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Due chiacchiere con… Enrico Zoi

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Era lì seduto accanto al grande ( in ogni senso) Alessandro Benvenuti e sprigionava, come sempre, serietà, educazione e cultura. Conosco Enrico Zoi ormai da diversi anni e devo ammettere che parlare con lui è sempre un piacere. La maggior parte dei giornalisti fiorentini “se la tira” ma lui (che avrebbe tutte le carte in regola per farlo, no. Mai. E’ un uomo gentile, educato che non ostenta la sua cultura. E così, felice di questa conoscenza ho accettato con piacere di andare alla presentazione del suo ultimo libro “Bentornati in Casa Gori” e di intervistarlo.\r\n\r\nEnrico Zoi, giornalista, scrittore, addetto stampa, poeta, in quale di questi ruoli ti ritrovi di più?\r\n\r\nÈ forse semplice rispondere che mi ritrovo in tutti questi ruoli, in quanto accomunati dalla scrittura, l’attività che riconosco come la più congeniale al mio modo di essere. Semplice, ma è così. Nel dettaglio, nel giornalismo trovo l’attenzione continua agli altri, poiché principalmente mi dedico a interviste e recensioni. L’addetto stampa (comune di Bagno a Ripoli) è il mio lavoro primario, quello che mi occupa il maggior numero di ore al giorno, in cui quotidianamente mi misuro con temi che non scelgo, ma mi sono richiesti, ed è quindi un’eccellente palestra. La poesia è un modo più lirico di accostarmi alla realtà. Nel 2011 uscirà, a ventisei anni dal primo, il mio secondo libro di poesie, “L’angelico lombrico”, e sarà una sorta di esame: raccogliendo un quarto di secolo di versi periodicamente composti (con lunghe pause tra l’una e l’altra fase), ho gettato in quelle pagine tutto ciò che la mia fantasia ha partorito nel tempo. Più che portare avanti la bandiera di una mia poetica (che però c’è!), vorrei… vedere di nascosto l’effetto che fa!\r\n\r\n Il 2010 è stato un anno di grande lavoro per te con ben tre libri pubblicati. Come sei riuscito a conciliare lavoro, famiglia e scrittura?\r\n\r\nUna grande mano la dà la tecnologia: computer, cellulari, internet, posta elettronica, facebook. C’è poi che quando scrivo non mi sembra nemmeno di lavorare, tanto mi piace. Quindi le parole fluiscono in un certo senso da sole. Terzo: sono piuttosto rapido: veloce a mettere giù i concetti sulla carta, anzi sullo schermo del pc, e pure a digitare, benché usi solo due dita! Infine, una grande famiglia alle spalle.\r\n\r\nDa dove è nata l’idea di scrivere un libro per i vent’anni di “Benvenuti in casa Gori”, tua ultima fatica letteraria?\r\n\r\nDa tre fattori. Da sempre sono un piccolo grande maniaco degli anniversari, anche giornalisticamente parlando: ho due rubriche che se ne occupano su testate diverse, “Nuovo Corriere di Firenze” e “Toscana Tascabile”. Da vent’anni, avendolo conosciuto sul set di “Zitti e mosca”, ma apprezzandone verve, cultura e comicità fin dall’epoca dei Giancattivi e della trasmissione televisiva Non Stop, sono un grande estimatore di Alessandro Benvenuti, che nel tempo ho intervistato varie volte un po’ in tutte le salse! Nel 2010 ricorreva il ventesimo compleanno del suo gioiellino “Benvenuti in casa Gori”, ho sottoposto ad Alessandro l’idea del libro, mi ha detto subito di sì, e così è nato tutto.\r\n\r\n Scrivere a quattro mani non riesce a tutti gli scrittori, tu invece, insieme a Philippe Chellini, hai dato vita a “Che grande questo tempo. Dieci anni di Facciamo Canzone”, volume dedicato a Fabrizio De André: come ci sei riuscito?\r\n\r\nPhilippe è uno dei miei più cari amici, per me che sono figlio unico è come un fratello. Ci conosciamo dal 1973 (liceo classico Machiavelli), abbiamo le stesse passioni (cinema, musica, letteratura, calcio), ma per fortuna non sempre i medesimi gusti! Il primo nucleo della direzione artistica di Facciamo Canzone, nata nel 1999 per volere del compianto sindaco ripolese di allora, Giuliano Lastrucci, l’abbiamo costituito io e lui insieme a Sandro e Sergio Salaorni. E poi, come si vede anche nel libro, abbiamo seguito per anni questa manifestazione dedicata a De André. Nel 2010 ricorreva il decennale: da questo anniversario è nato il libro. Mi accorgo di non aver risposto alla tua domanda: sarà perché lavorare con Philippe mi viene naturale?\r\n\r\nFacciamo un gioco: se ti chiedessero di decidere cosa abolire tra teatro e cinema, a chi mostreresti il pollice verso?\r\n\r\nAlla televisione! Anzi, alla televisione commerciale di questi anni. Assolutamente invedibile, infatti non la guardo praticamente mai. Per me, in tv solo film e partite della Fiorentina o della Nazionale, pochissimo altro. I talk show sono tutti insopportabili: gente che si parla addosso grazie a conduttori compiacenti. Registro solo due eccezioni, che ho seguito con passione: “Vieni via con me” e la “Filumena Marturano” di Eduardo in prima serata con Ranieri e la Melato. Il teatro è una piacevole riscoperta recente, mentre il cinema mi rende onnivoro: vedo proprio di tutto!\r\n\r\nIntervista di Roberta Capanni

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