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Michele Scerra ospite del nostro spazio interviste

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Incontriamo Michele Scerra per scoprire qualcosa in più sul suo nuovo progetto discografico Torneranno i poeti.

Il tuo ultimo album “Torneranno i poeti” è animato da ispirazioni folk e blues: in quali elementi musicali e testuali emergono queste incursioni di genere?

Di sicuro nella scrittura, specie in alcuni brani. Ogni disco per me è sempre un punto di arrivo. È la fine di un processo creativo che ne genera un altro e “Torneranno i poeti” è esattamente questo. Per la prima volta, dopo due dischi e 4 anni con la mia band l’Orchestra del Rumore Ordinato, mi sono ritrovato da solo, senza riferimenti sonori da tenere presente. Questo è stato uno stimolo ma anche una difficoltà, per fortuna ho tanti amici musicisti che mi hanno saputo consigliare dove fermarmi e dove continuare. Inoltre nel disco hanno partecipato musicisti di estrazioni diverse, che hanno dato un apporto fondamentale dal punto di vista sonoro, dal momento che non volevo fare un disco di “genere”.

Nel video “Più niente da prendere” che ha anticipato l’album d’esordio, c’è il netto contrasto tra una terra ancestrale e le generazioni perennemente connesse: a chi si rivolge la tua opera?

Il video è stato girato da Mauro Nigro di N2 Video Productions, e vuole trasmettere un po’ quello che la canzone racconta. È una critica al consumismo, alla logica del profitto a tutti i costi, all’assunto che “tutto ha un prezzo”. Oggi stiamo distruggendo la terra non solo dal punto di vista ambientale, ma soprattutto da quello sociale, seguendo la logica del progresso che prevede il dominio dell’uomo sull’uomo, quando invece basterebbe fermarsi un attimo, disconnettersi, guardare la bellezza, cercarla se non la vediamo. ma come appare anche nel video “l’ovvio è rivoluzionario”.

“Torneranno i poeti” sarà a disposizione del grande pubblico dal 16 ottobre. E’ un album all’insegna della lentezza e della poesia: quali sono i grandi temi che attraversi nelle nove tracce?

Più che grandi temi direi piccole storie. Dal momento che la storia, quella ufficiale, la scrivono i vincitori ai vinti non resta che la storia dimenticata, quella che si trova agli angoli delle strade, un po’ come quella che raccontavano i cantastorie di una volta. Da qui si muove la passione, la ricerca della bellezza, la sensibilità.

Passioni e conflitti sociali emergono in primo piano nella tracklist: quanto di autobiografico c’è nelle emozioni e nelle storie che tessono la trama della raccolta?

Camus diceva che “l’arte contesta il reale, ma ad esso non si sottrae”. Io sono anarchista, idealista e credo nella funzione socio/culturale della musica, perciò tutto quello che scrivo potrei definirlo autobiografico. Temo che si stia perdendo sempre di più quella solidarietà tra gli uomini che in passato ha generato la ricerca della propria libertà. Oggi il processo è stato invertito, si cerca prima la propria salvezza e poi quella degli altri, come se salvarsi da soli servisse realmente a qualcosa. Questo per me rappresenta una regressione sociale non di poco conto. Quello che ci è stato concesso è la libertà di sperare, a patto che questa speranza duri tutta la vita e si tramandi per generazioni. L’arte in generale credo che abbia il compito di raccontare un’altra storia, attraverso la propria specifica forma di comunicazione.

Hai collaborato con artisti del calibro di Massimo Bubola e Vinicio Capossela: come si sono tradotte

Non ho mai collaborato con loro, ma ho aperto alcuni concerti riuscendo a chiacchierarci in forma privata.

L’uscita dell’album sarà accompagnata da un tour live?

Cominceremo a presentarlo da metà novembre per tutto il 2018 in tutta Italia, sarà un giro lungo, divertente e stimolante con formazioni diverse.

 

Intervista di: Erika Pucci

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