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Pino Aprile Giù al Sud Perché i terroni salveranno l’Italia

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Mentre tutti parlavano di lui, da Paolo Mieli a Pierluigi Battista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, a Francesco Merlo su Repubblica, a Bruno Ventavoli su La Stampa e poi Beppe Grillo e Giorgio Dell’Arti su Il Fatto Quotidiano, Il Foglio, Oggi, L’Espresso, Sette e perfino il britannico The Economist e il quotidiano in italiano di New York America Oggi, insomma, tutti, Pino Aprile correva su e giù per l’Italia – o forse dovremmo dire tra le due “Italie”? – parlava del suo Terroni in oltre 300 incontri con i lettori, veniva invitato da associazioni, istituti di cultura, sindaci e paesi che nel Sud hanno trovato nel saggio, come scritto dal Corriere della Sera “un libro bandiera, un vessillo della nuova fierezza meridionale”. Intanto, da oltre diciotto mesi in vetta alle classifiche della saggistica, Terroni diventava un bestseller da quasi 30 ristampe in un anno e 250mila copie vendute, veniva fatto oggetto di scontro, manifesto dell’orgoglio sudista, persino strumento di lotta politica, testo sacro per quanti, non solo nel Mezzogiorno, chiedono una più onesta riscrittura della nostra storia.\r\n\r\nProprio da quel peregrinare soprattutto nella metà “di sotto” del nostro Paese, nasce oggi Giù al Sud, un viaggio a tappe nel meridione e nel suo quotidiano. Cosa succede dove sembra che non stia succedendo nulla? O dove molti vogliono farci credere che non stia succedendo nulla? Nelle regioni più dimenticate, come la Calabria, che pare esistere soltanto per la criminalità e la ’ndrangheta? Pino Aprile ha visto, ha parlato con chi “è terrone” ogni giorno e prova a rispondere con una voce fuori dal coro: forse, è proprio lì che si prepara il futuro. “Mentre tutti guardano al Nord, ricco e potente, alle loro spalle, al Sud, credo stia nascendo l’Italia di domani. Un’Italia migliore.”, scrive.\r\n\r\n“Mai ho viaggiato a Sud come in questi ultimi due, tre anni, e ogni volta mi sorprendo a fare il conto di quanto ne so e di quanto si possa percepire di intenso e profondo senza riuscire a cogliere l’insieme. Ho pensato che fosse più onesto raccontare le tappe del mio viaggio, senza ricorrere ad artifici che le facessero diventare parte di una narrazione unica. Ma questo paesaggio narrativo comunque parla, e sapere di noi, chiunque noi siamo, ovunque siamo, è opera collettiva. Questo libro è il mio mattone (termine disgraziatissimo per un libro) per il muro della casa che si costruisce insieme. Il Sud non ha voce, o voci piccole e sparse, ed è possibile che gli stessi protagonisti non percepiscano quanto siano parte di un tutto, forse decisivo. Vedi un Sud dove una generazione di ragazzi resta per costruire una possibilità di futuro a casa sua, riscoprendone valori sottovalutati e, con quelli, un passato negletto. Non sono idealisti, non si fanno illusioni, hanno poca stima nelle possibilità e nell’attenzione che questo paese offre, ma hanno più fiducia in se stessi. Creano un festival del cinema, si occupano di volontariato, girano per paesini dimenticati a riscoprire forme d’artigianato d’arte, lavorano per il più grande centro di prima accoglienza d’Europa a Crotone, lasciano un prestigioso lavoro alla City di Londra, per avviare un’iniziativa economica originale sulla Murgia; inventano in Spagna un programma di sport-turismo e tornano per trapiantarlo nel loro paese, in Calabria. Diventano, tutti insieme, un fenomeno sociale di tale rilevanza, da essere studiato dall’antropologo Vito Teti, come una nuova, sorprendente tribù: quella della Restanza”.\r\n\r\nFonte: Arianna Malacrida\r\n\r\n \r\n\r\n 

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