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Paolo Ciampi: l’intervista

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Paolo Ciampi è giornalista e scrittore, o come oggi si inizia a dire Librista, ha da poco pubblicato Così rideva Firenze edito da Romano Editore. L’abbiamo incontrato per conoscerlo meglio.\r\n\r\nCos’è per te la scrittura visto che attraversi i generi?\r\n\r\nHo scritto una quindicina di libri e riempito alcuni faldoni di articoli su quotidiani e riviste, ma ancora non so rispondere a questa domanda. O forse questa domanda ha bisogno di un’intelligenza critica superiore alla mia. A lungo la scrittura è stato soprattutto un impegno professionale . Al mio lavoro di giornalista in genere non lego la mia scrittura più convinta e più necessaria. Però da alcuni anni ho affiancato a questa scrittura che si consuma nell’arco di 24 ore – i quotidiani, si dice, si  leggono al mattino ma alla sera sono buono per incartarci il pesce –  una scrittura più duratura, meno ossessionata dai tempi e dagli spazi.  Vorrei che fosse soprattutto un piacere, anche se non sempre è così. Però quando mi immagino a scrivere, sempre di più mi vedo comodamente a casa, confortato dal mio frigorifero e da qualche buon disco in sottofondo. Scrivere dovrebbe essere questo, convivere bene con se stessi.\r\n\r\nParlaci di Così rideva Firenze?\r\n\r\nMi piace, quando posso, perdermi nelle vecchie raccolte di quotidiani conservate nelle biblioteche. Il giornale che la sera stessa serve per incartare il pesce negli anni acquista un valore straordinario: dentro c’è  la vita che ci riguarda. Nel  corso di questi miei viaggi nella carta ho scoperto una storia poco conosciuta:  a Firenze, soprattutto nella Firenze dell’Ottocento, non si contano i giornali umoristici e satirici, ovvero i giornali che hanno raccontato i fatti con le armi della battuta e della caricatura. Da noi l’Italia si è fatta anche a suon di risate. Con Collodi, con Vamba e con tanti altri. E che questa è una qualità dei fiorentini e dei toscani magari si sapeva – non è anche da questo humus che viene fuori Robert Benigni? – ma che tutto questo si sia tradotto anche in una cosa “seria” come il giornalismo è un altro discorso. In realtà si può raccontare le cose anche ridendoci sopra, anzi, raccontarle meglio. E forse è solo un altro modo di essere seri, che ci siamo dimenticati.\r\n\r\nUno scrittore che è anche giornalista è avvantaggiato o no?\r\n\r\nForse può essere avvantaggiato per qualche spicciolo di notorietà in più, che lo rende un poco più “spendibile”  nel rapporto con gli editori e i lettori: ma se esiste, questa è una rendita di posizione che mi piace assai poco. Per il resto penso che le due scritture – quella per i giornali e quella per i libri – siano solo in apparenza contigue. Condividono la parola scritta ma si allontanano enormemente per ciò che esigono, in termini di ritmo, concentrazione, emozione. In genere non  ci sono grandi scrittori tra i giornalisti. Ci sono giornalisti che vendono bene libri che ripropongono il frutto del loro lavoro giornalistico: reportage, inchieste, interviste…. Oppure giornalisti che sono grandi scrittori nel momento in cui possono dimenticarsi di essere giornalisti, riprendendosi il loro tempo.\r\nQuali sono le difficoltà di scrivere quando i lettori sono sempre meno mentre gli scrittori nascono come funghi?\r\n\r\nE’ vero, a volte viene da chiedersi perché. Perché si è pronti a consumare il proprio tempo davanti a un computer piuttosto che a fare trekking fuori porta o a chiacchierare con gli amici davanti a una bella birra? Se non sei Ken Follet, per dire, puoi legittimamente prevedere che il tuo libro farà fatica a trovare i suoi lettori.  E magari i riconoscimenti che otterrà – intendo per riconoscimento anche la parola di un lettore sul tuo profilo di Facebook – saranno frutto del tuo ulteriore impegno. Faticare di più per farsi leggere che per scrivere, anche questo si può mettere in conto.  Sì, a volte ci si chiede perché.  Meno male che, come giornalista, sono forse più addestrato a guardarmi con l’occhio del potenziale lettore – cosa che aiuta alla necessaria umiltà e a non contemplarsi troppo l’ombelico. Meno male che alla fine conta quello che ho detto prima: scrivere è provare a star bene con se stessi.\r\n\r\nCosa poter fare per aiutare la piccola e sana editoria?\r\n\r\nIl discorso sarebbe lunghissimo e mi potrebbe scappare qualche parolaccia. Mi contengo , procedendo per punti e dico:\r\n

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  1. Che i numeri fanno paura. Che in Italia si legge sempre meno e si acquista sempre meno libri,  con i problemi di sempre a cui oggi si aggiungono le accelerazioni della tecnologia e le tasche vuote di molti.
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  3. Che tutto questo non si può spiegare solo con la crisi: in Italia non sono mai andati così bene gli acquisti di beni di lusso, solo che il libro, evidentemente, è considerato un lusso a cui si può rinunciare.  Si porta in giro l’ultimo capo griffato, ma abbiamo problemi a mostrarci in pubblico mentre si legge. Quasi fosse tempo perso.
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  5. Che questo paese non ha ancora capito che parte della sua crisi è questo progressivo distacco dalla lettura.  Al mondo i paesi più avanzati sono quelli in cui si legge di più, dalla Svezia alla Corea. Anche in questo modo ci si condanna a un futuro di povertà.
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  7. Che ogni libreria indipendente o ogni casa editrice che chiude rende più misera la nostra biodiversità culturale
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\r\nE dunque che fare? In questi mesi ho letto un sacco di buone proposte,  anche molto concrete, per esempio per sostenere quegli straordinari luoghi di socialità che sono le librerie di quartiere, oppure per garantire visibilità ai piccoli editori. Il mondo del libro deve mettersi in rete – smettendola di curare ognuno il suo orticello – e costruire un grande movimento di opinione e di pressione intorno a queste proposte.\r\n\r\n\r\nQuale l’abito letterario in cui ti senti meglio?\r\n\r\nNon lo so, mi piace definirmi un giornalista che racconta storie, quasi sempre vere. A volte le storie me le vado a cercare. A volte mi cascano addosso: e sono le migliori.\r\n\r\nIntervista di: Elena Torre\r\n\r\n 

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