Home Cinema “Titoli di coda”: intervista a Giancarlo Germino, story editor

“Titoli di coda”: intervista a Giancarlo Germino, story editor

279
SHARE

Piano piano ci addentriamo nella folta giungla di professioni del settore cinetelevisivo, dove si trovano le professioni meno note al pubblico, ma non per questo meno importanti ed affascinanti. Giancarlo Germino è l’ ospite di questa settimana. Amico e story editor, Giancarlo è una persona dotata di grande senso critico e di una sapiente miscellanea di praticità e doti artistiche. Queste qualità che sono fondamentali nel suo lavoro, hanno reso la nostra chiacchierata molto interessante ed istruttiva.\r\n\r\nPotresti spiegarci in cosa consiste il lavoro di story editor? Non lo so. O meglio lo saprei se lavorassi negli Stati Uniti. Lo story editor lì è un membro dello staff di scrittura che cura la sceneggiatura, il montaggio della stesura delle scene, la coerenza artistico-narrativa dell’intero progetto editoriale. In Italia, invece, dove le definizioni di ruolo in ambito lavorativo non sono chiaramente definite, la sua professionalità finisce per occuparsi anche di altro. Lo story editor ha molte responsabilità, compresa l’individuazione e la ricerca di nuovo materiale editoriale o di nuovi scrittori, o seguire lo sviluppo delle serie televisive assieme agli sceneggiatori, assicurandosi che gli script siano adatti alle esigenze della produzione. Lavora quindi a stretto contatto con lo sceneggiatore su ogni progetto che segue e garantisce sulla qualità degli elaborati, proponendo, laddove necessario, ottimizzazioni e potenziamenti perché siano rispettate e risolte questioni di ordine pratico (continuità, durata, coerenza) o di carattere più artistico. L’editor di una produzione finisce per dare una supervisione completa sul progetto di scrittura che segue, dovendo accompagnarlo anche durante la produzione e la post produzione che sono fasi meno legate alla scrittura e maggiormente ‘esecutive’. Nella sua veste esecutiva l’editor si assicura che il materiale girato abbia il gusto e il sapore descritto in sceneggiatura, che non tradisca l’impianto artistico stabilito dalla produzione e che anzi il valore intrinseco dello script venga lasciato naturalmente emergere da regia, recitazione, fotografia, costumi, scenografia, etc…\r\n\r\nCome sei diventato story editor? C’è un percorso di studi che consigli? Non sono la persona giusta a indicare percorsi di studi standard, il mio si può definire schizofrenico. Ho studiato fisica e poi, dopo un master alla scuola Holden di Torino mi sono ritrovato nel dorato mondo della tv. In generale story editor si diventa per passione, perché ti interessa la scrittura, perché sei malato delle serie tv, perché ti sorprendi a usare nella vita quotidiana una frase topica del tuo telefilm preferito, perché ti piace scandire i momenti della tua adolescenza come fossero le serie di Dawson’s creek o di Skins, insisti a rileggere le fasi oniriche delle tue notti piene come uno dei finali di stagione di Lost o provi a convincerti follemente che la parabola di Don Draper rappresenti un percorso dantesco.\r\n\r\nQual è l’aspetto più complesso del tuo lavoro? Ogni progetto per la tv ha un numero non precisato di referenti (produzione, committenza, regia, reparto scrittura…) che mostrano un punto di vista proprio e personale su come e quanto andrebbe fatto, un’idea più o meno chiara su quanto dovrebbe andare in onda, più sentimento, più avventura, più giallo, più passione… incanalare queste esigenze disuguali in una direzione univoca e valida in ambito drammaturgico è molto faticoso. Inoltre le forze artistiche in gioco non hanno tutte lo stesso peso e ciò significa ogni volta valutare una soluzione che prenda atto anche di questo.\r\n\r\nNel settore cinetelevisivo si parla ormai insistentemente da anni di crisi di idee, di mancanza di nuove proposte. Tu come la pensi in proposito? Penso che non ci sia assolutamente una crisi di idee, anzi leggo format interessanti ogni giorno. Il problema sta tutto invece su quanto poi finisce in tv e per quale motivo. Serie innovative e rischiose vengono scritte e portate spesso alla nostra attenzione, sono molteplici però le motivazioni per le quali finisce in onda sempre lo stesso tipo di progetto: per abbassare il livello di rischio, per assecondare i gusti di un fantomatico pubblico televisivo, per la necessità di scrivere una storia che abbia come protagonista un attore che assicura un certo share, etc… All’estero c’è una sperimentazione più aggressiva sulla macchina drammaturgica, ed è vero che i prodotti importati sembrano innovativi e accattivanti, ma non bisogna dimenticare che la piattaforma televisiva nel nostro Paese è diversa da quella degli altri e che quindi i nostri prodotti vanno modellati per un pubblico di riferimento. Quale sia questo pubblico, spesso considerato a torto monolitico, e quale grado di rinnovamento sia possibile all’interno di una tradizione forte di una televisione generalista poco giovane come quella italiana è invece un discorso molto complesso che nasconde la risposta ad altre domande. Siamo certi che ciò che ha uno share più alto sia un prodotto migliore? E che si intende per migliore? E per quanto concerne più in particolare la scrittura, non sarebbe forse il caso di affidare lo script a un team giovane e dinamico ma strutturato e capace di riflettere sulle dinamiche narrative senza far continuamente riferimento ad autori unici appartenenti a una gerontocrazia che non ha molto più da scrivere? Fare in modo cioè che ogni serie abbia una forte officina di scrittura capace di seguirla e curarla con coerenza e continuità?\r\n\r\nCosa vuol dire per te seguire un progetto produttivo? Seguire un progetto per un editor come me equivale a viverci assieme per mesi interi, a volte anni. In questo modo finisce per crearsi una simbiosi tale da farti sentire quella serie come parte dei tempi naturali della tua giornata. Finisci per conoscere a memoria i gusti e le caratteristiche dei protagonisti, per poi imporre a te stesso di dimenticarli quando tutto è finito e andato in onda. È una forma di amore-odio a tempo determinato e a bassa risoluzione.\r\n\r\nRubrica ed intervista a cura di Alessandro Bertolucci\r\n\r\n 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here