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Premio “Ida Baruzzi Bertozzi – Marengo d’oro” a Giovanna Querci Favini

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Il prestigioso premio letterario Internazionale “Ida Baruzzi Bertozzi – Marengo d’oro”, indetto dall’Associazione Culturale “Il Maestrale” è giunto alla quindicesima edizione. L’autorevole giuria composta da: Gabriella Mondello (Presidente) – Aldo Bertozzi – Corrado Calabrò – Giovanni Giosuè Chiesura – Nicola Crocetti – Alberto Dell’Aquila – Rosa Angela Devito – Gaetano Rizzuto – Anna Ugolini, si è riunita collegialmente il giorno 18 maggio 2011, alle ore 09.30, per assegnare i premi. Dopo attente valutazioni all’unanimità è arrivata a deliberare quanto segue: a Giovanna Querci Favini il Marengo d’Oro, primo premio per la sezione Romanzo edito, per la sua opera “Il Baratto” ed. Marsilio.\r\n\r\nLa scrittrice fiorentina si è detta onorata di questa importante riconoscenza:\r\n\r\n“Stimo la figura di Ida Baruzzi Bertozzi, Questo premio, che vuole onorare la memoria di una grande donna autentico esempio di dedizione all’insegnamento, forte di un coerente rigore intellettuale e morale, me la fa sentire particolarmente vicina, in quanto le sue sono doti che ammiro e che condivido. Ringraziando la giuria e tutti colori che hanno benevolmente accolto il mio libro, in particolare l’Associazione “Il Maestrale”, in onore della quale mi sento in dovere di rilasciare un mio breve pensiero sul grande Eugenio Montale. Gli anni di Ossi di Seppia sono quelli del massimo splendore fascista, in questo periodo le aspettative per il futuro per gli antifascisti erano nulle e l’animo del Poeta sentì questo senso di perdita sia del futuro sia delle proprie radici come un’impossibilità di vivere il presente e infatti molti intellettuali dell’epoca fecero un percorso a ritroso cercando nell’origine il valore della tradizione. Questa raccolta nasce in una sorta di clausura esistenziale dove, contrariamente al ritorno alle tradizioni, Egli trova le parole per descrivere la libertà assoluta del mare, nel quale Egli non era immerso, ma che, invece, mirava all’interno di un chiuso agglomerato, in un paesaggio arido e roccioso, il suo amato paesaggio ligure. E’ attraverso queste due immagini che Montale scopre il contrasto fra la libertà liquida del mare e la chiusa difficoltà del vivere Nasce così un’opera di colloquio con questo paesaggio, che, nella dialettica, mare – paese arroccato, scopre la sua componente metafisica, il cui misticismo, se misticismo c’è, è legato alla dimensione simbolica. In quel periodo molti poeti, specialmente liguri, usano intitolare le loro raccolte con titoli che stanno ad indicare qualcosa di più oltre non utilizzabile. Sbarbaro, ad esempio, usa titoli come Trucioli, o Frantumi, si ha il gusto di assimilare i titoli a rifiuti industriali, residui informi della civiltà. Con il suo titolo Ossi di seppia Montale ha superato tutto ciò. Gli ossi di seppia non sono più rottami, ma rappresentano una rimanenza organica, cioè ciò che rimane di una vita.\r\n\r\nA ciò si ispira tutta la raccolta, prendiamo, per esempio: Meriggiare pallido e assorto e possiamo constatare come nell’azione immobile vengano fuori il senso del rovente, del bruciato del sole, della luce accecante, del colore che tutto sbianca e rende calcinato, appunto come gli ossi di seppia. Ma questi residui organici ci riportano anche all’immensa libertà e al continuo movimento del mare, perché è dal mare grande, libero, che quei residui provengono.\r\n\r\nMa in Montale si trova, specialmente i questa raccolta, un altro riferimento continuo: il muro. Probabilmente tale riferimento il Poeta lo deriva dai muri che costeggiano le strette strade che portano alle colline di Firenze, dove Montale abitò a lungo nel periodo citato. Il muro, visto dal Poeta, non è qualcosa che chiude la strada, che impedisce il cammino, che sbarra, il muro alto che costeggia tali strette strade è un muro che ha il senso del divieto, ma non è un divieto circolare come l’orto chiuso, ma è una muraglia alta dalla quale ogni vista è preclusa, ma accompagna il suo andare con la sua imponenza e soprattutto i cocci di bottiglia che sono infissi nella sommità ne denunciano l’invalicabilità. Si può vivere, si può camminare, ma il nostro andare sarà sempre rasente a un muro invalicabile che non c’impedisce il cammino, ma rappresenta il divieto di vederne l’altra parte.\r\n\r\nLa poesia montaliana è un’opera che come il muro spesso ci vieta di vedere ciò che protegge. L’io che scopre se stesso? La vita che resiste proprio ai suoi elementi minimi? Sull’opera di Montale si possono fare milioni di domande e trovare. come un archeologo milioni di reperti, ma mai si potrà dire di avere penetrato tutto il contenuto emozioni fatte parole, sensazioni, diventate suoni, pensiero tradotto in musica essenziale. Ed “essenziale” vuole intendersi come un aggettivo schopenhaueriano. Poesia come musica, poesia come essenza.”\r\n\r\nFonte: Ufficio stampa Daniela Lombardi\r\n\r\n 

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