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Intervista a Pietro Neglie

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Pietro Neglie è uno storico, è tra i fondatori dell’Istituto per lo studio della storia contemporanea Renzo De Felice. Insegna Storia Contemporanea presso il corso di Scenze Internazionali e Diplomatiche dell’Università di Trieste. Da poco è uscito il suo interessante romanzo Ma la divisa di un altro colore edito da Fazi Editore. Lo abbiamo vouto conoscere meglio ed entrare nel suo mondo narrativo. Ecco ciosa ci ha raccontato.\r\n\r\n \r\n\r\nIl suo romanzo si svolge in uno dei periodi più duri della nostra storia contemporanea, quello delle due guerre mondiali. Perché ha deciso di ambientare la storia di Carlo e Antonio proprio allora?\r\n\r\nCredo che quelle vicende abbiano segnato a fondo, ed in maniera indelebile, non solo le generazioni che le hanno vissute direttamente, ma tutti noi.  Però come lei ben sa, l’idea di un romanzo arriva senza chiedere il permesso e una volta arrivata, questa idea l’ho accolta senza razionalizzare. L’ho fatta mia forse perché la guerra agisce dentro di me come uno spauracchio,  la più tragica delle esperienze che un essere umano può vivere. Raccontando tre guerre – non dimentichiamo la guerra civile spagnola, di indicibile violenza e crudeltà anch’essa – ho probabilmente cercato di esorcizzare la paura di un conflitto, che non è certo impossibile; ho voluto narrare quanto – secondo me – dovrebbe servire ad evitare il ripetersi di tragedie come quelle.\r\n\r\nCome ha proceduto nella costruzione di questi due protagonisti? Quali linee ha seguito?\r\nOgni romanzo ha un fondo autobiografico, residui di un vissuto personale, echi di esperienze. Sono romano e da 16 anni lavoro in Friuli, dove vivo in pianta stabile da 4 anni. Questa regione più di ogni altra è stata toccata dalle due guerre mondiali; qui ho visitato sacrari e percorsi di guerra, letto racconti, diari che mi hanno fatto riflettere su questi temi,  oggetto anche del mio interesse di storico. Quindi ho messo insieme un romano, all’inizio del tutto aderente al modello che lo rappresenta  come  pavido, opportunista, sbruffone, con un friulano tipico: chiuso e riservato, con un forte senso dell’onore e della lealtà. Ho raccontato così due aspetti della mia vita: da romano e da friulano “acquisito”. Ma stavolta ho voluto raccontare un romano che nel vortice disumano della guerra trova dentro di sé energie sconosciute, un’umanità profonda, una straordinaria generosità. Ho voluto costruire due personaggi, due uomini, che in modo naturale incarnano valori e virtù di alto profilo. Sì, devo dire che in un periodo in cui l’uomo, il maschio, non sembra incarnare virtù, ma appare prevaricatore, violento, irrispettoso, opportunista, sleale, infedele, ho voluto restituire umanità e… sì, “onore”, alla figura del maschio.\r\nPer quanto riguarda le linee seguite, ho scritto prima una trama particolareggiata, che naturalmente è stata rimaneggiata più e più volte, e un profilo dei protagonisti. Poi questi han preso forma mentre pigiavo sui tasti per computer.\r\n\r\nSono risultati esattamente come li voleva o la storia ha in qualche modo preso il sopravvento trasformandoli nel corso della narrazione?\r\nDirei che Carlo e Antonio sono come li avevo pensati. Sono una parte di me che ha preso forma mentre lavoravo.\r\n\r\nIl suo punto di vista è quello della storia vista dal basso, è quella storia che dovremmo conoscere?\r\nPer comprendere un periodo, specie se così complesso e perfino tragico non basta la storia dal basso; allo stesso tempo la storia “ufficiale” è insufficiente. Credo sia necessario un approccio diacronico e molto articolato, senza cadere nell’errore di cercare e offrire una lettura mono causale. La storia è complessità\r\n\r\nIn un momento in cui sembra far capolino il negazionismo, che ruolo ha la memoria e in che modo dovremmo o potremmo farne tesoro?\r\nLa memoria per un individuo è fondamentale, come lo è la storia per la società; senza di esse non siamo in grado di costruire la nostra identità. Ma il “racconto” di ciò che è stato deve essere il più possibile obiettivo, intellettualmente onesto e complesso, cioè ricco di concettualizzazioni, valutazioni, interpretazioni.\r\nIl modo migliore per farne tesoro e crescere, come individui e come società, è promuovere la ricerca storica e accrescere il livello culturale complessivo; osservare le ricorrenze non riducendole a vuote celebrazioni; prendere atto delle differenze che ci han separati pensando allo stesso tempo a cercare nuove ragioni per stare insieme. Però sappiamo quanto è poco importante la cultura per i nostri governanti, che la elogiano a parole ma destinano uno scarso 1 per cento del pil alla cultura. La ricerca storica è, in questo panorama deserto di etica, intelligenza e progettualità, una vera cenerentola. Ma noi dobbiamo comunque  ricordare – come scrisse Hanna Arendt – che “non l’uomo ma gli essere umani abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra”.  E la storia è disciplina “plurale”.\r\nRicordare è sufficiente?\r\nNo. Il ricordo da solo non basta; se non diventa conoscenza, sapere, il ricordare risulta un insieme affastellato di fatti e avvenimenti.\r\n\r\nCosa ha imparato dai suoi protagonisti e quanto di lei ha dato loro?\r\nL’importanza di prendere coscienza di ciò che realmente siamo, e non ciò che vorremmo sembrare. Ho imparato e fatto in modo, attraverso loro e i loro occhi, di insegnare ad uscire fuori da i luoghi comuni. Credo di aver imparato a guardare con ancor più tolleranza e umanità alle “diversità”, pur mantenendo alcuni punti fermi. Alla fine della storia, ho imparato da loro che sono entrambi dei vinti, anche se uno  è ufficialmente vincitore. In una guerra che uccide l’idea, il sentimento, di umanità e fratellanza non c’è vincitore.\r\n\r\n-1\r\n\r\n \r\n\r\n \r\n\r\n \r\n\r\n \r\n\r\n \r\n\r\n \r\n\r\n \r\n\r\n \r\n\r\nIntervista di: Elena Torre\r\n\r\n 

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