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Piercarlo Visconti: l’intervista

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Incontriamo Piercarlo Visconti, scrittore Toscano alle prese con una trilogia thriller edita dalla Romano Editore ecco cosa ci ha raccontato.\r\n\r\nPerché dedicarsi al thriller?\r\n\r\nPer il lettore italiano è abbastanza difficile definire ‘thriller’ i miei libri che fanno parte della trilogia, considerata la concezione che abbiamo noi di questo genere.\r\n\r\nMolti hanno parlato di fantascienza.  Altri, non inquadrandoli in un genere ben definito, hanno parlato di narrativa intesa come anticipazione di una realtà possibile o, meglio ancora, di una sorta di odissea in un futuro oscuro.\r\n\r\nIl mio amico Douglas Preston, noto scrittore americano, lo ha definito subito thriller, così come lo intendono oltreoceano: un genere ‘che tende a mettere in risalto il pericolo che il protagonista si trova di fronte. Questa tensione viene costruita nel corso di tutta l’opera e può condurre a un climax altamente stressante…Lo scrittore deve creare un alto livello di aspettativa e, al contempo di incertezza, sorpresa, ansia e/o terrore…L’Odissea di Omero è una delle più antiche storie del mondo occidentale ed è considerata come un possibile prototipo di thriller’. (da: Vikipedia)\r\n\r\nAllora, chiarito che il thriller non è necessariamente un giallo e, accettando l’accezione americana, ho dato corpo a un ‘antico’ progetto che avevo in mente. Un’idea in qualche modo più che ispirata, direi influenzata da innumerevoli letture di autori USA indirizzati  verso questo genere. L’idea di partenza era quella di voler descrivere il comportamento dell’uomo di fronte ad un evento catastrofico che crea tensione, ansia e, infine terrore.\r\n\r\nEro curioso di essere fra quegli uomini. Volevo vivere con loro questa drammatica esperienza.\r\n\r\nCosa racconti nella tua trilogia?\r\n\r\nRacconto un viaggio. Un viaggio in un mondo destinato a morire. Ci si muove prima a Firenze, nel Chianti poi, e, infine in Toscana, verso il mare. Ma quello che accade qui, avviene su tutta la Terra.\r\n\r\nUn viaggio nell’uomo, che, come in ‘The time machine’ si sposta nel tempo.\r\n\r\nA differenza che nel romanzo di H.G.Wells, in cui l’uomo finisce nel lontano futuro, in ‘Erano tutte brave persone’ si assiste ad un repentino  ritorno al passato. Al Medio Evo o, se vogliamo, ancora più indietro. Per alcuni aspetti, forse nel Pleistocene. A tratti, anche se in modo ben più drammatico, vi si potrebbe riconoscere ‘Il più grande uomo scimmia del Pleistocene’ di R. Lewis.\r\n\r\nQualcuno ha ravvisato gli intenti  di ‘The road’ di Cormac McCarthy. Quando ho letto questo bellissimo libro, avevo già scritto i miei primi due della trilogia.\r\n\r\nEsiste sempre il dualismo per antonomasia: il bene e il male.\r\n\r\nEsistono sempre l’uomo buono e l’uomo cattivo. L’eroe e l’antieroe.\r\n\r\nIo racconto di un uomo normale che diventa eroe, suo malgrado, perché la gran parte degli uomini intorno a lui si disumanizza, dando vita a una società ‘cattiva’ che ha perso ogni morale, obbedendo a una sola legge, quella della sopravvivenza. E per sopravvivere, l’uomo è disposto a tutto.\r\n\r\nAll’origine di questo c’è l’aforisma di Plauto  ‘homo homini lupus’, che condivido appieno e il concetto filosofico di Hobbes sull’uomo che, svincolato dalle regole imposte dalla società, torna rapidamente allo stato naturale, affermando, appunto, le regole dettate dalla necessità di sopravvivere.\r\n\r\nDa Erano tutte brave persone a Dove gridano i gabbiani, il passo è stato breve?\r\n\r\nNo. La prima stesura di Erano tutte brave persone aveva molti riferimenti al passato. Era un modo per mettere in evidenza come un cataclisma riesca a cambiare la gente e l’ambiente in cui questa gente si muove.\r\n\r\nMancava, o almeno era insufficiente, la focalizzazione del cambiamento degli stati d’animo degli uomini coinvolti. Non c’era l’eroe. L’umanità ne usciva irrimediabilmente sconfitta. Si assisteva alla morte della terra che, prima di cessare di vivere, si trascinava dietro l’intero genere umano, inerme.\r\n\r\nNo! L’uomo del ‘bene’ doveva lottare. L’eroe doveva venire fuori, imporsi. Per questo, dopo un po’ di tempo è nato il secondo libro e poi il terzo.\r\n\r\nNel secondo libro, Dove gridano i gabbiani, c’è più attenzione all’aspetto psicologico. Protagoniste sono due donne, una adulta, l’altra, giovanissima.\r\n\r\nLa prima, Anna, rappresenta il passato prossimo, la post catastrofe, con i suoi dolori e le sue sofferenze.\r\n\r\nLa seconda, Valentina, il futuro, la speranza, la volontà di reagire.\r\n\r\nNel terzo libro, vedremo come andranno a finire le cose, soprattutto se la speranza avrà una realizzazione.\r\n\r\nAd ogni modo ho scritto una trilogia per non rischiare di incappare in quello che disse Mark Twain:\r\n\r\n‘C’è tanta gente brava da scrivere due libri contemporaneamente: il primo e l’ultimo ’ .\r\n\r\nCome ti approcci alla scrittura di un nuovo libro?\r\n\r\nE’ lui che si approccia a me.\r\n\r\nPurtroppo ho iniziato a scrivere tardi. Ho avuto una vita molto intensa, Due lauree, una specializzazione, prima, impegni professionali e universitari, poi.\r\n\r\nIl tempo libero lo dedicavo alla lettura e al mare. Alla barca. Ogni tanto, ma di rado, dipingevo un quadro.\r\n\r\nTre anni fa ho trovato il giusto spunto per realizzare un progetto che avevo in un cassetto della mia mente da anni. Un articolo, letto per caso, che dava credibilità scientifica all’azione catastrofica dei flares solari. L’idea era: Come si comporterebbe l’uomo civile se, all’improvviso, venissero a mancare l’elettricità e l’acqua?\r\n\r\nDa allora, come Forrest Gamp, sono partito senza più riuscire a fermarmi.\r\n\r\nIl mio tempo libero – ora ne ho di più, ho lasciato gli impegni universitari e venduto la barca – lo dedico esclusivamente alla lettura e alla scrittura.\r\n\r\nL’approccio è immediato, spontaneo. Sono al settimo romanzo e ne ho in mente altri. Non tutti, quelli scritti, sono catastrofici. Ho anche scritto alcuni racconti, due dei quali faranno parte di un progetto relativo alla celebrazione del settecentesimo anniversario della nascita del Boccaccio. Un nuovo Decameron dell’era moderna, curato da Marco Vichi, di cui non so se posso anticipare altro.\r\n\r\nDunque, penso a una situazione, l’imput è casuale. Può essere una notizia di cronaca, un ricordo, un’invenzione che mi viene lì per lì.\r\n\r\nPoi, il romanzo va avanti da solo, prende la sua strada. Io sono uno spettatore, scrivo quello che ‘vedo’ nella mia mente. Come se assistessi a un film.  Non so cosa accadrà dopo. Ma sono anche attore, vivo la storia con i miei protagonisti. E tutto questo mi appassiona in modo incredibile.\r\n\r\nChe peso hanno i personaggi rispetto alla storia e i dialoghi rispetto alle descrizioni?\r\n\r\nI personaggi sono l’anima del romanzo. Che sarebbero i Promessi sposi, senza Renzo e Lucia?  Una storia senza personaggi, che storia sarebbe?\r\n\r\nE i personaggi si identificano in virtù dei dialoghi.\r\n\r\n“Non descrivere una donna. Fai capire com’è attraverso il dialogo”. Questo è fondamentale.\r\n\r\n“Non raccontare la tristezza di un uomo, falla intendere attraverso quello che dice”.\r\n\r\nCosì mi è stato insegnato alla scuola di scrittura creativa  e così deve essere.\r\n\r\nMa, al di là delle regole, il dialogo fra i personaggi mi intriga e mi diverte. Credo che la parte più umoristica di me venga fuori proprio nei dialoghi.\r\n\r\nNe è un esempio il dialogare fra Valentina e Carlo in Dove gridano i gabbiani.\r\n\r\nEd è attraverso la parola dei protagonisti che riusciamo a stabilire chi è il nostro preferito, quello che, alla fine del romanzo, ci porteremo dentro, con il rimpianto di averlo dovuto lasciare.\r\n\r\nQuali gli ingredienti per un buon thriller?\r\n\r\nChi scrive, deve vivere l’avventura a fianco dei personaggi. Scoprire con loro, passo dopo passo, quello che accadrà dopo. Trasmettere al lettore il pathos che ha provato mentre era calato in quella realtà che gli  ha creato ansia e paura.\r\n\r\nChi scrive deve coinvolgere il lettore nella storia. Non facendolo identificare nel protagonista, ma di più, renderlo protagonista.\r\n\r\nSe il tuo lettore a mezzanotte passata, dopo una faticosa giornata di lavoro, non avrà ancora voglia di chiudere il libro, hai scritto un buon thriller.\r\n\r\nSignifica che sei riuscito  a trasmettergli la voglia di vivere, con te e con i tuoi personaggi, ogni momento della storia in cui si trova coinvolto.\r\n\r\nNon credo che necessiti altro.  Ogni storia, se raccontata con il giusto ritmo, se provoca un’attesa , può essere un buon thriller.\r\n\r\nIntervista di: Elena Torre

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