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Silvia Greco ospite del nostro spazio interviste

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Silvia Greco è autrice di Un’imprecisa cosa felice delicato romanzo edito da Hacca Edizioni. L’abbiamo incontrata per scoprire qualcosa di più sul suo mondo letterario.

Il tuoi protagonisti hanno ancora la capacità di stupirsi, come hai conciliato questa caratteristica con una realtà sempre più priva di poesia?
Ho scelto volontariamente di ambientare il romanzo a inizio anni ’90, come per “disintossicarlo” dalle influenze di internet, dei social, delle chat e soprattutto dai rapporti eccessivamente virtuali che viviamo oggi. I miei personaggi si parlano, si toccano, magari si sfiorano soltanto, ma interagiscono con tutta l’umanità di cui sono capaci (anche solo scambiandosi un sorriso). E questo li rende veri, puri (per quanto sghembi e contradittori) e aperti alla meraviglia. Ho fatto questa scelta, che a posteriori è stata definita (giustamente) favolistica, per fare un passo indietro e ritrovare la poesia che io per prima, vivendo in questa realtà, stavo perdendo.

Come sono nati Nino e Marta?
La nascita di Nino e Marta si perde nella notte dei tempi: avevo poco più di vent’anni quando li ho partoriti. Non ricordo molto del come e del perché volessi raccontare di loro, non mi ero ispirata né a me stessa né a persone che conoscevo. So solo che già allora avevano due personalità ben definite. Puro e incantato lui, con sogni semplici in testa, arrabbiata e ribelle lei, con tanta voglia di rivalsa. Erano solo due ragazzi che in qualche modo mi ronzavano in testa, senza sapere perché. Per vent’anni li ho come messi da parte per dedicarmi a tutt’altro, finché un giorno mi si sono riproposti come una peperonata non digerita e ho dovuto scrivere la lo storia. Solo a libro finito, una volta consegnato all’editore, ho capito che Marta e Nino sono io, come anche Ernesto, e volendo Marisa. Ognuno di loro è un pezzetto di me.

Dopo avergli dato una vita narrativa si sono distaccati dalla tua iniziale idea?
Quando ho ripreso in mano il romanzo, come dicevo prima, a livello narrativo non era successo ancora quasi nulla. Ma avevo chiaro in mente che in qualche modo li avrei presi, sballottolati un bel po’ raccontando le loro vite strampalate, e infine, attraverso la storia, avrei restituito loro il sorriso perduto. Quello che è successo, e che non avevo preventivato, è che durante la storia entrambi sono cresciuti e sono maturati. Da ragazzini inermi hanno imparato prima a sopravvivere e poi a vivere. E infine hanno trovato la loro imprecisa cosa felice.

Cosa hai dato loro e cosa loro hanno dato a te?
Loro mi hanno fatto tornare bambina. Mi hanno restituito uno sguardo sul mondo forse perso, o offuscato. Camminando con loro tra le pagine ho riscoperto la bellezza della semplicità, la purezza della meraviglia. Da parte mia, invece, credo di aver dato loro una voce. Persone così nella realtà non ne hanno, o, se ne hanno, non vengono ascoltati o presi sul serio. I lettori del romanzo invece li hanno ascoltati eccome, e hanno voluto loro bene. Nel senso letterale: hanno voluto il loro bene.

Un libro il tuo scritto per capitoli brevi, come tessere di un unico mosaico come lo hai costruito?
Marta l’ho concepita e scritta in terza persona; Nino ho provato a scriverlo in terza ma era un personaggio talmente atipico da non riuscire a narrarlo dall’esterno, come osservatore. Ho dovuto immedesimarmi nella sua “testa viaggiante” al punto da trasformarmi nel suo alter ego: scrivere di lui in prima persona è diventata così la soluzione più naturale. Avendo praticamente scritto due storie parallele, ho poi pensato che fosse divertente alternarne le vicende, arricchendole di flashback sull’infanzia di entrambi. I capitoli però inizialmente non erano così brevi. Quella è stata una scelta che ho fatto con il mio editor e con il mio editore poco prima di andare in stampa. Ci piaceva l’idea di creare come delle piccole istantanee che restassero incollate nelle retine.

Cosa rende felice te?
Quando scrivo, e scrivo bene, sono felice. Per scrivere bene intendo scavare e arrivare a toccare corde che neanche io sospettavo di avere. Quando leggo un libro che mi smuove e mi insegna e mi commuove, mi sento felice. Quando mi sveglio la mattina e decido di andare in ufficio senza il muso lungo (detesto la vita da impiegata, ma per fortuna almeno ho un lavoro fisso!), consapevole che non è il lavoro che dice chi sono o chi voglio essere, sono felice. Quando poi torno a casa e la mia famiglia mi accoglie tra le fusa dei gatti e un semplice “come è andata la giornata?”, sono felice.

Cosa ti aspetta?
E chi lo sa? Posso dirti cosa spero mi aspetti. Spero che il mio prossimo romanzo, che sto scrivendo con tutta la passione che ho, arrivi alle persone nitido, onesto e diretto come il primo. Spero che non mi passi mai la voglia di scrivere e che nella mia testa frullino sempre nuove storie da raccontare. Se non perdo di vista chi sono, se non mi faccio abbagliare da promesse o aspettative o manie di grandezza, mi aspetta una vita ricca di cose e persone belle. Devo stare all’occhio, ma ce la farò.

Intervista di Elena Torre

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