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Due chiacchiere con… Christian Ginepro

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Abbiamo incontrato telefonicamente il regista Christian Ginepro in un pomeriggio di fine febbraio, tra un set di prove e un altro del suo originalissimo “Alice nel paese delle meraviglie”, in questi giorni in giro per tutta Italia. Libertà, creatività e fantasia sono le sue parole d’ordine. Chi si aspetta una semplice rivisitazione del celeberrimo libro di Lewis Carrol si sbaglia di grosso. Con Christian siamo andati alla radice di questo spettacolo particolare che deve la sua forza anche al team compatto e unito con cui Christian e compagni hanno lavorato. Ed adesso aspettiamo impazienti Alice e la malvagia Regina di Cuori al Teatro Verdi di Montecatini Terme (PT), giovedì 3 marzo. In attesa di vederlo poi tornare sul piccolo e sul grande schermo…\r\n\r\nChristian, secondo te come usano la fantasia i bambini di oggi?\r\n\r\nCome glielo insegniamo noi. Semplicemente. Non è che arrivano da soli e decidono che la fantasia non esiste oppure che ce ne è troppa. Come al solito dipende da chi hanno come maestri. È per quello che credo ci sia molto stimolante fare spettacoli come quello che abbiamo fatto noi, per cercare di insegnare ai bambini a combattere per difendere e proteggere la fantasia e il proprio paese delle meraviglie. E per ricordare ai genitori – e agli adulti come noi – che i confini di quel paese delle meraviglie, che poi è il nostro immaginifico, non sono valicabili una sola volta e per sempre.\r\n\r\nQuali sono gli “ingredienti” – chiamiamoli così – che non devono mai mancare su un palco perché la resa dello spettacolo sia ottima?\r\n\r\nSono tanti. Il primo naturalmente è il rispetto del pubblico. Questo non significa fare ciò che il pubblico vuole, bensì fare quello noi pensiamo possa essere speciale per un pubblico che per una sera spegne la tv per regalarsi una serata speciale. E quindi è puntando al massimo di quello che possiamo fare e dando sempre il meglio che si ha rispetto del pubblico. In questo caso poi ci mettiamo in gioco direttamente noi, in modo da mettere sul piatto qualcosa che forse gli americani non possono comprarci e i cinesi non possono copiarci: la fantasia, la creatività e la libertà. Secondo me il teatro è anche un grande specchio della realtà, della società di sempre. Fondamentale perciò porsi in modo che ci sia tanta armonia e tanta umiltà, che si faccia sentire il pubblico a proprio agio, tra l’altro nel nostro caso “Alice nel paese delle meraviglie” è un vero e proprio family show, però nel senso che è uno spettacolo che può piacere anche… ai bambini! Non il contrario. Inoltre per far funzionare una compagnia non devono assolutamente mancare responsabilità, condivisione e incanto perché, se non c’è l’ incanto, la prossima volta possiamo andare tutti quanti a fare una conferenza stampa invece di mettere in scena uno spettacolo…\r\n\r\nCome è nata l’idea di un musical su “Alice nel paese delle meraviglie”? Perché proprio questo?\r\n\r\nNasce semplicemente perché l’anno scorso la produzione è stata invitata ad uno spettacolo amatoriale dal titolo “Alice nel paese delle meraviglie”. La produzione ha poi chiamato me, Eduardo Tartaglia e Giovanni Maria Lori, dicendoci: “Ragazzi, questa è l’idea, però lo spettacolo va riscritto, rimusicato e ricoreografato”. Mi sono chiesto: come mai nel paese delle meraviglie – che sarebbe l’immaginifico di un bambino di 8 anni – a regnare non c’è Babbo Natale, Trilly, la Fata Turchina, o la stessa Alice, bensì c’è una regina cattiva che vuole tagliare la testa a tutti? Quella regina è il simbolo delle carte, dei numeri, della precisione. Mi sembrava un’idea molto attuale e da qui è partita l’avventura del nostro Alice. E soprattutto quando si arriva a fine spettacolo forse si capisce perché questa regina di cuori è così cattiva. Alice è la protagonista che incarna i bambini, mentre questa regina di cuori rappresenta tutti coloro che sono già maturi, adulti, magari quegli adulti a cui l’infanzia è stata negata oppure a cui non possono più accedere. Perché a noi adulti ogni tanto capita questo. Ma Enrico Botta e Annalisa Benedetti, che avevano allestito la prima versione amatoriale, hanno avuto l’ottimo intuito di riproporre un titolo che effettivamente è nell’immaginario di tutti.\r\n\r\nDa regista quali sono le difficoltà che si incontrano nel costruire un musical?\r\n\r\nDipende. Quando ho lavorato per altri mi è capitato anche che non ci fosse stima del mio lavoro, della mia persona e della mia professionalità.  Da lì ho imparato che chi non ha il talento di fare, persegue il potere di fare. Si chiama fascismo. Mi sono guardato allo specchio e mi sono scoperto diverso da loro. È stato uno dei momenti più importanti della mia vita. Qui invece abbiamo avuto un grande rispetto da parte della produzione, sia io come regista, sia Giovanna Maria Lori per le musiche, sia Eduardo Tartaglia per i testi e allora, anche se non avevamo a disposizione miliardi e miliardi, siamo stati messi nella condizione di essere creativi e di poter superare tutti gli ostacoli con una squadra bella compatta. Teresa Cecere, Laurence Patris, Eugenio Contenti e Cristian Perotti sono stati fondamentali. Per questo ringrazio Pamela Scapaticci per la grande fiducia e la libertà che ci ha dato.\r\n\r\nQuali messaggi vuol lanciare questo spettacolo?\r\n\r\nQuesto Alice ricorda agli adulti che i nostri bambini sono solo e semplicemente dei bambini, non vanno fatti crescere troppo in fretta perché altrimenti sarebbe come mettere al potere una regina di cuori là dove dovrebbe regnare il bianco più candido e ricorda agli adulti che i confini della fantasia non sono valicabili una solo volta e per sempre, ma basta avere il coraggio e la forza di voler tornare bambini. Anche nelle nostre piccole cose e nelle nostre piccole scelte i confini di quel paese possono tornare subito all’orizzonte.\r\n\r\nChe cosa ha nel cassetto per il futuro prossimo Christian Ginepro?\r\n\r\nDa attore ho tante cose. In primis, due film al cinema: uno è Boris e l’altro è Faccio un salto all’Havana con Enrico Brignano e Francesco Pannoffino. Per la Rai usciranno poi il prossimo anno due fiction: uno è L’isolà e poi sarò il Sovrindetende Capo Italo Nuzzi nella nuova serie Che Dio ci aiuti con Elena Sofia Ricci. Mentre invece dal 16 marzo sarò in onda su Rai Uno con Pippo Baudo e Bruno Vespa per 6 puntate in una trasmissione per il 150esimo dell’Unità d’Italia. Paradossalmente ho più facilità a lavorare in televisione piuttosto che in teatro e questo un po’ mi dispiace. Per quanto riguarda il teatro quest’anno mi ha dato ancora fiducia Gigi Proietti con il quale ho fatto Il caso Majorana a Roma, e spero che lo Zio Saverio Marconi si ricordi di me per il ruolo che fu di Gene Wilder in Frankestein Junior. Ma onestamente parlando, mi ritengo un fortunatissimo quindi non mi lamento. Anzi…\r\n\r\nMi servi l’ultima domanda su un piatto d’argento, allora. Televisione e teatro: quali differenze? Come ti rapporti alle due realtà?\r\n\r\nSono due situazione totalmente diverse. È come la differenza tra un pizzaiolo ed un pasticcere: entrambi fanno cose da mangiare, ma poi le strade si dividono… Credo che oggi come oggi l’attore moderno debba conoscere entrambi i mestieri. Io personalmente, conoscendo il mercato teatrale, so che se non passo per la tv molti ruoli da protagonista mi verranno preclusi a vantaggio di colleghi più di “richiamo”. Sto lavorando per essere competitivo, nel mio piccolo. Ma non è la fama l’obiettivo. L’obiettivo credo e spero di tutti è il successo. E per me avere successo è “fare ciò che si è”… al Sistina, a Sanremo, nella piccola Compagnia amatoriale o al saggio di Danza. Siamo tutti parte di uno stesso movimento che si chiama Cultura Italiana.\r\n\r\nIntervista di Sara Missorini

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