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Claudio Sottocornola: l’intervista

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Oggi facciamo un viaggio nella tradizione della canzone italiana e lo facciamo con chi di musica nostrana se ne intende davvero: Claudio Sottocornola\r\n\r\nSi dice che gli italiani siano un popolo di santi, navigatori e poeti, ma anche di musicisti e\r\ncantanti?\r\nE’ straordinario pensare che l’identità italiana ha prodotto nei secoli opere di straordinaria bellezza, veri ologrammi di perfezione in ambito letterario, figurativo e anche musicale. La lingua italiana è stata, con il melodramma, lingua musicale internazionale quanto lo è oggi l’inglese. E nel ‘900, soprattutto negli anni ’60, è riuscita ad assimilare le influenze anglo-americane e della black music elaborando un repertorio pop, rock e d’autore esportato in tutto il mondo, da Modugno a Mina alla Pavone, per arrivare oggi alla Nannini o a Zucchero. Eppure, sommersi da un profluvio di merci, anche musicali, tendiamo a perdere la memoria di quanto siamo stati e abbiamo fatto, appiattendoci così su un presente fatto di talent e di prodotti “usa e getta”, omologandoci a una produzione banale pensata solo per il mercato e perdendo così il nostro blasone di nobiltà.\r\n\r\nCome si è evoluta la canzone italiana?\r\nLa canzone italiana ha origine antiche e regionali. La tradizione della canzone romana, toscana e napoletana è a tutti nota. Napoli poi ha tramandato una scuola che, al di là o forse a ragione della sua matrice popolare, ha affascinato poeti e intellettuali come Bovio, D’Annunzio, Di Giacomo, costituendosi come genere di fama internazionale al pari, per esempio, della celeberrima “canzone francese”. Guerre Mondiali e Resistenza hanno poi maturato un repertorio folk, canti di guerra e partigiani, che ulteriormente hanno alimentato l’identità italiana. In occasione dei 150 anni dell’unificazione nazionale, nel 2011, ho voluto proporre, presso l’Auditorium della Provincia di Bergamo, cinque recital interattivi con gli studenti liceali e universitari atti ad approfondire proprio il repertorio popolare italiano, che ha contribuito a plasmare una lingua e una identità culturale comune e condivisa, al di là degli steccati regionali e sociali. Così, se negli anni ’50, la musica è prevalentemente intimista e melodica, “conservatrice”, anche perché si avverte la necessità di lenire le ferite della guerra, gli anni ’60, dall’urlo allo yé-yé, dal beat alla contestazione, dai teen-idols ai cantautori, sanciscono l’affermarsi del boom economico coi suoi miti, le sue contraddizioni, il suo epilgo, gli anni ’70, più critici e corrosivi, segnano i fasti del rock progressivo, della canzone politica, del neo-folk e il definitivo trionfo della canzone d’autore. Ma gli anni ’80 incombono, con riflusso e consumo, al suono dell’easy-listening e di una musica “globale”, ipnotica, spesso di pura evasione. Tendenza che continua in tanta\r\nmusica di consumo contemporanea…\r\n\r\nSi può imparare l’ascolto?\r\nIo credo che la percezione estetica sia in gran parte una questione di mappe cognitive, di affinità elettive, di interiorizzazione e risonanza emotiva. Tutte qualità che la comunicazione contemporanea, attraverso media sempre più aggressivi e intrusivi, ottunde e affievolisce. Siamo reattivi solo a suoni e colori forti, incapaci di sfumature e understatement. Così si sceglie (musica, moda, spettacoli, libri…) più che altro in relazione a ciò che fa tendenza e che le major promuovono con finalità di mercato: i gusti individuali sono pericolosamente segnati dall’ipse dixit di media e marketing, che puntano al nuovo nel senso più banale del termine, come sostituzione dell’esistente per mero interesse economico (sostituire, e non riparare l’elettrodomestico!). Come voleva Kant, la percezione estetica comporta invece il “libero gioco delle facoltà del soggetto”, ma perché ciò accada al meglio occorre che il soggetto sia davvero libero, capace di immaginazione e relazione. Occorre la memoria, il vero link con le regioni dello spirito o della coscienza nel suo divenire spazio-temporale, occorre profondità.\r\nEcco, se dovessi suggerire un metodo per sviluppare capacità di ascolto direi: riflettere, assumere in modo autentico la propria identità, confrontarsi con la varietà dell’esperienza umana (libri, dischi, film, persone…), fuggire le mode e i cliché.\r\n\r\nIn Italia c’è ancora un pregiudizio che tiene la musica ai margini della cultura: come mai?\r\nEccome. Le faccio una confidenza. Come docente di Filosofia e Storia, autore di pubblicazioni ove utilizzo linguaggi diversi per esprimermi, ho notato che, mentre c’è sempre un certo rispetto per la scrittura, sia in ambito filosofico che letterario, ed una discreta considerazione per la ricerca nel campo dell’immagine (arti visive), l’espressione musicale, specie quando è canzone pop, rock e d’autore, vien sempre connessa in un contesto istituzionale, ma talvolta anche nella mentalità comune, all’idea di intrattenimento, e spesso di intrattenimento leggero. Forse anche per questo ho insistito, negli ultimi otto anni, a proporre il modulo della lezione-concerto nelle scuole, in auditorium, centri culturali e svariati luoghi del quotidiano: mi è sembrato un modo per esprimere una finalità formativa, espressiva e didattica insieme, diversa da quella di mercato e consumo che emargina la musica nel circuito del puro intrattenimento, ove peraltro è preda di meccanismi perversi e di personalità senza scrupoli. La medesima logica marginalizzante si coglie nella assenza della educazione musicale da gran parte del sistema scolastico secondario superiore.\r\n\r\nCos’è Working Class? Cosa si propone?\r\nIl progetto, molto impegnativo, è nato dalla constatazione che amici, pubblico, persone care avevano raccolto immagini e registrazioni delle mie lezioni-concerto dal 2004 al 2012. L’esperienza, che si è svolta evidentemente in circuiti alternativi a quelli del consueto intrattenimento musicale, poteva quindi essere documentata e costituire un archivio ad uso di studenti, docenti, amanti della musica o semplicemente interessati ad avvicinare la Storia della canzone italiana. Ho così provveduto a realizzare la selezione delle immagini e location secondo i cinque percorsi base delle mie lezioni-concerto, da cui sono nati i cinque dvd che costituiscono il cofanetto di “Working Class”: “Teen-agers di ieri e di oggi”, “Decenni”, “Anni ‘60”, “Cantautori”, “Immagine della donna e canzone”, dieci ore di live, novanta canzoni simbolo reinterpretate, un racconto relativo ai decenni del Secondo Novecento che si snoda tra Storia, Filosofia e Canzone. Naturalmente il pregio di questa proposta sta proprio nel suo essere fuori dai cliché e dagli standard degli effetti speciali e dell’intrattenimento musicale: le immagini sono girate in presa diretta dal pubblico, l’acustica è quella reale dei luoghi del quotidiano che fungono da scenari, le basi sono “standard”, concepite come “fogli bianchi su cui scrivere” la propria rilettura del testo, e il tutto mantiene quelle “grezzature” che io adoro, ma di cui probabilmente i puristi diffidano e che il pubblico medio talvolta può non comprendere. Ecco allora il titolo un po’ provocatorio e ironico, “Working Class”, classe lavoratrice cioè, ad indicare un fare musica nei luoghi del quotidiano, con mezzi tecnici essenziali e un alto tasso di ispirazione, ma aliena dagli artifici e dalle facili seduzioni del manierismo di mercato.\r\n\r\n\r\nCome vengono accolte le lezioni concerto?\r\nL’idea delle lezioni-concerto viene da lontano e, trattandosi di canzone pop, rock e d’autore, è anche abbastanza innovativa: di solito infatti è il musicista classico a proporre brani che poi spiega e storicizza, ma nell’ambito della cosiddetta “musica leggera” critico e interprete tendono a divergere, mentre nel mio caso coincidono. Come giornalista, negli anni ’80 mi sono molto occupato di Spettacolo con interviste-ritratto ai maggiori esponenti della canzone, del teatro, della televisione italiana. Ad un certo punto ho avvertito l’esigenza di passare “dall’altra parte del vetro” ed ho incominciato ad andare in sala di registrazione per studiare e reinterpretare io stesso i classici della canzone italiana, esperienza da cui sono nati tre cd di studi ed un dvd video della serie “L’appuntamento”. Da qui a ricercare il contatto e la comunicazione col pubblico il passo è stato breve: dal 2004 ho portato in giro le mie lezioni-concerto rivolgendomi ad ogni tipo di pubblico, dagli studenti delle scuole al pubblico più maturo di Terza Università (dove insegno Storia della canzone e dello spettacolo), con reazioni molto incoraggianti. A volte il pubblico interviene, pone domande, esprime ricordi, e l’interazione si allarga trasformando il live in un momento di partecipazione e coinvolgimento. Sono molto orgoglioso di aver provato a traghettare il momento dell’espressione musicale dall’ambito dell’evasione e del consumo a quello della riflessione e della formazione.\r\n\r\nDove e come acquistare Working class?\r\n“Working Class” è presente in Rete sui siti www.claudiosottocornola-claude.com e www.cld -claudeproductions.com , nonché sul Canale CLDclaudeproductions di Youtube. In versione Box Set di cinque dvd è un’opera a tiratura limitata, pensata come archivio delle lezioni-concerto tenute sul territorio dal 2004 al 2012, ad uso di biblioteche, scuole, docenti, critici, addetti ai lavori, corsisti e per l’home video. E’ possibile richiederla presso info@cld-claudeproductions.com . Queste diverse opportunità di fruizione spero esemplifichino a sufficienza il carattere sperimentale, di ricerca e comunicazione che intendo attribuire al mio lavoro, e mi auguro che questo costituisca un contributo a ridiscutere meccanismi di fruizione della musica troppo spesso asserviti a logiche di mercato e consumo, più che di valore condiviso.

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