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Betta ospite del nostro spazio interviste

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In rotazione radiofonica “Luna china”, il singolo d’esordio della cantante e attrice siciliana Betta, alias Elisabetta Anfuso, che decide di esordire nell’ambito musicale con un pezzo in dialetto siciliano che trasuda intensità e tradizione.

Il brano è un il rabbioso canto dell’essere umano che affronta il tempo attraverso la continua lotta tra lo scalpitio interiore e l’abnegazione incitando a lasciarsi cullare dalla luna e a perdersi in essa attraverso l’osservazione più riflessiva e inerme della natura, spinti anche dalla necessità di volersi aggrappare disperatamente ad un nuovo o perduto amore.

Noi l’abbiamo contattata per il nostro format 😉 ed ecco cosa ci ha raccontato.

 

Quali sono gli ingredienti fondamentali per scegliere un pezzo radiofonico che entri nel cuore della gente?

Non so dirlo. Spesso quello che mi colpisce quando ascolto un pezzo alla radio sono le sonorità immediate che mi attraversano dentro istintivamente e queste suggeriscono immagini a volte familiari o sensazioni di ogni tipo. E così non puoi più fare a meno di ascoltare e ascoltare, e senza neanche accorgertene ti costruisci la tua compilation musicale che si arricchisce di volta in volta in base ai periodi della tua vita. E se una canzone riesce a fare questo credo che abbia centrato a pieno l’obiettivo.


Cosa non deve mai mancare in un brano che ascolti e in uno che scrivi?

Gli ingredienti sono tanti. Sonorità che mi colpiscano, in base al genere o all’artista attenzione al testo e/o infine in alcuni casi basta che mi faccia ballare e cantare a squarciagola. In uno che scrivo quello che non deve mai mancare è la mia chitarra e il mio registratore vocale. Tutto il resto viene da sé.


Quali sono i tuoi modelli musicali?

I miei modelli preferiti in ambito nazionale sono stati Lucio Dalla, Mia Martini e la nostra Rosa Balistreri, con cui sono cresciuta. Nel campo internazionale Eva Cassidy , Ray Charles, e per citare qualcuno che sta spopolando da un po’, lady Gaga e Adele e anche Jennifer Hudson. Mi piace ascoltare e andare da un opposto all’altro. D’altronde la musica è meravigliosa nella sua diversità e offre tante possibilità di ascolto.


Cosa pensi dei talent show? 

Li reputo mezzi di comunicazione diretta che tengono più alla creazione di un personaggio televisivo piuttosto che concentrarsi pienamente sull’artista, facendo di questo spesso una copia di altre copie. Non è sempre così e comunque è un’occasione per mettersi in gioco di fronte al pubblico televisivo con i suoi pro e i suoi contro.


Come si racconta il presente?

Viviamo in una fase di stasi permanente perché diciamoci la verità, non è che noi italiani siamo bravi a scegliere e farci promulgatori di nuove ideologie che stabiliscano reali equilibri e benessere per tutti. In più apparteniamo ad una Europa che chiede sempre maggiori sforzi e la gente non ce la fa più a sostenere questa situazione. E di questo ne risente anche la cultura che sopravvive a stento, smembrata al suo interno e costretta a reggersi a malapena con teatri che chiudono, artisti disoccupati che cercano futuro fuori dall’Italia. E questo riguarda non solo il mondo dello spettacolo ovviamente. E andando avanti così non è che troveremo di meglio. Dovremmo smetterla di fare i parolieri di baggianate e iniziare a cambiare nel nostro piccolo partendo dalla nostra mentalità così altamente conservatrice e attaccata troppo spesso solo all’inno nazionale e alla commedia all’ italiana.


Cosa vorresti per la tua arte?

In termine pratico vorrei non perdere mai la lucidità che mi permette di scrivere e comporre e ricercare sempre nuove fonti di ispirazione validi a stimolare quella necessità che appartiene a chi vuol fare di questo il proprio modello di vita. E vorrei confrontarmi continuamente col mondo musicale e teatrale avendo sempre l’opportunità reale di un banco di prova quale il palcoscenico, calcandolo con costanza e umiltà e anche quel pizzico di follia che non guasta mai. E infine mi piacerebbe vincere al superenalotto. Ma questa è una mera utopia.

 

Intervista di: Lucrezia Monti

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