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Un grande esordio quello di Daniele Zito con ‘La solitudine di un riporto”

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Antonio Torrecamonica è un librario, ma a differenza di tutti i librai ha smesso di leggere vent’anni prima. Odia chi entra nella sua libreria ed è capace alla prima occhiata di capire quale libro sceglieranno. Sostiene che la grandezza del seno delle donne sia inversamente proporzionale al numero dei libri letti e pensa che chi legge e si bea delle citazioni non abbia nulla di meglio nella vita. Questo perchè i libri parlano a se stessi, le parole si compiacciono e si riversano le une sulle altre senza dare mai risposte alle domande importanti dell’esistenza. Come si fa a non soffrire? Che senso ha rovistare tra le pagine alla ricerca di un senso? Taciturno, solitario e schivo il libraio con il suo naso rotondo, il ventre prominente e un discutibile riporto sembra odiare il mondo. Di lui impariamo a conoscere le abitudini, i vizi, le paure, le ossessioni, scopriamo che ha perso un fratello più grande, ai suoi occhi un eroe, un fratello tanto amato e scappato di casa una mattina senza abiti dopo essere ststo ricoverato in manicomio. Sappiamo che in paese lo chiamano tutti ‘il nipote della Santa’ perchè a sua zia hanno attribuito alcuni miracoli tra cui quello di averlo fatto tornare a camminare e che la malavita usa la sua libreria per i loro traffici e che lui di tanto in tanto fa saltare in aria le catene come Feltrinelli, Mondadori e simili solo perchè aprono nelle vicinanze. Un libro insolito questo del siracusano Daniele Zito, un esordio che si stacca sul panorama sempre più deludente dei nuovi autori che tendono a seguire mode e correnti. Non è il suo caso e con la maestria tipica di chi è abituato ai meccanismi della narrazione, ci regala un romanzo che ha tutta l’aria di voler rimanere lì tra i libri che ricorderai.\r\n\r\nArticolo di: Elena Torre

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