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“Titoli di coda”: intervista a Todd Carter, dialogue coach

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Todd Carter è il nostro ospite di questa settimana ed è un dialogue coach. Come al solito non posso esimermi dal sottolineare che oltre ad essere un grande professionista (ha lavorato in tutto il mondo e con grandi attori e registi fra gli ultimi Antonio Banderas sul set del nuovo film di Jean-Jacques Annaud) è una persona meravigliosa, di grande sensibilità e disponibilità. Senza ombra di dubbio un caro amico.\r\n\r\nPotresti spiegarci in cosa consiste il tuo lavoro e quali sono le qualità di un bravo dialogue coach? Il lavoro di “coach” non è complicato da definire anche se può diventare difficoltoso nella pratica. Il coach deve assicurarsi che gli attori siano in grado di recitare in una lingua (nel mio caso, inglese) che non è la loro, di comprendere il senso delle loro battute con eventuali sfumature linguistiche, in modo da poter integrarle perfettamente e senza apparente sforzo nella recitazione, (quasi) come parlassero una lingua che gli appartiene davvero. Recitare in una lingua che non conosci bene richiede molta preparazione in più, è ovvio, produce insicurezza perché hai l’impressione di avere meno controllo sull’aspetto vocale della tua performance, di buttarti senza rete di salvataggio. Per molti attori è frustrante dover farlo. Lo scopo del coach è di ridurre quella sensazione, quel disagio. Per fortuna, in linea generale, gli attori italiani più giovani arrivano già abbastanza preparati in inglese. Nel lavoro subentra anche il problema dell’accento… ed è un bel guaio! Pochi – pochissimi – sono in grado di riprodurre i suoni di un madrelingua e ci vogliono comunque diversi mesi di preparazione. Un buon casting può prevedere che un certo personaggio abbia un determinato accento. L’importante, in quel caso, è che il suo inglese sia comunque chiaro e facilmente comprensibile per lo spettatore. Un occhio più cinico dal punto di vista produttivo prevede il “re-voicing” degli attori, il che necessita il giusto ritmo delle loro battute per poterle far doppiare da altri. Accade spesso ed è un’enorme frustrazione sia per loro sia per il coach.\r\n\r\nQuali sono le qualità di un buon coach? Presumendo che lo sia io, dico: l’amore per il processo cinematografico, per il set e… la Santa pazienza! Le trappole sono molte e l’intenzione di una battuta è la prima tra essi. Qui tocchiamo il cuore della performance, il dominio supremo del regista e dell’attore in cui un dialogue coach temerario non mette piede. È tacito, però, che senza sentire una battuta veramente recitata durante la preparazione di un attore o eventuali prove, il coach non capta il suo vero suono, il frutto del suo lavoro! Si sa quando una battuta detta in un certo modo può andar bene in inglese oppure no. Idealmente, un buon coach riesce a sviluppare un rapporto di fiducia con l’attore ed il suo regista tale da evitare equivoci rovinosi.\r\n\r\nQuali sono le difficoltà che più comunemente incontri mentre lavori sul set? Attori incapaci? Registi irascibili? Produzioni pressanti? O altro? Direi che la difficoltà consiste nel sapere quando intervenire per “salvare” la versione inglese di un film in modo discreto ed efficace senza dimenticare che il coach fa solo parte di un processo molto più complesso. Un “take” può essere considerato buono per altri fattori; una battuta può essere ripresa nella fase doppiaggio. Registi irascibili? Ne ho incontrati pochi (fra l’altro non italiani). Attori incapaci? Non lo so, ma sicuramente ho conosciuto un paio di psicopatici! Non faccio nomi.\r\n\r\nLavorando sia in Italia che all’estero, puoi darci il tuo spassionato parere sulla situazione delle coproduzioni internazionali dentro e fuori i confini italiani? Ovvero, pensi che in Italia si potrebbe fare di più per coprodurre con altri Paesi? Certo, la situazione è drammatica. C’è poco lavoro. I film italiani non “sfondano” il mercato internazionale, né vengono riconosciuti per la loro qualità, ma lascio i giudizi produttivi a chi a più competenza.\r\n\r\nTu parli molte lingue, lo so perché ci conosciamo da molti anni. Qual è il livello di conoscenza della lingua inglese fra gli attori italiani? Come ho detto, è molto più probabile che un attore giovane sia già abbastanza preparato in inglese.\r\n\r\nHai avuto occasione di interpretare ruoli interessanti anche come attore. Alla luce di queste esperienze: meglio davanti o dietro la macchina da presa? Quando parli di me come “attore”, le virgolette sono di rigore! Un vero attore deve studiare per diventare professionista. La mia scuola è stata il set. Ho sempre pensato che attore si nasce, ed io in tutta sincerità non ho questo gene, posso solo fare una “imitazione” più o meno accettabile. Paradossalmente, l’esperienza di trovarmi davanti alla macchina da presa a recitare in italiano mi rende migliore come coach. Mi ricorda ogni volta le difficoltà che possono incontrare i miei soliti candidati.\r\n\r\nRubrica ed intervista a cura di Alessandro Bertolucci\r\n\r\n

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