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ALFONSO BOTTONE DIRETTORE –ORGANIZZATORE DI “INCOSTIERAAMALFITANA” INTERVISTA LA SCRITTRICE GLADIS ALICIA PEREYRA

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A Maiori, nell’ambito dell’edizione 2012 di “Incostieraamalfitana – Festa del libro in Mediterraneo”, Alfonso Bottone, direttore e organizzatore della manifestazione, ha intervistato la scrittrice Gladis Alicia Pereyra. Vi proponiamo alcuni momenti dell’intervista.

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Alfonso Bottone: io vorrei  partire dall’inizio. L’inizio del libro è certamente un affresco di Firenze. Com’era la Firenze del ‘200?

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Gladis Alicia Pereyra: La Firenze del ‘200 era una Firenze  molto giovane, una Firenze molto ricca, infatti i tre primi capitoli s’intitolano “La ricchezza”. “Il fuoco” e “La potenza” e proprio la ricchezza e la potenza erano ciò che caratterizzavano la Firenze dell’epoca. Il libro inizia nel 1291; Dante ha scritto “La vita nuova” tra il 1292 e il 1293, nel 1293 ci sono stati gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella. Gli Ordinamenti sono stati un grande sconvolgimento che già si veniva preparando dal ‘82 quando le Arti hanno cominciato a far parte del governo e sono stati equiparati i borghesi, i banchieri, gli artigiani ecc alla nobiltà al potere e quindi è un momento molto molto ricco di sconvolgimenti a ogni livello: politico, sociale ma è soprattutto un momento di grande fioritura di tutto: delle lettere, delle arti, siamo nell’epoca di Giotto…

\r\nA.: ma è una città dilaniata dalla guerra tra i guelfi bianchi e i guelfi neri…\r\n

G.: quando comincia il libro ancora no, quello viene dopo, quando inizia il libro…comunque la città è stata dilaniata da questa guerra ma si è ripresa; i banchieri fiorentini prestavano denaro al papa, al re di Inghilterra… infatti, i Bardi si sono rovinati proprio perché il re di Inghilterra non ha restituito quello che gli era stato dato a prestito per la guerra…

\r\nA.: diciamo non siamo molto lontani dalla realtà di oggi…\r\n

G: La differenza con la realtà di oggi è che allora c’era questo fervore di tutto: delle Arti, della creatività; i mercanti fiorentini erano famosi nel mondo intero perché arrivavano dappertutto, anche i banchieri. Dobbiamo pensare che il fiorino d’oro, che è stata la grande creazione dei fiorentini, il fiorino d’oro, che era stato coniato nel ’52, era il dollaro, l’euro dell’epoca. Firenze era una delle città più potenti di Europa e questo è qualcosa che non si deve dimenticare, perché insieme a Venezia e a Genova erano le città più potenti di Europa. Genova e Venezia avevano anche colonie nel Mar Nero, nell’Egeo…quindi, io penso che sia importante oggi guardare un po’ il passato, che è un passato di grandezza, in questo momento in cui si è un po’ smarriti, non so come chiamarlo, guardare indietro fa bene perché l’Italia ha un passato veramente possente…

\r\n\r\nA: torniamo al romanzo: tutto si svolge o almeno tutto parte nella notte di San Giovanni…Che succede questa notte un po’ strana…\r\n

G: Devo dire che in quel periodo il paganesimo era molto vivo, mi azzardo a dire che il cristianesimo era quasi una veste del paganesimo e la notte di San Giovanni è la notte del solstizio d’estate e conservava molti riti del solstizio. La città lo festeggiava in un modo grandioso… si preparavano per mesi e mesi per questa festa. C’era anche il turismo, venivano da ogni parte per vedere la festa e c’era un grande sfoggio di ricchezza perché tutti gli artigiani, si, erano artigiani fondamentalmente, tutti i mercanti, avevano l’obbligo di fare la mostra, esporre tutte le loro mercanzie. Inoltre c’era la processione, ognuno portava un cero di libre una al santo; la  processione era un altro campionario della ricchezza e della potenza della città. Erano due giorni di festa ed era molto importante la notte della vigilia perché, da una parte, c’erano tanti banchetti dove la nobiltà e la borghesia, chiamiamola borghesia, non è giusto il termine, però, sì, era una protoborghesia, festeggiava in modo abbastanza civile, diciamo così, invece il popolo minuto, la gente del popolo si…era una vera orgia, era un’orgia per la strada. C’erano dei pannelli con dei fuochi che si rifacevano proprio ai fuochi del solstizio, che si mettevano sulle torri; erano enormi padelle di terracotta dove si accendevano i fuochi che erano chiamati fuochi di allegrezza, e poi c’erano altri fuochi nelle piazze, un po’ dappertutto e la gente si ubriacava, ballava… infatti c’è un momento nel libro in cui Fiammetta e un gruppo di ragazzi si perde in questa Firenze che ormai non è più la Firenze cristiana e una Firenze assolutamente pagana. Il giorno dopo si faceva la corsa dei berberi che era anche molto importante. La corsa dei berberi credo che sia arrivata al ‘900, non ne sono sicura, però, era senza il fantino, invece in quell’epoca c’era il fantino. Il padrone del cavallo normalmente non correva, invece il mio Lapo che è il padrone della cavalla, corre.

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A: Gladis ha dipinto quello che sta succedendo in questa notte, poi il giorno di festa, come farebbe un pittore e viene fuori veramente un quadro di questa Firenze, straordinario, mi è molto piaciuto questo. Nella notte di San Giovanni che ci fanno le streghe?

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G: Secondo la leggenda, le streghe girano in cielo sulla scopa, fanno incantesimi. Fanno incantesimi e bisogna restare tutta la notte a prendere la guazza di San Giovanni, perché questa guazza,  si mettevano anche i panni fuori perché prendessero questa rugiada;  proteggeva dal malocchio, dagli incantesimi e da tutti i mali. Messa nell’acqua era un buon rimedio per le malattie degli occhi e altre malattie. Le streghe si tenevano lontane perché se scendevano avrebbero fatto delle cose non belle –ride- e si tenevano lontane con il suono delle campane che suonavano costantemente durante tutta la notte e pure durante la processione suonavano costantemente; poi c’erano le trombe; i trombettieri del comune avevano le trombe lunghe d’argento, che emettevano un suono particolare, però, quasi non si sentivano perché tutte le campane della città suonavano all’unisono ed era appunto per tenere lontane le streghe.

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A: Il romanzo è la storia di quattro giovani. Cominciamo dei primi due che compaiono in questo brano che ho appena letto: Fiammetta e Guido, chi sono?

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G: Fiammetta è figlia di un lanaiolo appartenente a quello che era chiamato il popolo grasso e che non faceva parte della nobiltà ma era molto ricco, diciamo era proprio un’aristocrazia del denaro, è una ragazza particolare: molto intelligente, molto bella, ha quattordici anni quando comincia il romanzo e suo padre l’ha viziato parecchio per quello che si può pensare che poteva ottenere una ragazza della sua età. No, no, sbaglio, non una ragazza, una donna, una donna in genere. Perché le donne, tutto al più, potevano imparare a leggere, a scrivere era difficile, non venivano educate; invece lei non soltanto ha ricevuto la stessa educazione del fratello, ma ha studiato la grammatica che era il latino, questo era proprio scandaloso. Questa ragazza, molto vivace, molto viziata, abituata a comandare fin da piccola, è innamorata del figlio di un nobile che si chiama Guido e Guido la ricambia, si devono sposare; nel brano che ai letto prima, loro stanno insieme. Succede, però, che Fiammetta quella notte vede un viso di un uomo velato che non si sa molto bene chi sia, che poi scompare. Questo è l’inizio, da il via a una crisi molto profonda, una crisi mistica, che l’allontana…

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A: ti volevo fermare un attimo…

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G: sì…dimmi…

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A: proprio perché tu hai parlato di questa ombra che compare, che parla, ecco volevo chiederti chi è che corteggia Fiammetta? La morte? Il diavolo?

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G: è Gesù…

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A: è Dio?

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G: è Dio, anzi è Gesù, solo che lei non lo sa e quando…persino lo sfida, lo sfida ed è terrorizzata, pensa anche che sia la morte, si rende conto che è qualcosa di molto, molto più grande di lei e che lei non si può sottrarre, infatti c’è un momento in cui dice che né il padre né Lapo, il fratello, che sono così forti, la possono difendere. Certo io lo vedo, lo ho scritto da un punto di vista di quell’epoca, lei è stata presa…mia sposa la chiama Gesù, non voglio entrare… in fare delle analisi psicologiche di che cosa poteva essere questo Gesù…quindi è Gesù.

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A: però, che poi alla fine le ruba anche il fidanzato…

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G: sì, Lui le dice: tu non amerai nessuno al di fuori di me e lei gli offre il fidanzato, glielo offre proprio come sacrificio; però, poi si rende conto che forse non era il caso di farlo: perché se Dio le aveva dato l’amore che diritto aveva di restituirlo? Non è stato un atto molto ortodosso, diciamo. Sì, ma lì la sua vita prende un corso completamente diverso…

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A: poi ne parliamo…

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A:Legge un brano del libro

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A: Questi sono gli altri due personaggi protagonisti: Agnola e Lapo. Chi sono Agnola e Lapo?

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G: Lapo è il fratello di Fiammetta, è il figlio di Giovanni Bonafede, sarà quello che erediterà il suo lanificio. E’ un po’ il contrario della sorella, è tutto impulso, è tutto forza fisica, è bellissimo, si lascia portare dal sentimento, dall’impulso del momento. E’ molto innamorato di Agnola che invece è la figlia della balia di Fiammetta, la sua sorella di latte. Fiammetta ha voluto sempre questa ragazza accanto a sé, sono sorelle, si amano profondamente e anche lei ha imparato il latino perché Fiammetta ha costretto il padre ha dare istruzione anche a lei. E’ ricambiato Lapo, ovviamente Agnola è innamorata di lui, però, sa che non lo potrà sposare mai, anzi, il padre, che vuole tanto bene questa ragazza che è cresciuta in casa sua, c’è un momento in cui sogna di poterla dare in sposa al figlio ma non si può e questi sono gli altri due. Fiammetta è intuitiva, intelligente e anche lei è molto focosa, molto passionale, invece Agnola è molto più intellettuale, è molto più fredda, no fredda no, sbaglio è molto più concreta, infatti lei sogna di dedicarsi alle erbe, a curare con le erbe per potersi riscattare di questo stato di servitù che in realtà è relativo, perché lei in quella casa non è una serva, però, nel momento in cui deve rinunciare a Lapo, si rende conto della sua condizione.  Riuscirà a curare con le erbe, non sarà mai, però, un medico perché non era possibile per una donna…Lapo invece è per me una specie di metafora di Firenze, Firenze è tutto ciò che è Lapo, infatti lui è quello che poi continua….

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A: senti nella quarta di copertina c’è scritto che questa è la storia di quattro adolescenti che intraprendono la rischiosa avventura di diventare adulti. Perché la rischiosa avventura di diventare adulti?

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G: e perché l’epoca dell’adolescenza è un epoca piena di rischi e si può sbagliare strada e finire per andare a luoghi dove non si pensava di andare e non si ha neanche la capacità per fare una certa vita che magari non era quella giusta, la strada da intraprendere era tutt’altra. E’ piena di rischi l’adolescenza; si possono fare dei grandi sbagli che poi si pagano per il resto della vita. Alcuni no, alcuni riescono sbagliando a trovare poi la retta via, altri  non la trovano mai, altri invece la trovano subito. Ma questo è un rischio molto grande, è un momento di passaggio molto pericoloso, secondo me, l’adolescenza.

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A: Cosa sono l’odio e il perdono nel tuo romanzo?

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G: Non lo so…il perdono se lo vediamo da un punto di vista cristiano è molto importante. L’odio e il perdono stanno in Agnola; lei non può perdonare l’offesa che le ha fatto Lapo, nonostante lo ami profondamente…ma credo che il perdono sia più importante dell’odio, anche perché l’odio è una brutta bestia, l’odio è proprio una brutta bestia, perché chi riesce a vendicarsi e a far male a chi odia non è che per questo si toglie quella bestia che ha dentro; a volte nascono altri sentimenti che sono tanto pericolosi e tanto dolorosi per chi li prova quanto l’odio, quindi, io penso che il perdono sia molto importante. C’è una poesia di Borges che io in questo momento non ricordo, ricordo il significato ma non la poesia che è bellissima: si trovano Abele e Caino, non saprei in quale luogo dopo la morte e allora Caino chiede perdono al fratello, gli ricorda che lui lo ha ammazzato e Abele lo guarda e gli chiede a sua volta: mi hai ammazzato? Io non me lo ricordo. Questo è bellissimo, infatti è una poesia bellissima. Il perdono è dimenticare l’offesa…. Alla fine Agnola riesce a lasciare che il suo amore sia più forte del suo odio;  in realtà è un odio che fa male solo a lei, perché lei è incapace di fare del male. Sì, credo che sia più importante il perdono dell’odio.

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A: Che cosa è invece l’amore nel tuo romanzo e che cosa è l’amore per Gladis Alicia Pereyra.

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G: Oh l’amore è qualcosa come l’adolescenza, piena di pericoli. Penso che sia un sentimento molto importante. Mi ha fatto una domanda così la rivista Mangialibri e ho risposto che se non esistesse il sentimento dell’amore, molto probabilmente, l’umanità si sarebbe autodistrutta, perché l’amore è un grande freno ai sentimenti peggiori; quindi, credo che l’amore sia un sentimento molto importante, però, anche l’amore deve avere i suoi limiti, non credo nell’amore che per dare all’altro si annulli se stessi, deve essere una cosa equilibrata e l’amore per se stessi è anche molto importante.\r\n\r\nA: Il cammino e il pellegrino edito da Manni, è un libro da leggere ve lo raccomando, davvero.  Prima di finire voglio farti un’altra domanda. Il possesso della verità è impossibile?

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G: Sì, io penso di sì. Penso che il possesso della verità sia impossibile perché la verità non ha un solo volto, ne ha tanti…Questo glielo dice Satanael a Fiammetta, lui che è il principe della menzogna le dice che la verità ha tanti volti e chi crede di possederla ne conosce soltanto uno. Io penso sì, che ci siano alcune verità assolute, però, sempre bisogna tener presente che la verità si deve vedere da diverse angolature, che non ha una sola angolatura; perché quando si crede di possedere la verità si può finire come i Talibani e far che succedano tutte le cose che stiamo vedendo in quest’ultimo periodo e che già in quell’epoca, chiaramente, succedevano. No, è impossibile avere il possesso della verità, bisogna ascoltare anche la verità degli altri.

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Fonte: Daniela Lombardi

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