uno di essi… Al momento, mi sto concentrando su due diversi fronti: un libro per bambinie uno di fantascienza, sui viaggi nel tempo (sono sempre stata “fissata” con l’idea che l’uomo possa piegare lo spazio-tempo, un giorno!). Forse, al momento, non ne sono completamente innamorata, ma devo dire che siamo sulla buona strada…!\r\n\r\nIntervista di: Cinzia Ciarmatori

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