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Conosciamo meglio Bruno Ballardini

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Bruno Ballardini torna con un nuovo saggio con il suo stile divulgativo, serio, chiaro, competente rendendo questo libro indispensabile per chi vuol capire veramente un argomento di cui spesso si abusa banalizzandolo.

“Lo Zen e l’arte della manutenzione dello stress”. Diciamolo subito che non è un libro di aforismi o di ricette, ma indica un percorso…

Sì, un percorso di auto consapevolezza e di liberazione che è alla portata di tutti.

Si parla di Zen e subito si pensa a qualcosa di New Age. Perché?

Lo Zen viene scambiato da sempre per una delle tante pratiche olistiche che sorgono a getto continuo e alimentano mode temporanee. Già il termine “olistico” con la sua genericità si presta a diventare un contenitore per la raccolta “indifferenziata”, in cui ficcare di tutto, favorendo così un certo narcisismo di massa. Lo Zen non è niente di tutto questo.

Insomma, lo Zen è un percorso, una pratica o una filosofia?

Tutte e tre le cose. Cogliere solo uno di questi aspetti equivale a non comprendere lo Zen e a restarne fuori. Ad esempio, dare troppa enfasi alla parte filosofica fa rischiare di avere un approccio troppo “cerebrale” che finisce magari per rafforzare il nostro intelletto discorsivo, precisamente il nemico contro cui lo Zen ci aiuta a combattere. Viceversa, un approccio basato esclusivamente sulla pratica non conduce necessariamente alla liberazione perché non conoscendo la filosofia di base non si può avere la conferma di essere sulla strada giusta. E infine, l’idea di stare seguendo un “percorso” è quanto di più lontano esista dallo spirito Zen. Non ci si deve attendere niente, tantomeno una meta alla fine di un percorso, bisogna coltivare lo spirito dell’eterno principiante per poter accogliere tutto e imparare da tutto.

Nel suo libro spesso parla di Zen come medicina.

Sì, ma naturalmente è una metafora per far capire che lo Zen è il rimedio più potente che esista per guarire dal male oggi più diffuso, lo stress, che è prodotto quasi esclusivamente dall’attività del nostro Ego.

A quanto pare, ci sono tante sfaccettature di Ego e altrettanti tipi di stress.

Diciamo che ci sono tanti modi in cui il nostro Ego può ingannarci causando sofferenza, ovvero stress. Lo stress è fondamentalmente un circolo vizioso che, una volta attivato, non riusciamo più a gestire. È causato dall’attaccamento alle cose, alle convinzioni, ad una rigida visione del mondo, cioè sostanzialmente dalla nostra incapacità di adattarci ai cambiamenti. Che è poi il modo in cui l’Ego si auto conserva e ci impedisce di entrare in relazione diretta con la realtà. Non c’è una sola occasione in cui l’Ego non ci suggerisca la strada sbagliata, quella che fa comodo a lui ma che per noi si rivela disastrosa. Con relativo sviluppo di stress.

È il nostro retaggio o la società moderna che ci intrappolano?

Le cause sono diverse. Noi abbiamo una visione del mondo auto referenziale. Tutto ruota (o deve ruotare) intorno al nostro Ego. È lui che stabilisce ciò che è giusto e ciò che non è giusto per noi, ma lo fa in funzione dei propri (egoistici) interessi, certamente non in funzione dei nostri. L’Ego è la nostra vera trappola, non il mondo esterno. Secondo lo Zen, e più tardi anche secondo la psicanalisi, l’Ego è l’espressione più infantile e non risolta della nostra psiche. Il lavoro che ci propone lo Zen è di uccidere l’Ego per lasciar spazio al nostro vero Sé. Tutto qui. Facile da dirsi, ma molto più difficile da realizzare. Eppure è indispensabile, perché è in gioco la nostra vita.

Il suo libro analizza anche il rapporto tra Zen e grandi religioni. Come si trova il giusto equilibrio?

Dipende da quali sono le proprie aspirazioni. Se si vuole restare nella religione, lo Zen aiuta a ritrovare il misticismo perduto. Se non si è religiosi, lo Zen aiuta ad essere dei laici migliori. In ogni caso è un amplificatore e un catalizzatore dell’essere, capace di sbloccarci e di condurci per mano alla nostra auto realizzazione.

Pensando proprio alla profondità dello studio e della pratica Zen, perché noi ne facciamo un gran calderone?

Intende dire, perché mischiamo varie pratiche con l’idea di perseguire “meglio” lo stesso obiettivo? Perché non sappiamo “affidarci” ad un singolo metodo, ad una sola scuola, ad un solo maestro. Abbiamo bisogno di più fonti per poi non impegnarci completamente con una sola, cosa che ci fa sentire in trappola. Non abbiamo nessun senso della disciplina e in questo siamo favoriti da un atteggiamento un po’ consumistico che ci fa pensare: «Ma perché devo fare solo una cosa? Posso farne diverse, in fondo si somigliano tutte…». Ed è così che non si conclude niente.

 

Intervista di: Luca Ramacciotti 

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