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De Andrè in discussione

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La leggenda del santo cantautore non sarebbe piaciuta nemmeno a lui. Eppure, dopo la sua morte (nell’ormai lontano 1999), ciò di cui Fabrizio De André è stato fatto oggetto è una subdola beatificazione a senso unico. Che riscrive la storia, pure. Perché lui, in realtà, fu assai più ambiguo e confuso, culturalmente, di come lo tramandano i suoi cantori postumi. Rolling Stone, dedicandogli la copertina, ricostruisce storicamente i tempi in cui ha vissuto il musicista e analizza come lo trattarono i media del tempo, riflette su come la “tv della canonizzazione” abbia trasformato De André post mortem e fotografa la villa in in Sardegna dove fu rapito nel 1979. Non trascurando di incontrare oggi i protagonisti che hanno vissuto a fianco di De Andrè: Paolo Villaggio, Mauro Pagani, Massimo Bubola e naturalmente Dori Ghezzi, che scherzando dice: “era sicuramente più cazzaro che santo”. Ed è la stessa Dori a raccontare: “Oggi sono l’archivio storico di un fatto culturale e musicale importante che non appartiene direttamente a me. E a volte sento un senso di rigetto per questo ruolo, non mi sento portata. Più che fare la testimonial, amo occuparmi di progetti concreti, far nascere delle cose. Se mi presto è perché mi rendo conto che mi tocca, e che questo porta a realizzare cose buone. Ma vorrei defilarmi”. Tu cosa gli rimproveravi? “Cosa gli perdonavo, vorrai dire! Il farsi del male. Non faceva male agli altri, ne faceva a se stesso. Specie quando beveva troppo. Aveva momenti di rabbia non controllata perché non era più lui. Dopo vari tentativi di smettere, ricevette la spinta decisiva dal padre, che glielo chiese dal letto di morte. A volte vorrei che gli avesse anche chiesto di smettere di fumare”.

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